Fare del bene guadagnando
La finanza etica in marcia

Forte crescita dei fondi che seguono i criteri Esg, l’Europa è il mercato più attivo

Il patrimonio dei fondi sostenibili europei, nel 2019, è salito del 56%
Si stanno affermando anche i tematici, soprattutto quelli legati al clima

di Elena Comelli
MILANO

Si può fare del bene guadagnando. Nella graduatoria di Bloomberg dei migliori fondi d’investimento, ben nove dei più grandi fondi sostenibili, cioè quelli che seguono i criteri Esg (ambientali, sociali e di governance), hanno battuto l’anno scorso l’indice S&P 500 e sette di loro lo hanno fatto per il quinto anno consecutivo. Sarà anche per questo che gli investimenti etici, quelli che hanno un impatto positivo sul benessere dell’umanità e del pianeta, sono in fortissima crescita. A livello mondiale, l’Europa è il mercato più attivo su questo fronte. Nel 2019, i fondi sostenibili europei hanno archiviato un anno record, surclassando la crescita dei fondi tradizionali. Il patrimonio dei fondi sostenibili, infatti, è cresciuto del 56%, un tasso di gran lunga superiore rispetto all’intero universo dei fondi (+18%), attestandosi a 668 miliardi, in base all’ultimo rapporto Morningstar. La raccolta è stata formidabile: i fondi sostenibili europei hanno raccolto 120 miliardi di euro, di cui 47,3 solo nel quarto trimestre. Nel 2018, i flussi netti erano stati pari a 34,4 miliardi. È boom anche per i nuovi prodotti: 360 in dodici mesi. In Europa, si contano oggi 2.405 fondi ed Etf (Exchange Traded Fund) che usano criteri Esg come componente fondamentale nella selezione dei titoli e nella costruzione del portafoglio oppure ricercano un impatto positivo e misurabile nei loro investimenti, oltre ai ritorni finanziari. La tendenza favorevole è determinata da un lato dalla crescita d’interesse da parte degli investitori e dall’altro lato da un boom nell’offerta di strumenti di questo tipo. «La maggior parte ha un ampio mandato Esg, ma sono in forte crescita anche i tematici, soprattutto sulla crisi del clima, che ne annovera una cinquantina, compresi dieci sui green bond», spiega Hortense Bioy, direttrice della ricerca sulla sostenibilità di Morningstar in Europa. Oltre a lanciare nuovi strumenti, le società di gestione continuano a trasformare i fondi preesistenti, inserendo nel mandato un focus primario sui fattori Esg. Come spiega Bioy, è un modo per ridare vita a strumenti in difficoltà o per mettere in luce i propri sforzi in campo ambientale, sociale e di governance. Una delle tendenze più marcate del 2019, per i fondi sostenibili, è stata la riduzione o l’uscita completa dal settore delle fonti fossili. In totale, ci sono ormai almeno 160 fondi sostenibili europei che esplicitamente stabiliscono nel prospetto di escludere o dare un’esposizione ridotta a questa industria, «anche se il linguaggio è spesso troppo vago», precisa Bioy. Anche i vincoli possono variare in modo notevole. Ad esempio, un fondo può dichiarare di escludere le compagnie che derivano il 5 o il 10% dei ricavi dalla produzione e distribuzione di petrolio o carbone, oppure di tenere fuori dal portafoglio le sole aziende con riserve di fonti fossili. Questo è il problema centrale, che rischia di frenare la crescita del mercato degli investimenti etici. Ad oggi, non esiste un quadro armonizzato per la misurazione o la comunicazione dei risultati degli investimenti sostenibili. Qualsiasi fondo può rivendicare l’etichetta «sostenibile» e alcuni sono stati accusati di greenwashing, fuorviando gli investitori. Da qui nascono le richieste di controllare e valutare i fondi e le società nascenti che pretendono di far parte del club. Le agenzie di rating – come Fitch Ratings, S&P Global e Moody’s – ci hanno messo degli anni per riconoscere la sostenibilità come tema d’investimento e per tenere traccia dei criteri. Nel suo rapporto Understanding Impact Investing 2018, Kpmg ha identificato quasi 400 diverse normative sulla sostenibilità, linee guida, codici di condotta, quadri e altri strumenti di segnalazione che vengono utilizzati in 64 paesi. La francese Vigeo Eiris, una delle più antiche agenzie di rating Esg del mondo, ora di proprietà di Moody’s, ha identificato 38 driver di sostenibilità e ha stabilito una ponderazione per ciascuno, ma anche su questo non c’è unanimità. Con la forte crescita del settore, si dovrà arrivare a criteri unificati.


