di Marco Marcatili
Economista Nomisma

In queste estenuanti settimane siamo ovviamente tutti concentrati sul “virus” visibile e diabolico che sta mettendo a dura prova il nostro sistema sanitario, sociale ed economico. Soprattutto tra gli intellettuali statornando il mantra del «nulla sarà più come prima», ma altre volte abbiamo già vissuto questa illusione – come nella crisi finanziaria del 2008 – anche se (purtroppo) tutto è (quasi) tornato come prima. Tuttavia, si sono nel frattempo innescati altri “virus” in corso di incubazione che varrebbe la pena monitorare e non perdere per sostenere il nuovo Rinascimento. Il primo è il virus di umanità che, anche in questa difficile fase, sta attaccando lentamente alcuni approcci turbo capitalistici in favore di una “economia umana” e una certa propensione antropologica a incentrare le nostre viste solo sui valori, metodi e parole funzionali al mercato. La crescita economica durante la fase di globalizzazione ha prodotto una serie di fratture non più sostenibili: tra l’economia e il sociale, tra l’umano e l’ambiente, tra la produzione e la finanza, tra la competizione e la collaborazione. Mentre tutto si espandeva, tutto si slegava: il nostro modello di crescita ha indebolito la trama dei rapporti sociali, inasprito le diseguaglianze, minacciato le possibilità di sviluppo futuro, eroso ogni intermediazione e svuotato le istituzioni. Ogni slegatura è diseconomia e si pagano oggi i conti della fase storica alle nostre spalle. Non sappiamo bene in cosa consisterà la prossima crescita economica, ma sappiamo che una crescita senza umanità non è sviluppo. Il secondo è il “virus della sostenibilità”. L’aumento di ricchezza e di benessere passerà da scelte in grado di aumentare l’economia, l’umano, il sociale e l’ambiente contemporaneamente. Migliorare la qualità delle relazioni umane, occuparsi di una sfida come quella della salute, dell’acqua e dell’alimentazione, deve essere concepito come un vero e proprio business, non come atto filantropico esterno o indipendente dal core business. In questo senso l’impresa non è più un’organizzazione chiusa, ma un’infrastruttura aperta a cui viene richiesto di migliorare la qualità di un territorio e assicurare la sostenibilità dello sviluppo umano.


Investimenti sostenibili? Non è beneficenza
«Danno buoni rendimenti e riducono i rischi»

Francesco Bicciato, Forum per la finanza sostenibile

«Scegliere chi tiene conto degli obiettivi Esg non è solo utile alla società, ma può convenire dal punto di vista economico e finanziario»

di Elena Comelli
MILANO

La finanza sostenibile conviene sempre. «Da un lato ha buoni livelli di rendimento, pari se non superiori alla finanza tradizionale, e d’altro lato consente di ridurre il rischio degli investimenti», spiega Francesco Bicciato, segretario generale del Forum per la Finanza Sostenibile.
Quali sono i pregiudizi più difficili da sfatare sulla finanza sostenibile?
«Spesso la finanza che tiene conto dei criteri ambientali, sociali e di governance si confonde con la beneficienza, ma è un’idea completamente sbagliata. Investire in questo modo non è solo utile alla società, ma conviene dal punto di vista economico e finanziario. Un numero crescente di ricerche accademiche e di analisi di mercato rileva che negli ultimi anni i rendimenti generati dai prodotti di finanza sostenibile sono cresciuti in linea con quelli dei fondi tradizionali, quando non sono stati addirittura superiori. Questo è un punto fondamentale da evidenziare, perché per troppi anni la finanza sostenibile è stata considerata come un sinonimo di filantropia, che ha in qualche modo relegato il comparto in una sorta di nicchia e ostacolato per molto tempo quel salto importante che invece oggi si sta facendo».
Facciamo un esempio.
«Consideriamo per esempio l’indice Msci World Sri (Socially Responsible Investing), focalizzato sui criteri ambientali, sociali e di governance: dal settembre 2007, data di lancio dell’indice, ha guadagnato il 5,3% su base annualizzata, cioè mezzo punto percentuale in più ogni anno rispetto all’Msci World tradizionale. A conti fatti, questo equivale a oltre dieci punti percentuali di vantaggio in dieci anni».
Perché la finanza etica rende di più?
«Perché attraverso l’integrazione nell’analisi finanziaria di fattori Esg identifica le società meglio attrezzate a gestire rischi di natura extra-finanziaria: le meno esposte, quindi, a possibili sanzioni dei regolatori, problemi reputazionali e conflitti con azionisti, lavoratori o comunità locali, che possono inficiare i risultati aziendali ».
C’è anche il vantaggio di ridurre i rischi…
«Integrando i criteri ambientali, sociali e di governance nella fase iniziale di selezione degli investimenti, si riescono ad anticipare alcune esternalità negative che rendono l’investimento stesso maggiormente rischioso. Ad esempio, chi oggi non tiene conto del livello di esposizione ai combustibili fossili delle società minerarie o energetiche può andare incontro a grosse delusioni nei prossimi anni, quando questi asset potrebbero perdere di colpo il proprio valore di fronte alle restrizioni imposte per frenare l’emergenza climatica. Nei fondi Esg, invece, si tiene conto di questi dati».
Negli ultimi anni è cambiato l’approccio degli investitori?
«L’atteggiamento è cambiato in maniera molto radicale, soprattutto negli ultimi tre o quattro anni. Parlando degli investitori, sia istituzionali, sia retail, sono aumentate sicuramente la conoscenza e la sensibilità soprattutto in relazione ai temi della finanza green, quindi a tutto ciò che è legato a inquinamento, acqua, emergenza climatica ed energie rinnovabili ».
Anche da parte dei risparmiatori?
«Da parte del pubblico retail c’è una ricerca di maggiore trasparenza negli investimenti e un’attitudine ad agganciare l’economia reale più che puntare all’investimento speculativo. Un elemento interessante da evidenziare riguarda le tipologie delle persone che si rivolgono al mercato della finanza sostenibile: mentre fino a qualche anno fa gli istituzionali rappresentavano quasi la totalità del mercato, il trend di crescita della componente retail è stato esponenziale, tanto che oggi i capitali forniti dai risparmiatori rappresentano il 30% dell’asset gestito complessivo in Europa».
Cresce il mercato della finanza sostenibile e cresce anche il vostro Forum…
«Sì, in diciotto anni di attività siamo passati da 42 a 110 soci. La partecipazione è aperta non solo agli operatori del settore finanziario, ma a tutti i soggetti interessati agli effetti ambientali e sociali dell’attività finanziaria: banche e imprese assicuratrici, fondazioni, fondi pensione, società di gestione del risparmio, di ricerca, formazione, consulenza ma anche tanto terzo settore, rappresentato da associazioni di consumatori, non profit, Ong e sindacati. Siamo ormai diventati un punto di riferimento sia per le istituzioni, sia per il mercato».
Fra la sostenibilità ambientale, sociale e di governance, qual è l’ambito dove c’è più strada da fare?
«Sicuramente l’ambito sociale. Tra le variabili Esg è molto più facile la comprensione le tematiche legate all’ambiente e alla governance, mentre è molto più difficile trasmettere l’importanza dei temi legati al sociale. Il concetto di sostenibilità, invece, deve comprendere tutti e tre gli ambiti, ambientale, sociale e di governance. Non si può definire in altro modo la sostenibilità. Possiamo usare la metafora dello sgabello a tre gambe: nel momento in cui se ne toglie una, lo sgabello non sta in piedi. Si tratta ancora di un passaggio difficile da far comprendere e sul quale bisogna continuare a lavorare».