Un ventaglio ’green’ di fondi, Etf e bond
«Ecco come riconoscere chi fa sul serio»

La finanza parla il linguaggio della sostenibilità, una bussola per il risparmiatore

Paschetta (Pictet): «L’obiettivo è assicurare attraverso i criteri Esg una visione di rischio-opportunità degli investimenti più a lungo termine»

di Achille Perego
MILANO

Ancora prima dell’effetto Greta stavano conquistando spazi importanti nei portafogli, dai piccoli investitori a quelli istituzionali. E lo avranno sempre di più in un mondo che, dalle aziende alle banche, e quindi anche alla finanza, parla oramai il linguaggio della sostenibilità. Dagli Etf ai fondi ai green bond che rispettano, nell’investimento soprattutto in società e quindi titoli azionari, i principi Esg (environmental, social, governance) delle Nazioni Unite. Secondo le rilevazioni di Morningstar il patrimonio dei fondi gestiti con criteri sostenibili sul fronte dell’ambiente, del sociale e della governance delle società, è passato dai 5 miliardi di dollari del 2009 ai 20 miliardi del 2019. Un boom dietro il quale però non sono mancati spinte del marketing – dalle aziende ai protagonisti dell’industria del risparmio – per fare della sostenibilità un “prodotto vincente” e quello che si definisce il “greenwashing”, la costruzione di un’immagine ingannevole rispetto ai temi sociali e ambientali. Il classico, potremmo definirlo, specchietto per le allodole anche per investitori un po’ sprovveduti o disinformati. In realtà, secondo Paolo Paschetta (nella foto a destra), Country Head per l’Italia di Pictet Asset Management, una delle principali società che offre soluzioni e servizi di investimento a livello globale, i criteri Esg non possono essere né una moda né un approccio di marketing e sono sempre più cruciali per le imprese oltre a orientare le scelte di investimento, soprattutto dei Millenial. Proprio rispetto alla crucialità del tema della sostenibilità, Pictet Asset Management lanciò nel 1999 il primo fondo mondiale sull’acqua e a fine 2018 ha integrato i criteri di selezione Esg in tutti i fondi e le strategie long-only per poi implementarli anche per le strategie long-short e multi-asset. «L’obiettivo è assicurare, attraverso i criteri Esg una visione di rischio-opportunità dell’investimento di più lungo termine che – sottolinea Paschetta – vada oltre la valutazione dei dati finanziari». In questo senso una svolta è arrivata un anno fa con il nuovo regolamento europeo che ha sancito l’obbligo per tutti gli strumenti finanziari proposti al mercato di indicare la propria sostenibilità ambientale vietando il greenwashing con un monitoraggio delle autorità di vigilanza europee. Se l’investimento sostenibile deve essere trasparente e realepuò essere anche redditizio rispetto agli asset tradizionali? «Da un’analisi di Pictet Am – risponde Paschetta – emerge che le società che rispettano i principi Esg registrano performance migliori e più stabili nel tempo, beneficiando di un costo del capitale inferiore e di rating creditizi più elevati. Le società che non sono in grado di gestire i rischi ambientali, invece, hanno costi di indebitamento in media superiori del 20%. Esiste inoltre una correlazione positiva tra la performance finanziaria e le credenziali di sostenibilità». Ma quali sono i prodotti che nell’ambito Esg individuano i megatrend del prossimo futuro? Le azioni globali di società, secondo la strategia di Pictet, conclude Paschetta, che operano nella catena di valore dell’energia pulita, dell’acqua, dell’agricoltura, delle attività forestali cavalcando il tema secolare del passaggio a una società sempre più carbon-free. Ma anche quello delle smart city, e quindi delle aziende che promuovono in diversi settori che promuovono lo sviluppo di città più intelligenti, cioè più efficienti, sicure e sostenibili e che si adattano meglio alle esigenze dei cittadini.


