Speciale G7

MEDITERRANEO SULL’ORLO DEL BURRONE

Alessandro Farruggia

«L’EFFETTO DEI CAMBIAMENTI climatici sul Mediterraneo, area climaticamente sensibile, sarà particolarmente robusto. Essenzialmente si sposterà un po’ più a Nord il limite dell’area climatica subtropicale, e questo vuol dire che avremo un aumento generalizzato delle temperature al suolo, che sarà più marcato in estate, e si accompagnerà a una riduzione delle precipitazioni. Per uno scenario medio parliamo di un aumento tra i 3 e i 4 gradi e una diminuzione del 15-20% delle precipitazioni. Quindi, importante».

Così Antonio Navarra, climatologo, presidente del Cmcc, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Perché il Mediterraneo è una area così sensibile ai cambiamenti climatici?

«Perché il Mediterraneo è una regione di confine anche da un punto di vista meteorologico, perché si trova sul bordo tra la zona subtropicale e quella temperata delle medie latitudini. Questo bordo non è fisso, ma oscilla nelle stagioni: durante l’estate l’area del mediterraneo è sostanzialmente sotto l’influenza dell’area subtropicale, mentre d’inverno ci troviamo sotto l’influenza dell’area delle medie latitudini, quindi con l’afflusso di perturbazioni che portano precipitazioni, essenziali per garantirci disponibilità di acqua. L’essere influenzati da due regimi diversi fa sì che il clima del Mediterraneo sia così piacevole».

Ma c’è un rischio…

«Se questa zona di confine si sposta, poniamo, di qualche centinaio o migliaio chilometri cambia molto. Per usare una metafora, potremmo dire che stare sul bordo di un burrone climatico dà una splendida vista, ma significa anche che un piccolo passo può avere conseguenze drammatiche. Questo è il motivo della vulnerabilità particolare del Mediterraneo, che già è una area sotto stress soprattutto per quanto riguarda la disponibilità di acqua: è al limite».

Quali ricerche avete fatto per comprendere la risposta del sistema climatico mediterraneo all’aumento del gas serra?

«Al Cmcc, d’intesa con l’Organizzazione meteorologica mondiale, abbiamo lavorato utilizzando modelli numerici con i quali abbiamo fatto una serie di scenari, che differiscono a seconda della quantità di gas serra che immetteremo in atmosfera. Gli scenari sono al 2100».

La presenza, di diversi scenari significa che dipenderà da noi l’entità del cambiamento?

«Certo, più immetteremo gas serra, più forti saranno i cambiamenti. In ultima analisi dipende dalle scelte politiche, economiche e sociali che le nostre società faranno».

Quale è il margine di incertezza?

«Che si vada verso un riscaldamento, non vi sono dubbi, sull’entità c’è un margine abbastanza ampio, il che non è necessariamente una buona notizia perché la riduzione delle precipitazioni che mediamente stimiamo sarà del 15-20% potrebbe essere del 5% ma anche del 35%, e scommettere sul livello inferiore è una scommessa molto rischiosa».

Come giudica quindi la situazione?

«Abbiamo di fronte un problema serio, che va valutato in maniera seria perché abbiamo di fronte il rischio concreto di modificazioni del clima che possono avere un impatto pesante sul ciclo idrologico, sugli ecosistemi e sulle attività umane. Oltretutto l’impatto varierà anche a seconda del livello di sviluppo delle società: nel caso di Paesi meno avanzati e con meno risorse per adattarsi al cambiamento climatico, la risposta potrebbe essere un aumento delle migrazioni».

 


