Speciale G7

USA, RICICLA ED EVITA GLI SCARTI

ELENA COMELLI

NON PIÙ USA E GETTA, ma usa e ricicla. Dopo la rivoluzione dei prodotti monouso, partita dalle lamette Gillette all’inizio del secolo scorso e oggi estesa a vaste fette del mercato dei beni di consumo, il pendolo torna indietro, verso l’economia circolare. La popolazione mondiale cresce al ritmo di 80 milioni di individui all’anno e potrebbe toccare gli 11 miliardi alla fine di questo secolo, dai 7,3 miliardi di oggi. L’ascesa sociale delle fasce più povere è ancora più rapida: da qui al 2030 ben 3 miliardi di nuovi consumatori entreranno nella classe media e spingeranno la domanda di beni e servizi a livelli senza precedenti. D’altro canto la coperta delle risorse è sempre più corta, perciò il sistema industriale deve ripensare i suoi modelli di produzione, in modo da entrare nel circolo virtuoso dell’economia rigenerativa, che trasforma i rifiuti in una risorsa.

SE NE PARLERÀ molto anche al G7 Ambiente di Bologna, perché mantenere il modello lineare, nella logica seguita finora di scavare, confezionare, consumare e buttare, significa confrontarsi con una sempre maggiore scarsità delle materie prime, che già oggi manifestano una preoccupante volatilità dei prezzi, con un incremento medio del 150% nell’ultimo decennio. Nel frattempo, però, i saperi si sono persi, la nonna non è più capace di rammendare i calzini e il riso non si compra più sfuso in grandi sacchi al mercato. Bisogna quindi ricominciare daccapo – facilitati dalle nuove tecnologie e dai nuovi materiali – a imparare le buone pratiche, partendo dalla fine vita dei prodotti e non dalla facilità di consumo, sia nei processi industriali che negli acquisti al supermercato: un impegno ormai richiesto dagli standard sempre più stringenti imposti all’industria, ma anche ai consumatori, che devono imparare a distinguere. Da qui, l’attualità crescente dell’economia circolare, unica strategia capace di rallentare la spoliazione delle risorse naturali del pianeta.

IL PROCESSO DI RIFORMA della politica europea in materia è partito a metà marzo, con l’approvazione in Parlamento Europeo di un pacchetto legislative sull’economia circolare. Il pacchetto, adottato grazie all’impegno della relatrice Simona Bonafè, migliora notevolmente la proposta del 2015 fatta dalla Commissione, in particolare per il target di riciclo dei rifiuti solidi urbani, innalzato al 70% entro il 2030, con la conseguente riduzione al 5% dei rifiuti che finiranno in discarica. Il raggiungimento di questi obiettivi consentirebbe di creare 580mila nuovi posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee. I posti di lavoro potrebbero crescere sino a 870mila se all’obiettivo del 70% di riciclo si accompagnassero misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento e nel tessile. In base alle stime della Fondazione Symbola, in Italia sono in gioco almeno 190mila nuovi posti di lavoro.

LA VERA CIRCOLARITÀ non comporta infatti solo il diligente riciclo dei materiali di scarto nelle diverse fasi di produzione, ma punta a evitare il più possibile gli scarti, riducendo così il flusso di materie prime e di risorse naturali in entrata nel sistema economico. Si tratta di pensare i prodotti e i servizi in funzione di un efficace riutilizzo, a partire dal progetto iniziale, puntando a superare le perdite di efficienza causate dalla fuoriuscita dal sistema produttivo di materiale potenzialmente ancora utile e valorizzabile. Le sostanze tossiche, oggi usate a piene mani nel manifatturiero, sono il problema principale da risolvere nella riconversione dei processi industriali verso la circolarità. Chi entra nell’ottica della produzione rigenerativa deve creare dei prodotti senza sostanze tossiche, che si possano facilmente disassemblare per riutilizzarli. Non è un processo facile e comporta la costruzione di una nuova catena di fornitori, basata sulle risorse presenti sul territorio, in cui tutti i materiali usati per i nuovi prodotti abbiano già avuto una vita precedente. Paradossalmente, quando saremo arrivati a un’economia veramente circolare, il settore del riciclo comincerà a calare invece di crescere. È una meta ancora molto lontana.


