La seconda vita di Lauda

Nel ’76 tornò in gara dopo il Nurburgring proprio a Monza

Nessuno si aspettava un recupero in tempi così brevi: la Ferrari fu addirittura costretta a schierare tre vetture, con Reutemann e Regazzoni

di Leo Turrini

L’edizione più famosa del Gran Premio d’Italia di Formula Uno, curiosamente, non reca il nome di un ferrarista sul gradino più alto del podio. Eppure, è difficile immaginare, nella storia di Monza, un giorno… più Rosso del 12 settembre 1976. Quella domenica, a vincere fu il bravissimo svedese Ronnie Peterson, al volante di una March Ford. Ma la gente, tantissima gente, impazzì per il Cavallino. In un delirio di emozioni irripetibili. Accadde quanto segue. All’inizio di agosto, sul vecchio tracciato del Nurburgring, Niki Lauda, campione del mondo in carica, rischiò di morire nel rogo della sua Ferrari. Le immagini di quell’incidente sono spaventosamente indimenticabili per tutti: anche per chi non le vide dal vivo, in diretta, ma solo in tv. Un incidente destinato a far parlare di sè per tantissimo tempo. Fu tratto in salvo dall’eroismo del collega Arturo Merzario, che non esitò a gettarsi tra le fiamme. Lauda rimase in pericolo di vita per una settimana e un suo ritorno alle corse sembrava altamente improbabile. Così, in previsione del Gran Premio d’Italia, il Drake decise di affiancare a Clay Regazzoni, compagno di Niki, l’argentino Carlos Reutemann. Tutto a posto? Per niente! Sfidando il parere contrario dei medici, ai primi di settembre Lauda si presentò a Fiorano. Chiese ad un incredulo Enzo Ferrari di poter provare la monoposto. E alla fine del test annunciò di essere pronto a correre a Monza! A questo punto, la casa di Maranello fu costretta a chiedere una deroga alla federazione internazionale: al Gran Premio d’Italia avrebbero partecipato tre Rosse. Non sarebbe capitato mai più nella storia della Formula Uno. Ma quella occasione era talmente speciale ed emotivamente forte che era possibile anche fare una eccezione: per una volta i regolamenti si adeguarono alla storia e non viceversa come ahimè ci tocca di vedere spesso ai giorni d’oggi. Comunque, la Storia quella con la S maiuscola fatta di personaggi straordinari e di eventi indimenticabili, si compì veramente e il popolo visse l’arrivo di Lauda a Monza alla stregua di una modernissima, pagana resurrezione. L’entusiasmo dilagò incontenibile il giorno della corsa. L’austriaco sbagliò partenza, ma poi si rese protagonista di una rimonta formidabile, che lo portò a concludere il Gran premio al quarto posto. Clay Regazzoni si classificò secondo, alle spalle di Peterson. Carlos Reutemann concluse nono. Ma il vincitore per tutti era una solo e, anche a voler tributare tutti i meriti a Peterson, gli occhi di tutti erano solo ed esclusivamente su Lauda. Quante volte, rivedendo «Rush », è come se rivivessimo quei giorni per la prima volta: è il potere unico delle situazioni incredibili, che sembrano magicamente dividersi tra realtà e soprannaturale. E se una volta ancora ci dicono di rivedere «Rush », ancora proviamo le stesse amozioni della prima volta. Fu comunque una domenica indimenticabile. Nonché, s’intende, assolutamente irripetibile.


L’INCIDENTE

L’auto in fiamme al secondo giro

Il 1° agosto 1976 al Nurburgring Niki Lauda fu vittima al secondo giro di uno dei più clamorosi incidenti della storia della F1. La sua Ferrari sbandò in curva e toccò il guard-rail, rimbalzando in pista e prendendo immediatamente fuoco: Guy Edwards riuscì ad evitarla, mentre Harald Ertl e Brett Lunger la colpirono in pieno. Nell’impatto Lauda perse il casco. I tre piloti scesero dalle loro vetture e riuscirono a estrarre Lauda dal relitto della vettura, aiutati anche dal sopraggiunto Arturo Merzario, che si era fermato appena visto l’incidente.