2016 da record

L’anno più caldo mai registrato

Temperature in continua crescita

IL CAMBIAMENTO climatico continua, inesorabile. A confermarlo ancora una volta sono i dati della Noaa e della Nasa – agenzie governative americane – che testimoniamo che aprile 2017 sia stato il secondo più caldo misurato da 137 anni da questa parte. «La temperatura media globale di aprile – spiega la Noaa – è stata di 0.9 gradi sopra le medie del 20° secolo, facendone il secondo mese più caldo dal 1880. Aprile 2017 è anche il 388° mese consecutivo sopra le medie del ventesimo secolo». «Anche il periodo gennaio-aprile – prosegue – è il secondo più caldo mai misurato, risultando 0.95° sopra le medie. In particolare la temperatura sulle aree emerse è la più calda mai misurata a 1.64 gradi, mentre quella sugli oceani è la seconda più calda, con un riscaldamento di 0.70». Gli oceani che hanno una grande inerzia termica, si riscaldano più lentamente (e una volta scaldati, si raffreddano più lentamente) delle terre emerse. Ovviamente temperature più alte significa stress elevato per i ghiacci, marini e non, che continuano a ridursi. La Noaa segnala anche che nel mese di aprile prosegue il trend di riduzione dei ghiacci marini dell’Artico (ad aprile siamo 6.1% sotto la media 1980-2000), con i satelliti che hanno misurato la minore estensione dei ghiacci marini artici dal 1979, anno nel quale sono iniziati i monitoraggi satellitari. Anche nell’Antartide, la cui massa di ghiacci ha ritardato per decenni i fenomeni visti nell’Artico, le cose non vanno ormai molto meglio. L’estensione dei ghiacci marini antartici ad aprile 2017 era infatti del 18.2% inferiore rispetto alle medie 1981-2000. Simili i dati della Nasa, che conferma come aprile sia il secondo più caldo mai misurato negli ultimi 137 anni, superato solo dal 2016. E anche l’anno passato – grazie anche al fenomeno della corrente marina del Nino, che si è aggiunta al riscaldamento causato dalle emissioni di gas serra causate dall’uomo soprattutto con l’uso dei combustibili fossili– è stato da record. Il rapporto sul 2016 presentato dal Wmo lo scorso marzo conferma che «il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato», ha spiegato Petteri Taalas, segretario generale della Wmo, mettendo a segno un significativo aumento di 1,1 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali e un incremento rispetto al precedente record del 2015, che aveva a sua volta superato il record fissato nel 2014.

«L’AUMENTO di temperatura – ha sottolineato Taalas – è in linea con altri cambiamenti che si stanno verificando nel sistema climatico e che fa parte di un trend chiaro dato che gli ultimi sei anni, dal 2011 al 2016, sono i più caldi mai registrati». «Con i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera che continuamente rompono nuovi record – ha concluso Taalas – l’influenza delle attività umane sul clima è diventata sempre più evidente».

Alessandro Farruggia

 


L’ESEMPIO DELLE NOSTRE METROPOLI

REGOLE E COMPORTAMENTI DA DIFFONDERE E DA IMITARE

VIRGINIO MEROLA*

AL G7 DI TAORMINA il vero punto sul quale i capi di Stato e di governo non sono riusciti a parlare con voce univoca è stato l’ambiente. Proprio sui temi ambientali si è registrata una delle fratture più profonde tra l’America di Donald Trump e gli altri paesi. Papa Francesco aveva ben compreso la distanza da colmare sul cammino delle politiche ambientali: donando a Trump, durante il recente incontro in Vaticano, l’enciclica sull’ambiente “Laudato Si” il Pontefice aveva voluto trasmettere al presidente degli Stati Uniti il suo monito, il suo appello per una politica rispettosa dell’ambiente e del nostro pianeta. A Bologna, dunque, il 10 e l’11 giugno i ministri dell’Ambiente dei sette paesi più industrializzati avranno davanti il compito, arduo, di ritrovare un’armonia, di cercare di arrivare a un punto d’intesa. La nostra città si è preparata per questo evento mettendo in campo le sue energie, la sua ospitalità, il suo desiderio di accogliere: abbiamo voluto aprire le porte delle nostre bellezze e creare occasioni di riflessione su quello che tutti noi possiamo fare per alimentare stili di vita dove crescita, sviluppo, ecologia non siano parole in contrasto. La competitività delle nostre imprese e del sistema produttivo bolognese dimostra che questo equilibrio non solo è possibile, è anche funzionale alla crescita. Le giornate che precederanno il G7 vero e proprio rappresenteranno l’occasione per mettere a confronto esperienze e strategie sull’economia circolare, sul recupero e sul riciclo delle risorse e dei materiali. Sulla tutela del nostro habitat. Abbiamo invitato i sindaci delle 14 città metropolitane italiane in un luogo straordinario e magico, la Rocchetta Mattei, sul nostro Appennino. L’8 giugno discuteremo con loro di qualità dell’aria e di politiche ambientali perché, proprio dalle grandi città e dal loro tessuto metropolitano, possano nascere regole e comportamenti virtuosi da diffondere e da imitare. Da quella giornata uscirà la “Carta di Bologna per l’Ambiente”, un documento per fissare le norme e gli impegni da osservare nelle aree urbane, così da contenere le emissioni, tutelare la qualità dell’aria e incentivare comportamenti virtuosi e rispettosi dell’ambiente. La “Carta di Bologna” vuole essere un documento aperto che gli amministratori italiani, e non solo, potranno firmare in ogni momento, andando ad aggiungersi a noi che l’8 giugno, per primi e alla presenza del ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, andremo a sottoscrivere quegli impegni. Oltre agli appuntamenti di carattere politico o di studio, le giornate bolognesi del G7 Ambiente intendono anche sancire un legame intimo e forte tra la cultura e l’ambiente. L’arte che più di ogni altra può suggellare l’affinità con l’armonia della Terra è senz’altro la musica. E da Bologna, dichiarata dall’Unesco città creativa della musica, la sera del 5 giugno il maestro Ezio Bosso e l’orchestra del Teatro Comunale regaleranno ai bolognesi e ai tanti turisti che frequentano la nostra città un concerto in piazza Maggiore dedicato alla musica e a un suo sorprendente e inedito aspetto: le note dei grandi musicisti molto devono, infatti, all’arte sublime del recupero e del riciclo. Bologna, saluta il G7 Ambiente orgogliosa di presentarsi una città dove il rispetto della vita e della natura appartiene al nostro modo di vivere.