L’ITALIA ESCA ALLO SCOPERTO CAPOFILA IN EUROPA E IN AIUTO DELLE IMPRESE

ROSSELLA MURONI*

L’ECONOMIA CIRCOLARE è ormai sulla bocca di tutti e sentiamo ogni giorno che i governi europei si impegnano a ridurre i rifiuti in modo da intercettarne i benefici economici. Questo almeno a parole poiché ciò che accade nei negoziati, dietro le porte chiuse, è talvolta una storia completamente diversa. Attualmente le proposte in discussione rientrano in tre principali direttive UE: la direttiva sui rifiuti, la direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio e la direttiva sulle discariche. Si stima che una transizione completa a un’economia circolare, oltre alle proposte attualmente in discussione a Bruxelles, potrebbe generare risparmi di circa 2mila miliardi di euro entro il 2030. Ciò equivale a un aumento del 7% del PIL dell’UE, con un aumento dell’11% del potere d’acquisto delle famiglie e 3 milioni di nuovi posti di lavoro supplementari. Si tratta di disegnare un nuovo modello economico, crederci, supportarlo, favorire aziende che su questo investono e creano economia. Le proposte già approvate dal Parlamento europeo nel marzo scorso prevedono obiettivi ambiziosi: 70% del riciclo per i rifiuti urbani e 80% per gli imballaggi; target per la preparazione al riutilizzo; un incremento della raccolta differenziata per tutte le tipologie di rifiuti, ed in particolare un obbligo generalizzato di separazione della frazione organica; nuove norme a livello europeo per la responsabilità del produttore e obiettivi di prevenzione al 2030. L’ambiziosa riforma però è a rischio. Se nelle negoziazioni prevarrà la posizione conservatrice di diversi Paesi, infatti, la transizione verso l’economia circolare nei prossimi anni sarà molto probabilmente in stallo. Questo è quanto emerge dall’indagine a livello europeo guidata da European Environmental Bureau (EEB), Friends of the Earth Europe and Zero Waste Europe, a cui ha contribuito anche Legambiente. In particolare le associazioni hanno inviato un questionario agli stati membri per valutare se sosterranno le proposte chiave per rafforzare la politica europea sui rifiuti, nei negoziati che si svolgeranno a Bruxelles nelle prossime settimane. I Paesi che rifiutano categoricamente gli obiettivi più ambiziosi del pacchetto sono Ungheria, Lituania e Lettonia. Repubblica Ceca, Italia, Svezia, Portogallo, Lussemburgo e Slovacchia sono a favore di un obiettivo di riciclo del 65% ma sono piuttosto restie su altre misure prioritarie. Il Regno Unito, la Germania, la Polonia, l’Irlanda, la Slovenia e la Croazia invece non hanno voluto condividere la loro posizione, in contrasto con la posizione progressiva e trasparente adottata dal Parlamento europeo. Nelle fila dei supporter di una politica ambiziosa sui rifiuti e l’economia circolare, troviamo alcuni Paesi del Sud Europa, come la Grecia e la Romania, nonché la Spagna, che stanno chiedendo un maggiore sostegno al riciclo, alla prevenzione dei rifiuti, alla preparazione al riutilizzo e alla migliore raccolta differenziata. Altri paesi che sostengono le riforme sono la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi. E l’Italia? Il nostro Paese ha dichiarato che supporterà, in fase di negoziato, i target di riciclo proposti dalla Commissione, i requisiti minimi riguardo la responsabilità estesa al produttore e l’obbligo di raccolta differenziata per la frazione organica dei rifiuti urbani. Al tempo stesso non supporta i target specifici per la preparazione al riutilizzo dei rifiuti urbani e non ha preso posizione riguardo i target di prevenzione dei rifiuti (al 2025 e al 2030) e l’obiettivo di almeno il 10% di riutilizzo di imballaggi. Il governo italiano purtroppo sta svolgendo un ruolo di retroguardia, in contrasto con gli interessi nazionali, nonostante oggi il Paese abbia tutte le carte in regola per fare da capofila nell’Europa dell’economia circolare, come dimostrano le aziende campioni della circular economy made in Italy che Legambiente ha premiato a Bruxelles lo scorso 24 aprile. Inoltre è bene considerare che questa riforma, se ambiziosa, sarebbe una manna per le aziende italiane visto che siamo leader in Europa per know-how e tecnologie su riciclo e riuso e abbiamo alcune esperienze di gestione dei rifiuti tra le migliori a livello internazionale, come Milano o Treviso. È fondamentale che in sede di Consiglio l’Italia sostenga una riforma ambiziosa della politica comune dei rifiuti. Il nostro governo deve fare la sua parte, per supportare le decine di aziende, imprese ed esperienze che già oggi praticano l’economia circolare e per far in modo che in Europa e nel nostro Paese si realizzi quella che è una strategia moderna e sostenibile per uscire dalla crisi, senza nascondersi dietro le posizioni di retroguardia di alcuni Stati membri che contrastano gli obiettivi sostenuti dal Parlamento.

*presidente nazionale di Legambiente

2017-06-06T10:32:56+00:00