Speciale G7

REGNO UNITO SENZA LIMITI

DEBORAH BONETTI

UN RECENTE STUDIO ha rilevato come la Gran Bretagna sarebbe finora la nazione che con maggiore successo sarebbe riuscita a ridurre le quote di emissione di gas nocivi mantenendo al contempo la propria economia in crescita. Negli ultimi 25 anni dalla firma della convenzione ONU sul clima all’Earth summit di Rio, il Regno Unito avrebbe quindi dimostrato che si può ottenere armonia fra obiettivi economici e rispetto dell’ambiente, e sarebbe riuscita a ridurre la propria impronta di carbonio più di qualsiasi altra nazione del G7. Ma ora, alla vigilia del G7 di Bologna sull’ambiente, il paese si trova davanti ad un momento delicato per il settore e le difficoltà nascono soprattutto dalle proiezioni dell’impatto della Brexit, la procedura di divorzio dall’Unione Europea che la Gran Bretagna ha avviato quest’anno a marzo (dopo il referendum del giugno 2016). Nonostante le belle parole del ministro per l’ambiente Andrea Leadsom (tory) che ha enfatizzato come il paese potrà ora tornare ad un periodo di fulgore grazie alla rimozione delle “penalizzanti” leggi europee imposte all’industria ittica, all’agricoltura, agli allevamenti e all’industria casearia, c’è grande timore che il settore possa soffrire moltissimo dall’uscita dall’Unione Europea e che l’ambiente in particolare possa essere messo a rischio. L’80% delle norme “green” del paese vengono infatti da direttive comunitarie che in teoria dovrebbero venire assorbite dall’ordinamento nazionale ma che in pratica rischiano di essere diluite in modo deleterio. Caroline Lucas, unica parlamentare del partito dei verdi, ha avvertito che la Gran Bretagna sarebbe «completamente impreparata per uscire dall’Ue». La Lucas, che ha passato undici anni a Bruxelles come parlamentare europea per i verdi, ha dichiarato che la politica ambientale britannica contiene più di 1100 leggi dell’Unione Europea che dovranno essere assorbite dal sistema giuridico nazionale prima del distacco finale dall’Ue, e che il paese deve prepararsi ad affrontare «un cocktail tossico di minacce post-Brexit, in nome dello sviluppo economico».

NEL “GREAT REPEAL BILL”, annunciato dalla premier Theresa May, ovvero la legge di revoca e assorbimento delle normative Ue nella legislazione inglese, ci sarebbe inoltre la possibilità di una postilla sibillina, chiamata “la clausola di Enrico VIII” (quello delle sei mogli, ndr) che permetterebbe al governo di cambiare queste norme senza un voto in parlamento. Per evitare che ciò accada la Lucas ha proposto una “garanzia verde” per il paese – ovvero una promessa da parte del governo che le protezioni ambientali non verranno in alcun modo ridotte – e ha aggiunto: «La corsa ad ingraziarsi gli Stati Uniti, per esempio, per avere un qualsiasi tipo di accordo commerciale, presenta un grave rischio per l’ambiente perché i ministri potrebbero essere tentati dal diluire le regolamentazioni su tanti settori, come gli organismi geneticamente modificati, i pesticidi, gli ormoni animali… Potremmo vederci servire polli lavati al cloro e manzo gonfiato dagli ormoni (all’americana, ndr)».

IL WWF LE HA DATO manforte, con un portavoce che ha dichiarato: «Dal referendum sulla Brexit, il governo non ha fatto più nulla a livello ambientale. Aspettiamo ancora il piano ambientale venticinquennale, la legge sulle acque, il piano per la crescita pulita e il bando sul commercio dell’avorio. Intanto in questo paese sono in vero pericolo i limiti europei sull’inquinamento e sulla tutela dell’ambiente». Se poi ci si sposta al settore dell’agricoltura, si scopre grazie ad uno studio della Camera dei Lord che l’80% dei prodotti agricoli britannici verrebbe esportato all’Ue, tanto da far dichiarare al presidente della commissione, Lord Teverson, che «ci sono grandissimi sfide per il settore agricolo, in quanto solo recentemente è stata esposta la sua quasi totale dipendenza dal mercato unico». I Lord hanno proposto al governo un periodo di transizione “lungo” per dare al settore la possibilità di adattarsi alle nuove esigenze. E in Galles l’intero paese è in panico: il sindacato agricoltori ha infatti fatto sapere che «senza sussidi Ue, potrebbe crollare l’intera economia del paese». Infatti, nonostante il governo attuale abbia promesso di corrispondere agli agricoltori le stesse somme che prima ricevevano in sussidi dall’Ue, la misura sarebbe solo temporanea e l’incertezza rischia di mettere in ginocchio un intero settore dell’economia. Secondo gli esperti, quando la May si è vantata che, nei negoziati con l’Ue, «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo» non avrebbe tenuto conto di cosa questo significherebbe in termini di costi per le industrie legate all’ambiente. Niente accordo significherebbe un ritorno alle norme della World Trade Organization, con tariffe improponibili, ovvero fino al 30% di dazio su prodotti come latticini e bestiame.

INOLTRE È EMERSO negli ultimi giorni che, pur in uscita dall’Ue, la Gran Bretagna ha cercato di fare lobbying sugli altri paesi membri per indebolire la legge sull’efficienza energetica, riducendo i target imposti entro il 2030 e togliendo l’obbligatorietà della misura. A denunciare la tattica è stata Greenpeace, subito accusata di voler “screditare” il governo britannico in una fase delicata pre-negoziati Brexit.

2017-06-06T10:24:43+00:00