Un campione che non vince

Era alla pari con Vettel e Verstappen, ora soffre in Renault

In fondo Enzo Ferrari lo aveva scritto già quasi mezzo secolo fa. A parere del Drake di Maranello, se nella… preistoria delle corse il rapporto tra uomo e macchina stava cinquanta e cinquanta, beh, già negli anni Ottanta del secolo scorso la bilancia si era spostata. Novanta per cento a favore della tecnologia, nella determinazione del risultato in pista. Il pilota contava per il dieci, non di più. Figuriamoci oggi, nel 2020. Esempio classico di questa sproporzione è la figura di Daniel Ricciardo. Indiscutibilmente uno dei personaggi più originali del Circo. Bravo come pochi nell’abitacolo di una monoposto. Capace di realizzare sorpassi con manovre da urlo. E ancora: l’australiano di remote radici italiane sfugge alla definizione classica del driver contemporaneo. Ricciardo non è un musone, non si lascia condizionare dalle pesanti esigenze di marketing, si è sempre sentito libero di manifestare la sua allegria. E non è quindi un caso che compaia anche spesso come testimonial pubblicitario, grazie al suo sorriso. Di più. Sulla base dei risultati che ha ottenuto in pista, Ricciardo non ha paura del confronto diretto. Nel primo periodo in Red Bull, ha sostanzialmente vinto il duello in famiglia con Seb Vettel, che pure con i Bibitari si era laureato per ben quattro volte campione. Dopo di che l’oriundo certo non ha perso il confronto con Max Verstappen, che dai Bibitari medesimi era ed è amato come una sorta di divinità. Ma proprio a questo punto scatta l’anatema del Drake. Non potendo più coabitare con l’Olandese Volante, il sorridente Ricciardo è stato costretto a fare la valigia. In Renault, ha trovato un grande costruttore pronto a garantirgli un lauto stipendio. Il problema è che il colosso francese, almeno fin qui, non ha saputo offrire a Daniel una vettura sufficientemente competitiva. E non a caso, in tempi di pandemia, Ricciardo ha annunciato che a fine 2020 si trasferirà in McLaren. Così, la Formula Uno ha smarrito un potenziale protagonista. Ricciardo non si batte più per le vittorie. Rema spesso nelle retrovie. Soffre, si batte e si sbatte. A futura memoria. Con la McLaren nel 2021.


IL NUMERO

7

Le vittorie in F1 di Ricciardo, tutte con la Red Bull

Vincere a Montecarlo non è cosa da tutti: per Daniel Ricciardo, australiano di lontane origini messinesi, quello ottenuto nel 2018 è però anche l’ultimo dei sette successi in gran premi di Formula Uno, tutti ottenuti con la Red Bull.


Un talento da «mi manda papà»

Il padre compra la Mercedes 2019 per dargli una vettura super

Sono sempre affari di famiglia. Senza scomodare certi vecchi film, le suggestioni hollywoodiane si adattano magnificamente alle simpatiche vicende di Stroll padre e Stroll figlio. Questa storia comincia una decina di anni fa. Quando la Ferrari comunica che nella sua neonata Driver Academy ha trovato posto un ragazzino canadese. Lance Stroll. L’adolescente si diverte con il kart e pare bravino. Del tutto casualmente, in coincidenza con l’annuncio di Maranello la multinazionale controllata dal padre dell’aspirante fenomeno diventa sponsor della Rossa. Passano un po’ di anni. Stroll junior li spende studiando l’arte della guida, seguito dai bravi ingegneri del Cavallino. Non che sia negato. Eppure, i tecnici italiani arrivano alla conclusione che il piccolo Lance non possa aspirare al volante di una monoposto che, nella storia, è stata affidata a Schumi, a Lauda, ad Ascari, a Villeneuve, a Raikkonen… Chiusa la parentesi Ferrari, il papà di Stroll che fa? Semplice: diventa azionista della Williams, nobile gloriosa decaduta. Sempre del tutto accidentalmente, la Williams a chi affida il sedile? A Stroll figlio. E per fare in modo che al pupo nulla manchi, il genitore convince Luca Baldisserri, il celebre ingegnere di pista di Schumi, a lasciare Maranello per seguire l’ex kartista nella nuova avventura. Lance combina alcune cose buone. Non è un fuoriclasse, ormai si è capito. Ma fin quando ci sarà qualcuno che paga, un posto per lui ci sarà sempre. In Williams sospettano che forse non sia impossibile individuare un pilota all’altezza delle qualità di Stroll junior. Oppure Stroll senior ritiene sia il caso di dirottare altrove la sua passione di affezionato investitore. Dunque, sapendo che la Force India non stia navigando in buonissime acque, beh, si compra il team. Lo ribattezza Racing Point e, indovinato?, la squadra chi ingaggia come pilota? Ma Stroll figlio. Del tutto irrilevante è il fatto che il suo compagno, Perez, vada decisamente più forte. Quisquilie e pinzillacchere, per dirla con Totò. Negli ultimi test di Barcellona, la Racing Point è andata più forte persino della Ferrari. Motivo? Gli osservatori neutrali hanno notato che la macchina di Stroll junior somiglia spaventosamente alla Mercedes, di cui già utilizza la power unit. È proprio una copia. Come è stato possibile? Boh, anche se di voci curiose ne girano parecchie. E c’è un ultimo tassello. Recentemente Stroll padre ha acquisito il controllo del prestigioso marchio Aston Martin. Ha già annunciato che dal 2021 la Racing Point cambierà nome un’altra volta: ci sarà la Aston Martin in Formula Uno. È la macchina di James Bond, l’agente 007. Scommettiamo che la guiderà Lance Stroll?


IL NUMERO

62

I Gp già disputati da Stroll a 21 anni in tre Mondiali

Un solo podio, in Azerbaigian nel 2017, a fronte di ben 62 gran premi disputati: ha debuttato in Formula Uno nel 2017 e da allora non è andato oltre un 12° posto (sempre nel 2017) come risultato finale. L’anno scorso ha chiuso al 16° posto.