Il Rinascimento fu un affare (anche) di città. È possibile, molto probabile, che anche il fulcro di una nuova stagione – che tenga insieme l’uomo e l’ambiente, l’innovazione e la sostenibilità – passi dai centri urbani: dalle emergenze delle megalopoli alla riqualificazione delle periferie, dall’esigenza di cambiare gli ingranaggi che fanno muovere le comunità. La parola d’ordine, finora, è stata Smart City: città intelligenti, agili. Concetto ampio dentro al quale ci si è messo un po’ di tutto: la gestione degli edifici, il risparmio energetico, i sensori e i dati per gestire i flussi di traffico, la mobilità pubblica e privata, lo smart working e via dicendo. Un concetto superato? In parte, anche perché l’emergenza Coronavirus, il lockdown che ha bloccato l’Italia come altri Paesi, sta costringendo urbanisti, innovatori, amministratori pubblici, imprenditori e, in fondo, tutti noi, a ripensare le modalità del vivere, lavorare, utilizzare il tempo libero. Spunta un’altra parola: Safe. Sicurezza. La tira fuori dal cilindro l’architetto Stefano Boeri. L’archistar, nell’intervista che dà il la a questo numero, spiega come la parola Smart sia in parte superata e che le città del futuro dovranno essere, oltre che agili e intelligenti, anche sicure. Safe, appunto. E che i protagonisti saranno i tetti (oltre agli spazi esterni consueti). Il tema della mobilità è d’altra parte strategico in questa fase di ripartenza. E vede, come spieghiamo nella nostra inchiesta, più di un’opportunità nel mezzo sostenible per eccellenza: la bicicletta. Molte città europee si stanno muovendo in questa direzione. E, tra le storie di imprese, spunta la startup milanese che si è inventata la pista ciclabile che si smonta e rimonta come le costruzioni dei bambini, c’è chi ha pensato – da Arezzo – di proporre alle amministrazioni pubbliche i servizi e la consulenza necessaria per creare la città ideale. La chiave della sostenibilità, però, passa obbligatoriamente dal tema dell’energia e dalla lotta al cambiamento climatico. E dalle scelte di colossi come l’Eni che, nel report di sostenibilità appena approvato, conferma i target per la carbon neutrality. Così come E.On spiega la strategia sulle rinnovabili. D’altro canto le città vivibili sono uno dei punti dell’Agenda Onu 2030.


Le nuove città smart? Il futuro è sul tetto
L’archistar Boeri: «Spazi esterni protagonisti»

Un mix di intelligenza, sicurezza e sostenibilità

«Saranno luoghi abitati dove troveranno spazio pannelli fotovoltaici ma anche laboratori artigianali» I progetti Tirana Riverside e l’Urban Jungle di Prato

di Stefania Consenti
MILANO

Sicure, non soltanto intelligenti. E dalle smart city oggi l’architettura è chiamata ad immaginare le metropoli in chiave «safe city» per superare l’incerto futuro post Covid- 19. Stefano Boeri, archistar, urbanista, presidente di Triennale Milano, ha già colto la sfida progettando, in Albania, un intero quartiere che prende il nome dal vicino fiume, Tirana Riverside.
Boeri come vivremo in futuro?
«Le due visioni di città devono integrarsi alla luce delle nuove condizioni di vita. Per questo il nuovo quartiere progettato a Tirana, in accordo con il Governo e la Municipalità, per 12 mila persone, sarà smart, dotato di tutte le tecnologie, con grandi parchi e giardini, nei quali sono immersi una quarantina di edifici prevalentemente residenziali, ma sarà anche “safe”. Ad esempio in ogni isolato abbiamo previsto che ci sia un punto di diagnostica digitale, e ogni 3500 abitanti ci sia un ambulatorio. Abbiamo ragionato molto sull’idea che le città devono funzionare come borghi entro cui muoversi a piedi o raggiungere i servizi in quindici minuti. E poi c’è un grande lavoro sugli interni di questi appartamenti ».
Il lockdown ha fatto emergere la scarsa qualità abitativa dellecase, in particolare nelle città…
«Gli appartamenti che abbiamo immaginato avranno una sorta di veranda aperta, come spazio di incontro e di soglia, una stanza in più che può diventare, nel caso di infezioni, uno spazio per isolare un eventuale contagiato. E poi penso agli spazi esterni, ai marciapiedi che saranno una risorsa per bar e locali. Però nella safe city del futuro saranno i tetti i veri protagonisti, luoghi abitati dove troveranno spazio oltre ai pannelli fotovoltaici anche laboratori artigianali e orti. Saranno spazi a disposizione degli abitanti del caseggiato, come lo erano una volta i cortili. Una risorsa fondamentale. In questo periodo di isolamento sociale chi ha avuto la possibilità di stare in un balcone o veranda ha sofferto meno. Io stesso nei giorni più difficili mi sono rifugiato nel piccolo terrazzo della mia casa. I tetti sono il futuro, grazie ai droni riceveremo lì gran parte delle merci».
Pacchi anche da Amazon?
«Sì. In futuro i tetti saranno una quinta facciata, gli acquisti ci saranno recapitati lì».
Qual è il suo parere sulle tecnologie di sorveglianza digitale basate sul riconoscimento facciale, per segnalare casi sospetti di infezioni?
«Abbiamo una cultura diversa rispetto al mondo asiatico, che esige che le informazioni circolino senza un meccanismo automatico di obbligo. Il potenziamento del digitale sino a forme estreme mi preoccupa. Dobbiamo diventare sempre più consapevoli, lavorare sulle nostre coscienze».
Oltre ai progetti in giro per il mondo ne ha uno tutto italiano, a Prato…
«Si chiama Urban Jungle, giungla urbana. Con Stefano Mancuso stiamo trasformando pezzi di città in zone completamente verdi e con una serie di servizi aggiuntivi. Dobbiamo pensare al verde non solo in funzione ornamentale ma come uno strumento formidabile per curarci e curare l’ambiente. A Milano abbiamo la grande opportunità di sfruttare gli scali ferroviari. Ma anche a Roma, Napoli, Bari ci sono tante spazi da recuperare e rigenerare senza costruire ex novo. L’importante è che si vada in quella direzione, meglio se coinvolgendo giovani architetti locali. Dovremo tornare a città fatte di borghi».
Il suo è un invito ad abbandonare le città per i borghi?
«No. Il mio invito è a migliorarle queste città e a collaborare con i borghi, a non sprecare l’occasione che ci ha dato la pandemia. E lasciare tutto come prima. I quartieri di una grande città dovranno funzionare (al massimo 10 mila abitanti) come un borgo autosufficiente, con i servizi di telemedicina e medicina del territorio. La distanza fra la residenza e i servizi non deve essere superiore ai 500 metri, così anche gli spostamenti si riducono, la mobilità cambia e la qualità della vita migliora».
Riusciremo a voltare pagina?
Le persone dimenticano in fretta e la politica è lenta… «Ho fiducia. Credo che la richiesta sarà molto forte da parte dei cittadini. Poi ci vogliono tre cose: visione, coraggio, gradualità. La buona politica deve essere in grado di tradurre una visione. Coinvolgendo nel «sogno» anche i cittadini, facendoli diventare protagonisti del cambiamento».