L’intervento

I condottieri che cambiano costruiscono il Rinascimento

di Marco Marcatili
Economista Nomisma

(SEGUE DALLA PRIMA) A livello istituzionale, soprattutto europeo, le due più grandi e vincolanti novità riguardano l’Agenda 2030 e l’Accordo di Parigi (entrambi del 2015). Sono molte le imprese, soprattutto più grandi e strutturate, che si stanno fortemente impegnando sulla rendicontazione dei criteri ESG (Environment, Social e Governance) delle attività e degli investimenti, ma l’accelerazione più forte arriverà da una certa finanza che ha già compreso come i rischi sociali e ambientali dell’impresa sono la cartina tornasole di rischi finanziari di medio-termine e si è già organizzata per diventare presto ESG compliant. In questo senso, un finanziamento o un bond non saranno più vincolati al solo Bilancio aziendale o Rating creditizio, ma l’impresa dovrà dimostrare di sviluppare un business inversamente correlato sia con i rischi climatici sia con quelli rischi indiretti, che derivano dal cambiamento delle tecnologie, della normativa di riferimento o del comportamento di acquisto dei clienti che opteranno sempre più per prodotti sani, socialmente sostenibili e compatibili con l’ambiente. alla sfida sociale – che per l’Italia coinvolge 20 milioni di persone in stato di disagio su 70 milioni a livello europeo – e a quella ambientale – che solo pensando ai cambiamenti climatici provocherà una rivoluzione a breve termine nelle produzioni agricole e industriali dei territori – conviene recuperare l’insegnamento Shumpeteriano per cui «il cambiamento è inevitabile, ma cambiare diventa una scelta». Una schiera di condottieri ha già scelto di cambiare e non solo di resistere, per non restare imballati e produrre finalmente Rinascimento.


L’indice di benessere oltre al Pil
Una svolta anche per i conti pubblici

La sostenibilità diventa un elemento chiave

L’Asvis ha esaminato la manovra economica
Tra luci e ombre, il Paese deve ancora fare molta strada

