Schumi rompe il digiuno
A Suzuka nel 2000 la Rossa riconquista il titolo dopo 21 anni

Gara senza respiro fino all’ultimo metro, con un colpo da maestro Michael tagliò il traguardo per primo piangendo sotto il casco

di Leo Turrini

8 ottobre 2000. È una data spartiacque per intere generazioni di ferraristi. La fine di un incubo. L’inizio di un periodo glorioso. 8 ottobre 2000. Sul meraviglioso circuito di Suzuka, in Giappone, era in calendario il penultimo Gran Premio della stagione. Arrivai in estremo oriente partendo da Sydney: avevo appena finito di raccontare per i miei lettori una delle più belle edizioni dei Giochi Olimpici. Dopo tre settimane in Australia, non mi sarebbe dispiaciuto tornare a casa. Ma sapevo di avere un appuntamento con la Storia. Con la maiuscola. La Ferrari digiunava da oltre vent’anni. Esattamente dal 1979. Era ancora vivo il Drake quando il sud africano Jody Scheckter, supportato dal leale compagno Villeneuve, si era aggiudicato il titolo iridato in un pomeriggio assolato in quel di Monza. E nessuno, nel 1979, avrebbe osato immaginare che stava per iniziare una estenuante traversata del deserto. Dopo, c’erano state soltanto le parziali soddisfazioni della Coppa Costruttori nel 1982 e 1983. Per il resto, zero. La tragedia aveva spezzato i sogni di Villeneuve. Un terribile incidente aveva interrotto la carriera di Pironi. Erano falliti i tentativi di Michele Alboreto, di Nigel Mansell, di Alain Prost. La Ferrari si era infilata in un tunnel apparentemente senza sbocco. Poi nel 1996, otto anni dopo la scomparsa del fondatore, il presidente Montezemolo aveva convinto Michael Schumacher a trasferirsi in Italia. Il tedesco era venuto a cambiare la mentalità della squadra, mandando in soffitta la rassegnazione. Ma che fatica! Nel 1997 e nel 1998 Schumi perse il campionato all’ultima gara. Nel 1999 lo schianto di Silverstone obbligò Michael a passare il testimone al gregario irlandese Irvine, anche lui sconfitto all’ultima tappa.
Contro la maledizione, Schumacher sapeva di poter contare su un gruppo di numeri uno: il francese Jean Todt alla guida del reparto corse, il britannico Ross Brawn nei panni del direttore tecnico, il sud africano Rory Byrne come progettista, l’italiano Paolo Martinelli come responsabile dei motori. Ma la sfida restava durissima. La McLaren del finlandese Hakkinen, spinta dal motore Mercedes, non era inferiore alla Rossa. Schumi aveva preso un buon vantaggio a primavera, ma il nordico, che era il detentore del titolo, aveva rimontato in estate. Tutto si sarebbe deciso in autunno: a Suzuka, una volta ancora.
In Giappone, il ferrarista si presentò con un margine di otto punti. Per il meccanismo dei punti in vigore allora, Michael avrebbe festeggiato la fine dell’incubo se avesse vinto la gara. Facile dirsi. Difficile a farsi. Al sabato, in qualifica, il tedesco firmo’ la pole per appena nove millesimi. Hakkinen era in agguato e infatti alla partenza scattò al comando. Ricordo benissimo la crudele tensione in sala stampa e ai box. I due fuoriclasse del volante viaggiavano sullo stesso ritmo, eccezionale. Era un testa a testa selvaggio, senza sconti e senza appello. Dopo il primo cambio gomme, Hakkinen era ancora il leader. Ma Schumi teneva in serbo il colpo da maestro: ritardò la seconda sosta, fece un miracolo a dispetto della usura delle ruote e tornò in pista davanti all’asso della McLaren! Il finale fu una agonia. I ferraristi, compreso me, non riuscivano più a seguire le immagini sui monitor. Ventuno anni di delusioni erano un macigno che pesava sui nostri cuori. Come Dio volle, Schumi rimase lucido. Tagliò il traguardo piangendo sotto il casco. Era stata una sofferenza anche per lui. Mika Hakkinen, battuto per poco più di un secondo, fu il primo a complimentarsi con il successore sul trono iridato. 8 ottobre 2000. Ventuno anni in un sospiro. A pensarci adesso, nei giorni del Gran Premio numero 1000, viene voglia di fare coraggio a chi, nel presente, aspetta il titolo mondiale a Maranello dal 2007…