Un impiego sostenibile
Obiettivo: il posto umano

È uno dei traguardi più complicati: difficile tenere insieme crescita e benessere per tutti

I giovani e le donne sono le categorie che subiscono di più la situazione
Dai cervelli in fuga ai precari, il nostro Paese continuerà ad annaspare

di Elena Comelli MILANO

Un mondo in cui il lavoro aspetta i giovani appena fuori dalla scuola, in cui dopo uno stage sia normale venire assunti a tempo indeterminato. Dove lo stipendio sia rotondo, pari tra uomo e donna, e consenta a tutti di arrivare dignitosamente a fine mese. Dove non si muoia per un incidente in cantiere o tra i campi per qpochi soldi all’ora. L’ottavo obiettivo dell’Agenda 2030 è uno dei più complessi, perché presenta aspetti non sempre compatibili tra di loro: una crescita economica inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti. Lo sviluppo economico e la crescita del Pil spesso comportano disuguaglianze, con un aumento della popolazione impossibilitata ad accedere ad un lavoro dignitoso. E’ difficile da raggiungere anche una crescita economica sostenibile, che non depauperi le risorse del pianeta. Sono pochi i Paesi “green”, in cui si è raggiunto un disaccoppiamento tra crescita economica e degrado ambientale, mentre in base a una ricerca della World Bank sono molto più numerosi i Paesi come l’Italia, in cui lo sviluppo economico è ancora legato all’aumento dell’inquinamento.

La disoccupazione è rimasta alta nel mondo anche dopo la fine della grande crisi. I disoccupati erano un po’ più di 172 milioni nel 2018 secondo le stime dell’International Labor Organization, il che equivale a un tasso di disoccupazione medio attorno al 5 per cento. Ma anche chi lavora non sempre riesce a uscire dalla povertà: oltre 2 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno e sono costrette a lavorare in condizioni durissime. La situazione più grave si registra nei Paesi in via di sviluppo, ma anche nei Paesi avanzati sono molte le persone che non riescono a trovare un lavoro decente, soprattutto fra i giovani e le donne. Più a rischio di tutti, però, è la schiera di minori costretti a lavori pesanti, soprattutto nell’Africa sub-sahariana e nel Medio Oriente. Sono circa 150 milioni, secondo l’Unicef, i bambini tra i 5 e i 14 anni che abbandonano la scuola perché coinvolti nel lavoro domestico, nella raccolta di acqua e legna da ardere, o nel lavori nei campi, ma anche costretti a trasformarsi in soldati. Una piaga che dev’essere debellata al più presto. Per quanto riguarda l’Italia, anche quando il lavoro c’è spesso è precario, spezzato in briciole, sottopagato o senza contratto.

Dai cervelli in fuga ai precari, passando per i disoccupati e i lavoratori in nero, rispetto all’obiettivo numero 8 l’Italia annaspa. Soprattutto se si guarda al traguardo: in circa dieci anni dovremmo garantire a tutti un impiego dignitoso e raggiungere un tasso di occupazione al 75 per cento nella fascia 20-61 anni, mentre siamo intorno al 61. Nonostante gli occupati siano lievemente cresciuti negli ultimi cinque anni, il nostro tasso di disoccupazione è ancora quasi doppio rispetto al 2008. E a fronte della minima ripresa non sono cresciute le ore lavorate, -5 per cento rispetto a dieci anni fa. Segno che una parte della nuova occupazione ha caratteristiche di frammentarietà e precarietà, un trend segnalato anche dall’aumento dei contratti a termine e del part-time. A farne le spese sono soprattutto i giovani e le donne, due categorie escluse in modo stabile dal mercato del lavoro. Per capirlo basta guardare al fenomeno dei Neet, gli under 35 che non studiano e non lavorano: ne abbiamo oltre tre milioni e tra loro le ragazze sono 1,8 milioni. Numeri che pesano sul Pil e ci inchiodano agli ultimi posti nelle classifiche europee.

Macroscopiche anche le differenze regionali. Al Nord le percentuali di Neet sono inferiori al 20% mentre al Sud si oscilla tra il 36 e il 37%. In pratica nel Meridione più di un giovane su tre non trova un impiego e resta in qualche modo sospeso. L’altra categoria che arranca quando si parla di lavoro dignitoso in Italia sono gli stranieri. Gli immigrati scontano sia il basso livello di istruzione sia la difficoltà nell’accedere ai posti di lavoro specializzato. Pur registrando alti tassi di impiego, in realtà svolgono mestieri umili e sottopagati e difficilmente accedono a veri contratti: in genere lavorano in nero rinunciando ai sussidi e alle tutele previste per legge. Sono operai, spazzini, badanti, magazzinieri o braccianti, tutti lavori poco qualificati, temporanei e che mettono a rischio la loro salute fisica. Anche per questo sono una categoria tra le più esposte agli incidenti sul lavoro, tornati ad aumentare in Italia dopo anni: nel 2018 ce ne sono stati più di tre al giorno.