Non è tutto oro verde quello che luccica
«La quota in portafoglio? Non più del 10%»

Il parere di Roberta Rossi (SoldiExpert)

«Il primo consiglio? Valutare attentamente la sostenibilità delle società in cui si investe e i criteri che rispetta. Il secondo? Attenti ai costi»

di Achille Perego
MILANO

Non è tutto oro quello che luccica. Un proverbio che si può benissimo applicare al mondo della finanza e anche a quello degli investimenti nei prodotti che rispettano i criteri d sostenibilità Esg. Perché se cresce anche tra il popolo dei piccoli investitori la voglia di sottoscrivere strumenti finanziari (a partire dagli Etf e i fondi comuni) che abbiano nel sottostante titoli di società (aziende, banche, assicurazioni, ect) che vantano appunto i criteri Esg non è detto che dietro questa scelta non si nasconda qualche trappola o comunque solo un’azione di marketing. E quindi, avverte Roberta Rossi, responsabile della consulenza personalizzata della società di consulenza indipendente SoldiExpert SCF (www.soldiexpert.com) fondata nel 2001 con Salvatore Gaziano (responsabile delle strategie) bisogna essere attenti anche e soprattutto nel cosiddetto investimento sostenibile. Innanzitutto, spiega Rossi, è necessario che il risparmiatore sappia se, per esempio, investe in un’azienda che rispetta dvvero l’ambiente. Quando si opta per un investimento sostenibile, che oggi viene molto spinto da banche e reti di promotori e ha un appeal particolare sui giovani che in genere hanno un atteggiamento negativo sul mondo finanziario che si riduce se lo strumento proposto tocca i temi sollevati da Greta contro il cambiamento climatico, non è detto che quella società sia “green”. I criteri Esg, infatti, sono tre. Il primo riguarda l’ambiente, ma gli altri due criteri sono riferiti agli aspetti sociali e di governance. Quindi, una società può presentarsi come altamente sostenibile in base ai criteri delle Nazioni Unite ma, per esempio, li rispetta solo perché ha una politica retributiva che non sfavorisce le donne, oppure una scelta etica del management o il rispetto delle procedure di controllo interne piuttosto che dei lavoratori o del territorio in cui opera. Ma, ricorda la consulente indipendente, magari non ha alcun impatto positivo sull’ambiente o addirittura contrario finanziando le miniere turche di carbone. Il primo consiglio al risparmiatore, quindi? «Quello di valutare attentamente la sostenibilità delle società in cui si investe e i criteri che rispetta. Oggi – risponde Rossi – esistono molti Etf e fondi cosiddetti Esg e consultando gratuitamente il sito di Morningstar vedere le prime dieci società in cui investono». Il secondo consiglio? «Quello valido sia per gli investimenti seguendo i criteri Esg sia per tutti gli altri. Ovvero fare attenzione a costi e commissioni della banca o della rete. Costi che, in base all’introduzione delle direttive Mifid2, oggi devono essere trasparenti e comunicati al cliente anche con gli estratti conto. E che siano strumenti finanziari con criteri Esg o meno, il rischio è di pagare, al tempo dei tassi zero e negativi, anche il 3-4% all’anno di commissione che possono azzerare o addirittura rendere negative le performance annuali». In fatto di costi, quindi, anche nella scelta di strumenti finanziari sostenibili è meglio optare per gli Etf, molto meno costosi (ben sotto il punto percentuale) di altri strumenti finanziari e sottoscrivibili sia con il fai-da-te sia rivolgendosi a un consulente indipendente oltre che a banche e reti. L’altro mito da sfatare, aggiunge Rossi, nonostante non manchino studi e serie storiche che attribuirebbero alle società Esg – e quindi alle loro azioni – performance migliori, in realtà nessuno è immune alle cadute dei mercati come è avvenuto con l’effetto Coronavirus. Anzi, negli ultimi tre anni – con il raffronto al 10 marzo che già incorporava l’effetto Covid-19 – la performance degli indici globali (+ 8,17% Msci World) è stata migliore rispetto a quella di Etf e fondi Esg che nell’ultimo anno hanno perso il 3,27 e il 6,17%. Quindi, conclude Rossi, si può investire anche in aziende sostenibili e strumenti finanziari che rispettano i criteri Esg – prodotti che essendo molto diversificati a livello globale presentano minori rischi sebbene siano prevalentemente composti da azioni – inserendo però questo investimento all’interno dei portafogli con una quota non superiore al 10%.