L’Europa e la svolta dello sviluppo sostenibile
«Possiamo recuperare il tempo perduto»

L’intervento del portavoce dell’ASviS

«È cruciale che il nostro Paese si prepari
a competere per i tanti fondi che il nuovo ciclo
finanziario comunitario metterà a disposizione»

di Enrico Giovannini Portavoce Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

La nuova Commissione europea e il Parlamento europeo hanno messo l’attuazione dell’Agenda 2030 approvata dall’ONU nel 2015 e il raggiungimento dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) al centro delle politiche dell’Unione i prossimi cinque anni. Le dichiarazioni programmatiche di Ursula von der Leyen sono state poi riflesse nelle lettere inviate ai singoli Commissari e Vicepresidenti, ai quali è stato affidato il compito di conseguire gli SDGs nell’ambito di propria competenza, mentre Paolo Gentiloni è stato incaricato di ridefinire il “Semestre europeo”, cioè il processo di coordinamento delle politiche di bilancio, intorno all’Agenda 2030.

In attesa di vedere i primi passi della Commissione (avviati con la pubblicazione di una prima Comunicazione sul cosiddetto “Green New Deal”, cioè il piano europeo di investimenti orientati alla green economy, all’economia circolare e alla riconversione ecologica dei sistemi produttivi), segnali importanti nella stessa direzione sono venuti nelle ultime settimane da altre importanti istituzioni europee. La decisione dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) di interrompere i finanziamenti ai progetti legati all’energia fossile dall’inizio del 2022, in linea con l’auspicio di Ursula von der Leyen diventi una sorta di green bank, è giunto dopo una difficile negoziazione. La nuova politica della Bei, che contribuisce alla lotta contro la crisi climatica e alla sostenibilità del sistema economico, rappresenta un atto importante per orientare i mercati e gli investimenti pubblici verso progetti sostenibili.

Per quanto riguarda l’Italia, va riconosciuto al ministro Gualtieri di aver cambiato la posizione negativa del nostro Paese espressa dal governo Conte 1 in una positiva, in linea con le altre iniziative che l’attuale governo sta assumendo, anche nella Legge di bilancio per il 2020. Anche la Banca centrale europea (Bce) sembra orientata a rivedere i criteri prudenziali per agevolare quelle banche che investono nella lotta al cambiamento climatico, in energie rinnovabili e nell’economia circolare. Investire in sostenibilità è ormai diventato profittevole, oltre che conveniente da un punto di vista ambientale e sociale: per questo, le banche che sostengono progetti di questo tipo sono meno rischiose di quelle che continuano a finanziare attività destinate ad essere penalizzate dalla riconversione ecologica.

Proprio in quest’ottica, ho aderito all’appello alla neopresidente Christine Lagarde per utilizzare tutti gli strumenti a disposizione della Bce per prevenire i rischi derivanti dal cambiamento climatico, compreso l’acquisto selettivo di titoli privati così da escludere quelle imprese coinvolte in industrie ad alta intensità di carbonio e legate ai combustibili fossili. Il tema è stato dibattuto anche in occasione della prima audizione della Lagarde al Parlamento europeo, lunedì 2 dicembre. La neopresidente ha confermato la sua posizione favorevole, già espressa in passato, a una tale politica, in linea con la sua affermazione di fare della “protezione ambientale il centro della sua missione”.

Ovviamente, ci saranno contrasti analoghi a quelli già visti in occasione della decisione della Bei e il presidente della banca centrale tedesca ha già espresso pubblicamente la sua contrarietà a questa impostazione, sostenuta invece da numerosi governatori di banche centrali europee. Infine, è stato annunciato l’accordo tra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo sulla cosiddetta “tassonomia” per la finanza sostenibile, cioè una classificazione armonizzata di cosa si intenda per investimenti altamente sostenibili, mediamente sostenibili e insostenibili, base di partenza indispensabile per dare seguito alle azioni già programmate a livello europeo a favore della finanza per lo sviluppo sostenibile.

Insomma, se «il buon giorno si vede dal mattino», l’Unione europea sembra ben orientata a recuperare il tempo perduto con la Commissione Juncker, che non aveva impresso alle politiche europee il cambio di passo necessario per raggiungere gli SDGs entro il 2030. Ovviamente, bisogna passare ai fatti concreti e questo vale anche per i singoli Paesi, compresa l’Italia. Ma è cruciale che il nostro Paese comprenda la svolta in atto e si prepari, con programmazioni e progettualità in linea con le ambizioni europee, a competere per i tanti fondi che il nuovo ciclo finanziario comunitario 2021-2027 metterà a disposizione dei Paesi membri nell’ottica dello sviluppo sostenibile.