*sindaco di Bologna

 


QUELLE ISOLE DI PLASTICA CHE INVADONO I NOSTRI MARI UNA MINACCIA GLOBALE

DONATELLA BIANCHI*

ANCHE PER IL MARE è iniziata ufficialmente, e la ricerca scientifica applicata lo dimostra, l’era dell’antropocene: e non solo per gli effetti dei cambiamenti climatici, ma per la distruzione degli ecosistemi vitali di cui siamo responsabili. Secondo un dossier presentato dal World Economic Forum, ogni anno 8 milioni di tonnellate di materie plastiche finiscono in acqua e il Mar Mediterraneo è una delle zone più colpite. Siamo passati dalle isole di plastica oceaniche (almeno cinque quelle conosciute) alla plastic soup del Mediterraneo, una zuppa di rifiuti che secondo l’Istituto di scienze marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Lerici avrebbe tra Toscana e Corsica la maggiore concentrazione: fino a 10 chili per chilometro quadrato, quattro volte quella oceanica. Nelle acque del Santuario Pelagos da anni si studiano gli impatti di questa minaccia sui cetacei perché quei frammenti entrano nella catena alimentare di balene, delfini e tartarughe, uccelli marini e grandi pelagici e, forse, in quella umana. Si tratta di polimeri di polietilene e dell’indistruttibile polipropilene, quello usato per fabbricare miliardi di tappi di plastica, ma anche vernici e poliammidi. A terra, il primo studio sulla Marine Litter realizzato da nove enti di ricerca di sette stati del bacino adriatico e ionico dipinge un quadro inquietante: ogni due passi fatti sulla sabbia si trova un rifiuto e nel 91% dei casi troviamo residui di plastica. Un dato ottenuto analizzando oltre 170 mila campioni raccolti in 18 chilometri di litorale. È il regno del fratino, il Charadrius alexandrinus, minuscolo limicolo nidificante sulle nostre spiagge, particolarmente protetto dalla Direttiva Uccelli. Scava piccole buche sulla sabbia, per costruire il suo nido e deporre le uniche tre uova che coverà per circa un mese, difendendole da possibili intrusi. Proprio come fa la tartaruga comune, la caretta caretta, regina delle spiagge mediterranee. Depongono le loro uova tra mozziconi di sigarette, bottiglie di vetro e resti di pakaging ma soprattutto circondati da tanta plastica, troppa. Una minaccia per le tartarughe, al limite dell’estinzione, anche in mare, poiché ghiotte di cefalopodi sono incapaci di distinguere un frammento di plastica da un calamaro. L’Italia negli ultimi anni sembra essersi resa conto della gravità di una situazione che fa della spazzatura marina «una delle principali minacce all’ecosistema». Se ne parlerà nel prossimo G7 Ambiente di Bologna, grazie ad un panel dedicato esclusivamente alla Marine Litter dal quale è emersa la necessità di coordinare e allineare gli obiettivi e i piani d’azione. Ma da dove arriva questo mare di rifiuti? Per la gran parte da terra, dalle buste di plastica, se ne fabbricano almeno 500 miliardi l’anno, ma anche da reti da pesca, ormai tutte in materiali resistenti e indistruttibili, boe, lenze, cassette e contenitori ed è paradossale ma vero, gli stessi pescatori che con la rete pescano rifiuti oltre ai pesci hanno difficoltà a smaltirli una volta a terra. Forse dovremo cominciare proprio da qui, dal ruolo che i portatori di interessi potrebbero svolgere, se incentivati e aiutati a farlo, e se è vero, come dicono alcune stime, che nel 2050 negli oceani ci saranno più rifiuti che pesci, forse non abbiamo alternative.

*presidente WWF Italia

2017-06-06T10:12:11+00:00