L’Onu e i diciassette traguardi per il futuro
«Sfruttiamo il grande potenziale dell’umanità»

La missione del segretario generale Antonio Guterres

All’ingresso del Palazzo di Vetro gli obiettivi
sono dipinti su grandi lastroni di cemento:
un red carpet per lo sviluppo sostenibile

di Giampaolo Pioli NEW YORK

All’ingresso del Palazzo di Vetro, tra la pistola antiviolenza di Reutersward con la canna attorcigliata e la palla di Pomodoro donata dall’Italia, i 17 obiettivi globali per raggiungere “uno sviluppo sostenibile entro il 2030”, sono dipinti su grandi lastroni di cemento e sembrano portare, passo dopo passo, verso un futuro migliore. La gente si fa fotografare calpestando il goal che preferisce: fine della povertà, fine della fame, tutela della salute, uguaglianza di genere, energia pulita, equità sociale. Ma anche difesa del clima, pace, giustizia, lavoro industria, innovazione, infrastrutture e qualità dell’istruzione. Quella distesa di slogan colorati che danno l’impressione di passeggiare su un “red carpet” valgono per tutto il pianeta. Richiamano l’inclusione, coinvolgono le grandi potenze e i paesi sottosviluppati, le dittature e le monarchie, le democrazie e i regimi. In altre parole l’intera vita, sia sulla terra che sotto il livello dell’acqua.

Ogni giorno, dopo i grandi dibattiti durante l’Assemblea Generale dell’Onu, lunghe file di studenti, attivisti, ma anche turisti interessati si prenotano via Internet per aver accesso alle sale dove queste decisioni strategiche dovrebbero essere prese o suggerite. Lo fanno per diventare testimoni diretti di questo lungo e difficile cammino, ma anche per toccare con mano cosa potrebbe succedere se i 17 obiettivi non dovessero essere raggiunti.

Lo sguardo penetrante e non sempre sorridente del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres che fa la spola da un capo all’altro del mondo per promuovere “l’agenda sostenibile” riflette la solennità e la gravità della sua missione. Ma non potrà avere successo senza la collaborazione di tutti i 193 stati sovrani che compongono le Nazioni Unite. «Rischiamo di non farcela… Dobbiamo aumentare i nostri sforzi altrimenti non sfrutteremo l’enorme potenziale dell’umanità ma amplieremo solo le differenze…» continua a ripetere allarmato il segretario dell’Onu. «A questo ritmo – insiste Guterres – nel 2030 avremo ancora più di 500 milioni di persone che continueranno a vivere in estrema povertà. Serve un’azione globale per prevenire nuovi conflitti e un’azione locale per cambiare la vita delle persone che coinvolga la società civile, i media, il settore privato, l’accademia e tutti gli altri…». Un solo decennio rischia di diventare un periodo breve per tutto questo. E a Madrid al Cop25 sul clima che si tiene in questi giorni, le sue parole sono suonate ancora più chiare: «Le decisioni che prendiamo qui – ha insistito – alla fine dovranno determinare se siamo in grado di scegliere un patto per la speranza, o un patto per la nostra resa. Abbiamo gli strumenti. Abbiamo la scienza. Abbiamo le risorse. Dobbiamo dimostrare adesso di avere anche la volontà politica per realizzare questi obiettivi».

Il summit di Madrid, però, è stato un flop: «La comunità internazoinale – ha scandito Guterres – ha perso un’occasione importante per mostrarsi pronta ad attaccare la crisi climatica. Non rinunceremo, io non rinuncerò. Sono più determinato a lavorare perché il 2020 sia l’anno nel quale i Paesi facciano ciò che la scienza ci dice essere necessario per raggiungere la ’carbon neutrality’ nel 2050 e non più di 1,5 gradi di rialzo delle temperature». «Non possiamo rifiutarci di vedere che la crisi climatica ci sta assalendo – ha spiegato Guterres in molti suoi interventi – I governi devono affrontare le trasformazioni necessarie per arrivare entro il 2050 ad avere un mondo neutrale e non dipendente dai combustibili fossili. I dati ci dimostrano che in una “New Climate Economy” c’è lo spazio per creare una crescita di 26 trilioni di dollari e 65 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Si tratta di lavori decenti e con salari adeguati che hanno bisogno di una riconversione professionale…a dimostrazione che l’educazione rappresenterà sempre di più un’industria permanente.

Oggi ci sono già 40 Stati che hanno sottoscritto questa transizione verde, ma occorre coinvolgere nella nuova economia anche i paesi in via di sviluppo. Tutto questo potrà funzionare però solo se i governi e le industrie si muoveranno per migliorare il loro impatto col clima. Per troppo tempo la difesa di interessi di parte ha alimentato la falsa teoria che la crescita economica e i miglioramenti climatici risultavano incompatibili. E’ un non senso. La verità è che entrambi i settori possono rinforzarsi a vicenda. Gli accordi di Parigi rappresentano il nostro atto multilaterale per andare avanti. Nel prossimo decennio abbiamo l’assoluta necessità di ridurre del 45% le emissioni carboniche rispetto al 2010. Da diversi mesi sto lanciando appelli affinchè nel 2020 non si costruiscano più impianti a carbone sovvenzionati con soldi pubblici e continuo a chiedere agli stati di onorare il loro impegni stanziando i 100 miliardi di dollari promessi ogni anno per mitigare la transizione anche nei paesi poveri. Questa non è una carità, ma un rispetto dell’azione per contrastare i cambiamenti del clima e per ottenere una transizione inclusiva. Dobbiamo avere immaginazione».

Antonio Guterres parla spesso senza dimenticare le sue esperienze come primo ministro portoghese e Alto commissario per i rifugiati. A questi goal crede fermamente. Si trova tuttavia di fronte un mondo a volte recalcitrante da trascinare e un paese di importanza strategica come gli Stati Uniti che sono usciti dagli accordi di Parigi. Senza dirlo apertamente il segretario generale dell’Onu spera che la concorrenza e la competizione fra le grandi potenze più inquinanti del mondo, Cina, Usa, India, Russia, possa diventare una sfida più che sugli armamenti o sulla guerra dei dazi, possa essere trasferita, magari in forma di cooperazione multilaterale, anche sui rimedi e sulle iniziative verso il clima e la salvaguardia dell’ambiente. Lui ne è convinto. Molti degli altri, purtroppo, molto meno.