Dottorcosta: «Finalmente è tornata la magia»

Medico e confidente, al fianco di piloti leggendari: «Gareggiare oggi è surreale, ma Imola merita di ospitare di nuovo un Gran premio»

di Francesco Moroni

Dottorcosta, un nome che si presenta da solo. Come sta vivendo il ritorno della Formula Uno a Imola? Quali pensieri, suggestioni, ricordi le vengono in mente?
«Quello dell’autodromo è sempre stato un grande circuito, ma io sono di parte… (sorride, ndr)». Claudio Costa, 79 anni di cui gran parte spesi per le corse ad alta velocità e i motori, spesso amico e confidente dei grandi piloti entrati nella storia oltre che medico e fondatore della leggendaria Clinica mobile, può descrivere come pochi altri cosa significhi per Imola tornare ad ospitare l’evento automobilistico più importante del mondo. A casa sua.
È di parte, ci diceva.
«L’ha creato mio padre, obiettivamente sono cresciuto considerando l’autodromo come un fratello. Qui hanno preso vita le più belle corse di moto e alcuni tra gli eventi di automobilismo passati alla storia. Questo ritorno ci riempe di orgoglio».
Un riconoscimento per l’Enzo e Dino Ferrari, ma anche per la città.
«Credo e spero, indipendentemente dalla pandemia, che il Gran premio dell’Emilia Romagna possa rimanere nel calendario anche i prossimi anni. Imola se lo merita».
Lei conosce bene i piloti, avendo aiutato alcuni tra i più grandi a rialzarsi dopo essere caduti. Che sapore ha secondo lei correre una gara ai tempi del Covid?
«È surreale, inreale, disreale oserei dire. Tutto viene snaturato nelle nostre vite e lo sport non è da meno».
In che modo, nello specifico?
«L’uomo è per definizione un animale sociale, anche quando nasce solo: la socialità è una caratteristica intrinseca dell’animo e della psiche. Quindi ritrovarsi in famiglia, nei luoghi pubblici o in vacanza, in questo momento è più diverso che mai, ed è lo stesso per corse e per le competizioni. Viene sovvertito un fondamento, un aspetto che qualunque sportivo soffre senza ombra di dubbio».
Il Gran premio è privato di una parte del suo fascino, quindi?
«Non è che venga meno la sua importanza, ci mancherebbe, ma ovviamente non può che essere diverso rispetto a quello cui siamo abituati».
Una grave perdita sia per chi gareggia, sia per chi assiste. Negli ultimi mesi abbiamo vissuto diversi eventi senza spettatori.
«Mi viene in mente una metafora: ognuno di noi ha un nome per essere riconosciuto ancora prima di mostrarsi: lo sport, senza pubblico, perde un pezzo vitale e fondamentale di sé».
Per Imola, però, si tratta di interrompere un digiuno durato 14 anni. Un tempo lunghissimo.
«E ne siamo davvero felici, come ho detto: la città è in festa. Poi, certamente, ci sarà chi è più felice e chi meno, o chi non lo è per nulla. Ma io sono dell’idea che sia un avvenimento così importante che sarebbe bello che qualcuno abbassasse i toni e deponesse per un attimo le armi verso l’autodromo, riconoscendone l’importanza e la caratura mondiale che molti ci invidiano».


LA CLINICA MOBILE

Passione e intuizione per cambiare la storia

Spesso sono le intuizioni più semplici a fare la storia, spinte sempre da una grande passione: è stato così per la Clinica mobile, che ha preso vita dalla volontà del Dottorcosta di fornire assistenza ai piloti che subivano rovinose cadute direttamente in pista, evitando una corsa frenetica all’ospedale e una lunga trafila che spesso poteva portare a un infortunio permanente o, ancora peggio, a perdere la vita. Una squadra di specialisti, rianimatori, anestesisti disseminati lungo il tracciato, per dare vita a una sala operatoria sempre attiva. Nata nel 1977, oggi ha sede a Parma.


«Io, Barrichello e Antonacci. Quanti ricordi»

Feste, motori e l’appassionato tifo Ferrari. Le polaroid di Gianni Mezzetti, tra i fondatori dello storico fan club del pilota brasiliano

di Gabriele Tassi

Mettete insieme su un palco Rubens Barrichello e Biagio Antonacci. Poi dategli in mano un microfono e aspettate. Nel 2004 finì che si misero a cantare insieme sulle note di ‘Convivendo’ il singolo lanciato in quegli anni dal cantautore milanese. A una delle tante feste del Barrichello fans club succedeva anche questo, si mischiavano, musica, divertimento e motori. In quella serata alla discoteca Vie en Rose di ormai 16 anni fa si ricordava la tragica scomparsa di Ayrton Senna, nel decennale dello sfortunato incidente datato primo maggio 1994, in cui perse la vita alla curva del Tamburello. Un anno simbolo il ‘94 anche per Gianni Mezzetti, che nel weekend più sciagurato di sempre per la Formula 1, proprio dopo il primo incidente di Rubens, decise di fondare il Barrichello Fans Club, una cerchia di amici, tra i quali c’era anche il nostro fotografo Marco Isola, ancora meglio, di aficionados, che da quell’anno in avanti cominciarono anche a raccogliere fondi da destinare in beneficenza al comitato Sao Bernardo, paladino di bambini e donne in difficoltà. Il bello è che Barrichello era praticamente sempre presente (assieme alle ballerine brasiliane) allo stand del club in viale Dante, tanto che fino a un anno fa, nella storica paninoteca ‘Popeye’ di Mezzetti faceva ancora bella mostra di sé la tuta rosso Ferrari del pilota brasiliano, un vero e proprio cimelio dal valore affettivo inestimabile, lasciata dal campione verdeoro in eredità al club. «Qualche volta me la sono pure infilata – ammette Gianni -, ma solo per provare qualche istante l’emozione, in fondo, appartiene a tutti noi tifosi, non è solo mia». E in effetti sopra c’è – scritta a pennarello – la dedica di Rubens: «A Gianni, Marco (Isola, il fotografo, ndr) e a tutto il fan club. Um abraço». Metà italiano e metà portoghese, per sancire ancora di più quel sodalizio praticamente inossidabile fra la città e il circus della Formula 1. Ricordi che si susseguono negli anni, passando per esempio per il 2002, «quando alla festa organizzata sulla terrazza dell’Autodromo – prosegue Mezzetti -, ci raggiunsero in elicottero Rubens e Felipe Massa, il quale, dopo qualche anno, sarebbe finito anche lui in Ferrari ». Oggi, la storica paninoteca Popeye di Gianni (aperta proprio in quel 1979, il primo anno della Formula 1) è chiusa, al suo posto, il ristorantino del figlio Mattia. Il nome è rimasto uguale «perché alle barche non si cambia, porta male» ripete sempre Mezzetti, ma il gusto degli anni d’oro della Formula 1 resta qualcosa di inesauribile. «Non avrà lo stesso aspetto, con i chioschetti dei panini fuori dai locali e le spine della birra sotto i gazebo, la marea di persone, quasi tutte vestite di rosso che attraversano viale Dante, ma il sapore, il suono delle marmitte e l’odore di gomma bruciata sono sensazioni che non si dimenticano. E non muoiono mai».