Metti l’idrogeno nel motore
Prove di rivoluzione verde

C’è chi lo indica come la soluzione a tutti i problemi energetici, ma solo quello ’pulito’

La Norvegia sta sviluppando il progetto della prima nave mercantile, la Germania ha messo sui binari il primo treno, prodotto dalla francese Alstom

di Elena Comelli
MILANO

L’idrogeno come vettore energetico sta vivendo una seconda giovinezza. Dopo essere diventato popolare all’inizio del nuovo millennio con il best seller di Jeremy Rifkin «The Hydrogen Economy», che lo dipinse come la soluzione a tutti i problemi energetici del mondo, approfondite analisi dimostrarono che in realtà la produzione di idrogeno (un gas che non esiste puro in natura) è molto più problematica di quel che sembra. La via più economica è estrarlo dal metano, il che porta all’emissione di elevate quantità di gas a effetto serra. Ad oggi, nel 97% dei casi l’idrogeno si produce dal metano: 70 milioni di tonnellate all’anno, responsabili di 830 milioni di tonnellate di CO2, equivalenti alle emissioni cumulate di Regno Unito e Indonesia, secondo i dati dell’International Energy Agency. Per le major petrolifere spingere l’idrogeno prodotto da metano rappresenta uno sbocco per le loro riserve di gas naturale, che rischiano di diventare inutili se i governi si decideranno a muoversi contro l’emergenza climatica. Ma l’idrogeno prodotto da metano non è utile per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, che rappresenta il traguardo a cui puntano ormai tutti i governi europei. Su questo problema si sono incagliate le compagnie automobilistiche, da Toyota a Bmw, che avevano già sviluppato una serie di modelli con la tecnologia delle celle a combustibile, rimasti per ora una curiosità di nicchia. A livello globale, le auto a idrogeno in circolazione superano di poco gli 11mila veicoli, in base ai dati della Iea. Esiste però anche un altro sistema di produzione, l’elettrolisi, che separa le molecole dell’acqua in ossigeno e idrogeno: è un processo pulito (emette ossigeno) ma energivoro, che conviene solo nelle occasioni in cui ci sia molta energia a disposizione e poco fabbisogno. Esempi classici sono i Paesi del Nord Europa, dove l’energia da idroelettrico o da eolico supera di gran lunga la domanda e talvolta si butta via perché la rete non regge il carico. L’idrogeno pulito, prodotto senza emissioni, potrebbe fare la funzione di una batteria, immagazzinando l’energia prodotta in eccesso, per poi liberarla dove e quando serve, ad esempio tramite un sistema di celle a combustibile. L’idrogeno così prodotto, oltre agli usi industriali già consolidati, potrebbe essere utilizzato per passare alla fase due della diffusione delle fonti rinnovabili, eliminando completamente i combustibili fossili anche dalle aree che sono fuori dalla portata dell’elettrificazione, come i trasporti via nave, il settore del riscaldamento o la produzione di ferro e acciaio. Il primo progetto commerciale che utilizza l’energia eolica in eccesso per estrarre idrogeno dall’acqua è stato avviato da E.on nella pianura brandeburghese, a Falkenhagen. Il gas viene poi immesso nella rete come arricchimento del metano, trasformando così la rete gas in un buffer per la produzione elettrica incostante delle fonti rinnovabili. Ma questa è solo una prima fase di sviluppo. Il più grande impianto di produzione di idrogeno verde al mondo sorgerà nei Paesi Bassi e sarà direttamente collegato ai giganteschi parchi eolici offshore del Mare del Nord. L’opera è frutto del progetto NortH2, lanciato da Shell, dall’operatore della rete gas olandese Gasunie e dal porto di Groningen. Il piano prevede di alimentare gli elettrolizzatori del futuro impianto con l’energia del vento, per produrre 800mila tonnellate di idrogeno all’anno, che poi verrebbero trasportate attraverso la rete gas alle industrie e in prospettiva anche ai consumatori. L’obiettivo è creare nell’area attorno a Groningen una vera e propria Hydrogen Valley. Nel frattempo, si moltiplicano le applicazioni. In Norvegia la società di navigazione Havila sta sviluppando la prima nave mercantile a idrogeno, che potrebbe essere la capostipite per ripulire tutti i trasporti navali del mondo. Pochi mesi fa, in Germania, è stato lanciato su rotaia dalla francese Alstom il primo treno a idrogeno (nella foto in alto, copyright Stefan Verkerk), che è destinato a soppiantare le locomotive diesel. Anche in Italia, dove oltre il 30% della rete ferroviaria non è elettrificata, questa soluzione potrebbe avere senso.


La ricerca

«Gli impianti per il green non danneggino la biodiversità»

MILANO

Un team di ricerca dell’Università del Queensland, in Australia, ha mappato la posizione nel mondo delle strutture fotovoltaiche, eoliche e idroelettriche. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Global Change Biology, ha rilevato che più di 2.000 impianti di energia rinnovabile, principalmente situati in Europa occidentale e nei Paesi sviluppati, sono stati costruiti in aree di rilevanza ambientale e minacciano gli habitat naturali di specie vegetali e animali. Josè Rehbein, a capo del team di ricerca e docente della School of Earth and Environmental Sciences dell’Università del Queensland, ha dichiarato di essere allarmato dai risultati. Anche perché, oltre alle 2.200 strutture già in funzione all’interno di importanti aree di biodiversità, ne sono attualmente in costruzione altre 900. «Le strutture energetiche e le infrastrutture che le circondano, come le strade – ha aggiunto Rehbein – possono essere incredibilmente dannose per l’ambiente naturale e il loro sviluppo non sembra compatibile con gli sforzi in atto per la conservazione della biodiversità ». «Per questo – continua Rehbein – bisognerebbe che si riconsiderassero le strutture che sono attualmente in costruzione in Africa e in Asia». Lo studio non deve però essere interpretato in chiave anti -rinnovabile perché, affermano i ricercatori, l’energia da rinnovabili è cruciale per ridurre le emissioni di carbonio, ma vuole esortare i governi e le industrie a una diversa e più attenta pianificazione. «La chiave – ha dichiarato James Allan, ricercatore dell’Università di Amsterdam e uno degli autori dello studio – è garantire che le strutture per le energie rinnovabili siano costruite in luoghi in cui non danneggiano la biodiversità ».