di Elena Comelli
MILANO

Non più solo profitto. Ce lo chiedono i ragazzi in lotta per il clima nei FridaysForFuture, ce lo dicono i fondi d’investimento che spostano i propri soldi sui titoli eticamente accettabili, ce lo spiegano perfino gli economisti, che fino a ieri sembravano così affezionati al concetto di crescita del Pil ad ogni costo. «La sfida vera per le politiche economiche dei governi non è rimettere in moto la crescita ad ogni costo, ma traghettarci in uno spazio ecologicamente sicuro e socialmente giusto», proclama Kate Raworth, economista ribelle dell’università di Oxford, ormai diventata una star. «Le politiche negazioniste sui cambiamenti climatici rischiano di rallentare l’economia, sacrificando settori strategici come le fonti rinnovabili, la mobilità pulita e le imprese impegnate nella difesa ambientale»», ammonisce Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University (a pagina 12 l’intervento dell’economista e di Angelo Riccaboni sul ruolo dell’industria alimentare). «La prosperità è più importante della crescita: se stiamo meglio con meno auto in giro, perché condividiamo quelle che ci sono già e non ne compriamo altre, questo farà soffrire il Pil, ma salverà molte vite umane oggi uccise dall’inquinamento », sostiene Tim Jackson, economista all’Università del Surrey. Bob Kennedy, del resto, l’aveva già detto nel 1968: «Il Pil misura tutto, tranne quello che rende la vita veramente degna di essere vissuta», disse agli studenti dell’University of Kansas tre mesi prima di cadere assassinato. Il messaggio degli economisti, però, fa fatica ad arrivare nelle stanze dei bottoni dei governi. La Nuova Zelanda è stata la prima nazione industrializzata a introdurre, l’anno scorso, un bilancio del benessere parallelo alla legge di bilancio. «Questo bilancio dimostra che si può essere al tempo stesso economicamente responsabili e sostenibili», ha commentato Jacinda Ardern, il popolare primo ministro 38enne, eletta nel 2017. La via italiana alla sostenibilità ambientale e sociale, invece, è ancora lunga e accidentata. L’ultima legge di bilancio (nella foto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri) è stata analizzata comma per comma da seicento esperti dell’Asvis, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile. Il giudizio è complessivamente positivo, ma con insufficienze «significative» su formazione, occupazione giovanile e tutela della biodiversità. L’Asvis parla di «sfida contro il tempo» per centrare i 21 target che l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu fissa già per la fine di quest’anno. Entro la fine del 2020 l’Italia si era impegnata a raggiungere obiettivi come il calo dei giovani senza lavoro né formazione (i Neet) o il dimezzamento delle vittime della strada, ma siamo ancora lontani. La quota dei Neet è calata dal 26% del 2013 al 23,4% del 2018, ma restiamo all’ultimo posto nell’Ue per questo triste fenomeno, distanti anche da Grecia (19,5%), Bulgaria e Spagna. E nella manovra, secondo lo studio, sono assenti interventi su questo problema. Stesso discorso per gli incidenti mortali. Gli ultimi dati, relativi al 2017, indicano 5,4 morti in incidenti stradali ogni 100mila abitanti: per raggiungere l’obiettivo di 2,8 su 100mila dovrebbero scendere del 20% l’anno tra il 2018 e il 2020, invece le vittime calano molto più lentamente: meno del 3% l’anno. Anche su questa strage siamo agli ultimi posti nell’Ue. L’analisi delle misure rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile promuove il testo per la lotta alla povertà (malgrado “diverse perplessità” legate al reddito di cittadinanza). Arriva un voto positivo anche sulla salute, grazie all’abolizione del superticket, e sulle infrastrutture. Il testo è bocciato, invece, per la sua incapacità di colmare il gap dell’occupazione con gli altri Paesi. La clausola di salvaguardia sull’Iva per il 2021, inoltre, è definita un “rischio” in relazione a provvedimenti pluriennali come il Green New Deal. Sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici manca un vincolo al consumo di suolo, un “impegno deciso” per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il taglio agli oltre 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Bocciato anche il Piano nazionale integrato energia e clima, «debole e incoerente con i nuovi obiettivi europei»


Open Fiber e Linkem sperimentano la super fibra nei piccoli Comuni

Intesa per le aree a bassa densità di popolazione

ROMA

Open Fiber e Linkem danno il via ad una sperimentazione nella banda di frequenze a 3,5 Ghz, banda ‘pioniera’ del 5G, per ridurre il divario digitale nelle aree a bassa densità abitativa grazie all’efficienza della tecnologia Fwa (Fixed wireless access) abilitata da una infrastruttura in fibra. Il progetto riguarda la banda di frequenze 3,5 GHz, di cui Linkem è assegnataria e che è riconosciuta a livello internazionale tra le bande pioniere per lo sviluppo del 5G. In base all’accordo, le due aziende effettueranno dei test sulla soluzione tecnologica Fwa di Linkem anche in ottica 5G con lo scopo di poter garantire una migliore connettività, rispetto a soluzioni Fwa tradizionali, nelle aree a bassa densità abitativa dove Open Fiber sta portando la connettività ultraveloce nell’ambito dei tre bandi Infratel di cui è risultata aggiudicataria. La soluzione che sarà testata è 5G Ready e rispetta lo standard 3gpp, ossia è in grado di supportare pienamente e in continuità tutte le potenzialità del 5G già a partire dal 2021. «L’innovazione tecnologica può garantire un ampio ventaglio di servizi per i cittadini, le imprese e le istituzioni anche nei piccoli Comuni e nelle aree più isolate del Paese », ha commentato Elisabetta Ripa (nella foto), amministratore delegato di Open Fiber.