Clima e parità di genere: obiettivi lontani
«Mancano dieci anni, servono investimenti»

Daniela Bernacchi guida il Global Compact Network

«Per raggiungere i target dell’Agenda Onu
Servono ancora 2.500 miliardi di dollari
Fondamentale il ruolo delle imprese»

di Elena Comelli ROMA

Mancano solo dieci anni. Un decennio per centrare i diciassette obiettivi Onu dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

«Ma siamo ancora molto distanti», conferma Daniela Bernacchi, da due mesi segretaria generale del Global Compact Network Italia, la fondazione che ha il mandato dalle Nazioni Unite di coordinare e promuovere a livello nazionale il grande progetto di sviluppo mondiale. Quali sono gli obiettivi da cui siamo più distanti?

«Rischiamo di mancare di molto l’obiettivo sul clima. Come ha fat to notare l’ultimo rapporto dell’Unep, l’agenzia dell’Onu per l’ambiente, invece di diminuire le emissioni continuano ad aumentare, dell’1,5% all’anno nell’ultimo decennio, e se non cambiere mo traiettoria la Terra è diretta verso un aumento delle temperature di 3,2 gradi centigradi rispet to ai livelli pre-industriali, ben oltre il limite dei 2°C posto dall’Accordo di Parigi sul clima. Anche la parità di genere è lontanissima: a questo ritmo ci metteremo 202 anni per raggiungerla. Sulla salute, il 90 per cento dei bambini continua a respirare aria tossica. Sulla fame, ci sono ancora 820 milioni di persone che vanno a dormire affamate. E le disu guaglianze crescono invece di calare”.

La sfida delle disuguaglianze è correlata anche al clima.

«Certamente. L’emergenza climatica sta facendo crescere i migranti per i grandi eventi catastrofici dovuti al riscaldamento globale. Nel 2017 ci sono stati 60 milioni di migranti nel mondo, nel 2019 erano già 70 milioni. In soli due anni il fenomeno è cresciuto con dieci milioni di persone in più che si sono spostate dalla loro terra. Spesso sono movimenti che interessano i Paesi limi trofi, concentrati in Africa e in Asia, ma una parte di questi migranti arriva anche nel mondo industrializzato”.

Con le conseguenze che conosciamo.

«Dappertutto questi movimenti incidono sull’aumento delle disu guaglianze, ma in Occidente catalizzano anche le frustrazioni delle popolazioni locali, scatenando le reazioni dei sovranisti e della politica che sfrutta le paure della gente. In particolare in Italia, dov’è più alto il numero dei giovani Neet, che non studiano né lavorano e si sentono esclusi dalla società”.

Cosa manca per procedere sulla strada giusta?

«Gli investimenti. Per raggiungere i 17 obiettivi bisognerebbe investire 3.900 miliardi di dollari. 1.400 miliardi sono già stati investiti, ma ne mancano 2.500. Que sto è il problema principale”.

Si fanno passi avanti?

«Certamente. Nell’agosto scorso, alla Business Roundtable che riunisce ogni anno quasi 200 am ministratori delegati delle più importanti multinazionali del mondo, è stato detto chiaramente che l’obiettivo delle grandi azien de non può più essere soltanto fa re utili per gli azionisti, ma dev’es sere anche investire nella sosteni bilità e restituire una parte dei propri guadagni alla società. Questo è molto importante, perché solo loro hanno le risorse per cambiare le cose. Le imprese avranno un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi entro il 2030”.

Le dichiarazioni, però, non bastano…

«Certamente no, ma la consapevolezza di una responsabilità sociale sempre più marcata da parte delle imprese è già si per sé un passo avanti. Poi ci vorrebbe anche una maggiore consapevolez za da parte dei cittadini, che potrebbero incidere molto con l’arma dei consumi responsabili”.

In Italia, come siamo messi?

«Non benissimo. L’Italia è in venti novesima posizione nella gradua toria dei 162 Paesi rispetto al grado di raggiungimento degli obiet tivi. Le maggiori criticità si vedono appunto sui consumi responsabili e gli sprechi (obiettivo 12), poi sull’azione per il clima (obiettivo 13), sulla protezione dell’ambiente marino (14) e sull’industria, l’innovazione e le infrastrut ture (obiettivo 9). In realtà le aziende italiane vanno abbastanza decise nella direzione dell’eco nomia circolare, ma il governo non aiuta. Manca una politica chiara di contrasto alla corruzione, per fare emergere il nero e convogliare quelle risorse in una strategia di rilancio della crescita sostenibile”.

Non a caso, l’indice di percezio ne della corruzione pubblicato ogni anno da Transparency ci pone al 53esimo posto al mondo, tra la Namibia e l’Oman…

«Il Paese non è omogeneo, naturalmente. Sulla questione del clima, ad esempio, ci sono città virtuose come Milano e poi c’è la terra dei fuochi. Certo, il fatto che proprio Roma, la capitale, sia uno dei territori più critici per quanto riguarda la gestione delle emissioni cittadine, la dice lunga sulla situazione dell’Italia”.

E rispetto alle altre economie europee?

«Non bene. I Paesi d’Europa sono fra i più avanti del mondo nel gra do di raggiungimento degli obiet tivi dell’Onu e l’Italia è molto indietro rispetto agli altri. Ai primi posti nella graduatoria ci sono sempre i Paesi scandinavi, come la Danimarca, la Svezia e la Finlandia, ma anche la Francia e la Germania, che sono grandi economie, arrivano al quarto e quinto posto, il Regno Unito al tredicesimo e la Spagna al ventunesimo. Anche Giappone e Corea ci battono”.

Si muove qualcosa?

«Si sta facendo qualcosa sulla cultura della gestione ambientale, c’è maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. Anche sulla parità di genere abbiamo cominciato a intervenire con le quo te rosa, ma siamo molto indietro, anche per colpa di un welfare molto povero, che costringe le mamme a fermarsi a casa non ap pena hanno il secondo figlio, per ché conviene rispetto a pagare una baby sitter. E si ritorna così al tema dell’evasione fiscale che drena risorse altrimenti allocabili nel welfare e nei servizi all’infanzia. I livelli alti di corruzione hanno sempre un impatto importante sui diritti umani. In Italia le tangenti costano il 2% del Pil”.