Speciale G7

CASA BIANCA SPACCATA

GIAMPAOLO PIOLI

DONALD TRUMP pensa che l’accordo sui cambiamenti climatici sia troppo oneroso per l’America e vuole chiamarsi fuori. Lo ha sempre sostenuto e lo sostengono molti dei suoi affezionatissimi elettori conservatori. È quello che molti temono possa avvenire in questi giorni con un decreto della Casa Bianca. Trump è a un bivio. Il presidente Usa non potrebbe in realtà farlo perché il grande accordo globale sul raffreddamento del pianeta ratificato da 195 paesi all’Onu nel 2016 è vincolante per tutti, ma lui vorrebbe costi meno onerosi per garantire il rispetto dell’intesa e la riduzione misurata delle emissioni carboniche. Non è un caso se, quasi a esprimere tutto il suo scetticismo, lo stesso presidente ha piazzato a capo dell’agenzia dell’ambiente Scott Pruitt uno dei pochi sostenitore che il surriscaldamento del pianeta è «un’invenzione cinese». Il pragmatismo degli affari però, la pressione di decine di grandi corporation dell’energia come la Exxon, la necessità di molti territori e la drammatica analisi offerta dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che paragona i cambiamenti climatici a devastanti guerre permanenti, con incontrollabili flussi di migranti, potrebbero indurre Trump e la sua amministrazione a non uscire dall’intesa ma a mettere gli Stati Uniti alla testa di un movimento mondiale per le energie rinnovabili che offre potenzialità maggiori d’impiego rispetto a quelle offerte dall’industria del petrolio e dei gas. Col solare Usa e Cina sono già in cima alla classifica anche se alcune scelte e sovvenzioni americane fatte da Obama si sono rivelate fallimentari e non competitive rispetto al gigante asiatico. Questo non ha impedito però alla California di diventare uno degli stati pilota a livello mondiale e forse il vero motore trainante di tutto il “green” made in Usa. La sfida più simbolica di muscolare, contro gli ambientalisti globali, ma soprattutto contro la precedente amministrazione Obama che ha lavorato anni per arrivare all’intesa di Parigi, è stata l’ordine esecutivo di Trump col quale ha deciso la riapertura di alcune miniere di carbone e la ripresa dei lavori di due oleodotti che dal Canada raggiungono il Texas passando per alcune foreste e riserve indiane. La protesta anche violenta degli abitanti indigeni non è servita a nulla: le ruspe hanno preso il sopravvento sulle flosce tende degli eredi dei pellerossa. Il carbone verrà estratto nuovamente in Pennsylvania e in Virginia, ma i nuovi posti che saranno creati non raggiungono nemmeno 1/3 rispetto a quelli che sono stati persi o sostituiti da impieghi tecnologicamente più avanzati e soprattutto non inquinanti. La linea che spinge la marcia indietro di Trump è lo slogan “America first”, la “lealtà” verso il suo zoccolo duro, ma pur con tutta l’esuberanza dei conservatori più accaniti non significa avere la nazione migliore, la più pulita o la meno contaminata. Anche se le Nazioni Unite col segretario generale Guterres parlano di “scienza concorde” nell’elencare la pericolosità della trascuratezza e gli stessi CEO americani delle grandi compagnie petrolifere, del gas e delle innovazioni sostengono che con l’industria verde si possono fare buoni affari e creare occupazione qualificata e distribuita, l’esitazione degli uomini di Trump, così come quella del presidente del resto sembra assumere col passare delle settimane aspetti sconcertanti.

LA CASA BIANCA è spaccata in due. Steven Bannon il “falco” capo degli strateghi politici vuole a tutti i costi l’uscita dal patto e ricorda a Trump che se non lo facesse rischierebbe di perdere gran parte dell’elettorato. Ivanka Trump e il marito Jared Kushner sembravano l’ala illuminata insieme al segretario di Stato Tillerson e al consigliere economico Gary Cohn per spingere il presidente a condividere il trattato di Parigi. Suggeriscono addirittura una formula di compromesso: dire sì all’intesa ma a livello interno l’America potrebbe rivedere le forti restrizioni imposte da Obama che non convincono e che “costano troppo”. Darren Woods il Ceo della Exxon e con lui decine di altri leader dalla Apple a Ingersoll, da Mars al National Grid and Schneider Electric fino all’Intel hanno pagato pagine intere di pubblività sul New York Times, il New York Post e il Wall Street Journal nella speranza che il presidente si convinca. Il Russiagate però e l’inchiesta dell’FBI che si sta avvicinando sempre di più alla famiglia Trump, ha però finito col mettere il silenziatore a molte voci. Va anche detto che la stragrande maggioranza degli americani 61% di fronte al surriscaldamento terrestre è favorevole a cambiamenti anche significativi nei prossimi 50 anni per mitigarne l’effetto. Un apprezzamento significativo è stato dimostrato nella riduzione delle emissioni e dei consumi di carburante ma tutte queste sembrano notizie impermeabili alla sensibilità della Casa Bianca. I conservatori temono che salvare l’ambiente non porti lavoro e anzi lo riduca e questa miopia potrebbe diventare fatale. Non è escluso che la realizzazione di una forte coalizione mondiale legata anche a forme di impiego e sviluppo in nuovi settori energetici e soprattutto la competizione fatta con regole comuni sul fronte internazionale dell’energia possa scatenare un effetto ammorbidente anche per la Casa Bianca. «Il vero pericolo-non si stanca di dire il segretario generale dell’Onu agli studenti della New York Università – non è la minaccia che può arrivare da una economia che decide di agire ma è il rischio enorme per un’economia che decide di non agire…..”

2017-06-06T10:20:45+00:00