di Alessandro Farruggia

Una terribile sfida, la tempesta indotta dal Coronavirus, che sta causando centinaia di migliaia di morti e ha creato una recessione epocale, può diventare una opportunità per la transizione energetica. Con il prezzo del petrolio in caduta libera, e i futures di maggio dell’oro nero che sono finiti addirittura sottozero, questa pare una affermazione temeraria. La sensazione diffusa nel mondo dell’energia è che il pacchetto di interventi ambientali – il Green new deal – previsto dall’Unione Europea in epoca pre Covid-19 sia a forte rischio. Le risorse potrebbero i buona parte essere allocate diversamente per garantire una ripresa del sistema economico. Ma il Global Renewables Outlook dell’agenzia mondiale delle rinnovabili, l’Irena, sostiene che un congelamento dell’impegno per la transizione energetica sarebbe un errore. «I governi – spiega Francesco La Camera, direttore generale dell’Irena – si trovano ad affrontare il difficile compito di tenere sotto controllo l’emergenza sanitaria introducendo forti misure di stimolo e recupero. È il momento di scelte cruciali. La crisi ha messo in luce vulnerabilità radicate dell’attuale sistema. In questo contesto il nostro Outlook mostra come costruire economie più sostenibili, eque e resilienti allineando gli sforzi di ripresa economica a breve termine con i target dell’Accordo di Parigi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu». «Proprio ora passiamo e dobbiamo – aggiunge La Camera – accelerare gli investimenti in rinnovabili e fare della transizione energetica parte fondamentale dell’impegno globale per uscire alla crisi indotta da Coronavirus, creando una società a minor impatto ambientale, più equa e più sostenibile ». La crisi diventerebbe così una opportunità per creare un mondo migliore. Sogni? Per fortuna la questione è anche economica. Molte aziende dell’energia si sono impegnate sulla strada della transizione e non vorrebbero cancellare sforzi e investimenti fatti. Va dato loro fiato e incoraggiamento a tenere la barra dritta. La riduzione delle emissioni – 10-15% – terminerà con la pandemia. Facciamo in modo che il mondo che ne risorgerà sia migliore di quello nel quale è maturata. Un mondo capace di futuro.


Onda su onda, l’energia che viene dal mare
«È la nuova frontiera, dopo il solare e l’eolico»

Ricerca e innovazione a Marina di Pisa, parla Michele Grassi

Imprenditore e matematico laureato alla Normale, da anni studia e progetta come arrivare a produrre elettricità sfruttando il moto ondoso

di Stefano Vetusti
FIRENZE

Le onde del mare sono la più grande fonte di energia rinnovabile inutilizzata del mondo e il futuro di uno sviluppo sostenibile passa quindi anche dallo sfruttare di questa loro immensa forza. A Marina di Pisa ci sta provando Michele Grassi, 50 anni, imprenditore, matematico laureatosi alla Scuola Normale superiore di Pisa, con specializzatosi negli Stati Uniti, appassionato velista. Un uomo di mare insomma che da anni studia e progetta come arrivare a produrre energia elettrica dal moto ondoso.
Grassi, quando ha cominciato a coltivare l’idea di sfruttare l’energia delle onde?
«Vivendo di mare ti accorgi in presa diretta della forza delle onde, del fatto che possono trasportare in superficie, ’senza sforzo’, anche oggetti molto grandi. Da qui l’idea di trarre energia da questo loro movimento ».
Quindi?
«Nel 2006 feci il primo brevetto su come estrarre energia dalle onde. Nel 2007 fondai a Pisa la società 40 South Energy, nel 2008 la 40 South Energy Limited a Londra, perché a quel tempo l’idea era che la Gran Bretagna potesse essere uno dei primi mercati per questo tipo di tecnologie, considerato anche che hanno un mare abbastanza agitato. Nel 2008 sono entrati nuovi soci, poi fondi di investimento, quindi nel 2016 c’è stato un investimento che ha coinvolto anche Invitalia ed Enel Green Power ».
Come funziona l’impianto che ha ideato?
«È una macchina che vive in bassi fondali, circa 10-12 metri. Questo perché chi deve installarlo deve poter gestire le immersioni in sicurezza e oltre quella profondità cambiano anche le norme di riferimento, per cui i costi aumentano notevolmente. Per piccoli impianti come il nostro non sarebbe più sostenibile economicamente. Si tratta di impianti a una distanza dalla costa che può andare, a seconda del fondale, da poche decine di metri a 100-200 metri. La macchina viene adagiata sul fondo (come quella a Marina di Pisa, è il suo peso che la tiene lì) o ancorata a seconda del tipo di fondale che c’è. Il principio di funzionamento è semplice: la macchina ha una specie di cassone vincolato a muoversi su una guida, che viene spinto dalle onde avanti e indietro e da questo movimento si estrae energia elettrica».
Ne è passato di tempo dal primo brevetto, come sta andando?
«Purtroppo si tratta di cose che richiedono tempo e investimenti, anche i test in mare hanno costi e tempi molto diversi da quelli che si possono fare in un laboratorio… Per questo tipo di tecnologie sullo sfruttamento dell’energia dalle onde siamo appena all’inizio. Nel nostro caso stiamo parlando di una macchina da circa 50 chilowatt. L’energia prodotta è sufficiente per alimentare circa 40 famiglie. L’idea è mettere uno, 2 o 3 impianti per arrivare a circa 150 chilowatt, che potrebbe essere interessante ad esempio per un resort, una struttura sul mare. Il prossimo nostro step, al quale stiamo già lavorando, è su un taglio di 500 chilowatt, qundi macchine per utenti più grandi, un villaggio, una fabbrica vicino al mare».
Possiamo pensare a un futuro in cui l’energia elettrica che consumiamo provenga dal mare?
«Penso, e non sono solo io a pensarlo, che le energie rinnovabili marine siano la nuova frontiera dopo il solare e l’eolico ».
Per portare avanti una svolta del genere ci vorranno grandi risorse, anche pubbliche.
«La nostra sensazione è che siamo vicini al punto di svolta in cui la tecnologia per sfruttare l’energia marina può diventare commerciale, concorrenziale con le altre fome di approvvigionamento, almeno per impianti di dimensioni contenute, con impianti cosiddetti in isola, staccati dalla rete, in luoghi come le isole ad esempio, Lampedusa, Capraia, per fare alcuni esempi. Noi ci stiamo strutturando, con due società, con l’idea che una società costruisce le macchine e l’altra le installa e le gestisce».


Progetto sulle coste delle Isole Færøer

La svedese
Minesto punta sulle maree

La compagnia svedese per le energie marine Minesto sta realizzando un progetto di generazione di energia dalle maree nei pressi delle coste delle Isole Færøer, un arcipelago a governo autonomo dipendente dalla Danimarca situato tra Islanda e Norvegia, nell’Oceano Atlantico del Nord. Minesto lavora la utility francese Sev, principale distributore di energia nell’arcipelago.