Idolo e guida, Lewis come Ali

Cerca il record di Schumi e lotta per i diritti di piloti e cittadini

di Leo Turrini

Lewis Hamilton sapeva già di essere un leader, prima di questo disgraziato 2020. Parlavano per lui i numeri, i sei titoli mondiali vinti, gli ultimi tre consecutivi. Al netto di qualunque mancanza di rispetto nei confronti dei contemporanei, evidente suonava il suo continuo riferimento ai Miti del passato. Senna, l’idolo. Schumi, l’uomo dei record, sempre più vicini per l’asso della Mercedes. Ma nel frattempo sono capitate due cose. Il 12 marzo scorso, quando l’intera Formula Uno assurdamente si era radunata in Australia pretendendo di ignorare il virus, era stato Lewis a parlare con franchezza: «Non capisco cosa ci facciamo qui a Melbourne mentre il mondo è spaventato da una minaccia sconosciuta ». Poi c’è stato il riesplodere della questione razziale negli Stati Uniti e ancora Hamilton non si è sottratto alle responsabilità. Sui social ha preso posizioni chiarissime e durissime, raccontando le umiliazioni subite nell’infanzia e nella adolescenza a causa del colore della pelle. Un atteggiamento alla Muhammad Ali, il pugile simbolo del Novecento, con tanto di sollecitazione ai colleghi piloti perché uscissero dal silenzio, unendosi in una battaglia di civiltà. La Fia, la federazione internazionale dell’automobilismo, lo ha ascoltato, annunciando iniziative. Detto tutto ciò, resta in sospeso una domanda inespressa. Quanto interessa ancora, al sei volte iridato, la dimensione del driver? Che cosa c’è di vero nelle voci che lo vogliono prossimo all’addio alle competizioni? Forse niente. Hamilton ama il mestiere che fa. Ha debuttato nei Gran Premi nel remoto 2007. Me lo ricordo, timido ma non debole, subito pronto a giocarsela in McLaren contro un certo Alonso. Che preferì darsela a gambe pur di non confrontarsi con quell’indemoniato. È passata una vita. Hamilton ha impresso il suo sigillo ormai su un paio di generazioni. Ha vinto il duello con Vettel. E ha quasi invocato una sfida nuova: con Verstappen e Leclerc, che sono molto più giovani di lui e che sono cresciuti coltivando il desiderio di porre fine al monopolio del Re caraibico. Tutto sommato, non saranno gli stimoli a mancare al campione in carica. Batterlo sarà difficilissimo.
Basta saperlo.


IL NUMERO

84

I Gran premi vinti: secondo nella storia al solo Schumi (91)

In 13 stagioni disputate in F1 Lewis Hamilton si è aggiudicato almeno una gara e una pole position durante il mondiale, unico pilota ad esserci riuscito. Quest’anno dà la caccia al record di mondiali vinti (7) e di Gp vinti (91), entrambi di Schumi


Il predestinato

L’Honda d’urto dell’olandese

Attacca tutti, ma col motore giapponese c’è un talento super

La prima volta che mi vennero a parlare di lui stentavo a credere a quanto mi veniva detto. Eravamo nel 2015. Luca Baldisserri, già ingegnere di pista di Michael Schumacher e all’epoca responsabile della Accademia Ferrari per aspiranti piloti, assunse un tono da oracolo. «Il nuovo Fenomeno del volante sta arrivando – disse il Baldo -. È un monello olandese. Si chiama Max Verstappen ed è il figlio di Jos, che fu compagno di squadra di Schumi alla Benetton. Max è un allievo della scuola Red Bull. L’ho visto guidare nei test che allestiamo qua e là per i ragazzi che promettono bene. E lui è un talento naturale pazzesco». Max doveva ancora esordire in F1. Lo fece di lì a poco con la Toro Rosso, per essere rapidamente promosso dai Bibitari nel team principale. E con la Red Bull vinse al primo colpo, a Barcellona nel 2016, tenendosi dietro fino alla bandiera a scacchi la Ferrari di Raikkonen. Laconico come sempre, il veterano Kimi così commentò: «Beh, guida decisamente meglio di suo padre!».

LA MANIA. In nome di Max, l’intera Olanda si è trasformata in un popolo di fanatici dell’automobilismo. Su ogni circuito, orde di tifosi lo seguono colorando di arancione le curve. Non solo: a Zandvoort erano pronti per un Gp, ma la pandemia ha imposto il rinvio al 2021.

I LIMITI. Tutto per lui, tutto per Max. Domanda: è giusto? Risposta: sì, perché aveva ragione Luca Baldisserri, stiamo parlando di un campione. Verstappen ha la sfrontatezza del predestinato, accompagnata dalla consapevolezza di non essere inferiore a nessuno. Neppure a Hamilton, che cordialmente detesta. I difetti del personaggio non appartengono allo stile di guida, che rasenta la perfezione. No: i dubbi che ancora circondano Max riguardano la sua capacità di controllare istinti e parole. Per dire, le sue accuse da querela per faccende di motore hanno indispettito la Ferrari, allontanando nel tempo un possibile sbarco in Italia. Le ruvidezze verbali nei confronti di Hamilton («Non è un Dio, vorrei vedere come se la caverebbe se io avessi una macchina competitiva come la sua») non lo rendono popolare in Mercedes. E resta da comprendere come Max reagirà se e quando sarà in lotta per il titolo, punto su punto. Finora non gli è mai capitato. Decidendo di restare fedele alla Red Bull (contratto a scadenza 2023), l’olandese volante ha scommesso sul motore Honda. Chissà come si dice “banzai” nella lingua di Gullit e Van Basten.


IL NUMERO

18

L’età della sua prima vittoria in un GP: è record

Verstappen nel 2016 ha battuto di quasi due anni e mezzo il record di precocità di Vettel, prima di lui il più giovane a vincere un Gp. E l’olandese quest’anno può ancora sperare di battere il primato di Seb anche nella conquista del titolo iridato.