Che la forza sia con tutti
Obiettivo: uniti alla meta

L’Europa è avanti, ma non basta. Il contributo Ue è fondamentale anche per gli altri

La sfida centrale non è solo ottenere risorse da destinare ai Paesi più poveri
Serve aiutarli nella lotta per la sostenibilità rispettandone usi e costumi

di Elena Comelli MILANO

L’Europa è il continente più avanzato per l’implementazione dell’Agenda 2030, ma a questo ritmo non riuscirà a raggiungerli. A rivelarlo è una relazione indipendente sullo stato di avanzamento degli obiettivi Onu nei Paesi membri, pubblicata a metà novembre dal Sustainable Development Solutions Network e dall’Institute for European Environmental Policy. Il rapporto, che si affianca alla relazione ufficiale Eurostat, stima la velocità con cui ogni Paese (e la Ue nel suo insieme) progredisce verso i singoli obiettivi e determina se il ritmo attuale sarà sufficiente per raggiungerli nel 2030. I Paesi più vicini al target sono quelli del Nord, Danimarca, Svezia e Finlandia, mentre Bulgaria, Romania e Cipro si classificano agli ultimi posti. L’Italia è nella seconda parte della classifica, diciottesima su 28, con soltanto due obiettivi (il terzo sulla salute e il sesto sull’acqua pulita) in linea con quanto previsto dall’Agenda.

Malgrado ciò resta determinante il ruolo guida dell’Europa nei confronti degli altri continenti e proprio sulla cooperazione internazionale s’incardina l’ultimo degli obiettivi. Il diciassettesimo goal dell’Agenda 2030 mira a rafforzare i legami fra Nord e Sud del mondo, per facilitare il raggiungimento di tutti gli obiettivi anche nei Paesi in via di sviluppo, sia incrementando gli aiuti per lo sviluppo forniti soprattutto dai 35 Paesi dell’Ocse, sia promuovendo il commercio internazionale e la diffusione delle nuove tecnologie e delle conoscenze. Essenziale per questo obiettivo è il coinvolgimento di tutto il mondo sviluppato, mediante la cooperazione e il partenariato di governi, settore privato e società civile.

La sfida centrale non è tanto ottenere le risorse sufficienti da parte dei Paesi più avanzati per aiutare gli altri a progredire, quanto riuscire a sostenere le popolazioni più povere nella lotta contro le disuguaglianze e per la salvaguardia dell’ambiente, pur rispettando governi, costumi e abitudini. I dati forniti dalla Banca Mondiale mostrano una situazione ancora poco soddisfacente. Soltanto sei Paesi nel mondo hanno raggiunto la percentuale di reddito nazionale destinata agli aiuti pubblici allo sviluppo dell0 0,7%, richiesta agli Stati più avanzati, e sono la Svezia (1,4%), la Norvegia (1%), il Lussemburgo (0,9%), la Danimarca (0,8%), l’Olanda (0,76%) e il Regno Unito (0,7%). La Germania, la Svizzera e la Finlandia sono sullo 0,5%, la Francia, l’Austria e l’Irlanda sullo 0,3%, mentre l’Italia si ferma allo 0,2%. In Europa buona parte degli aiuti (15-30%) viene utilizzata per accogliere i rifugiati in entrata.

Per quanto riguarda gli investimenti in loco dei partenariati tra pubblico e privato, negli ultimi anni sono stati destinati soprattutto al settore energetico. In questo modo si cerca di colmare il gap di quasi due miliardi di persone oggi prive di energia elettrica e quindi della possibilità di leggere e studiare la sera e di qualsiasi digitalizzazione. La crescente diffusione del solare e dell’eolico, a partire da questo decennio, stanno facendo la parte del leone in questo sforzo. La diffusione delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, con la possibilità di accesso ad internet, permette lo sviluppo della conoscenza nel campo della scienza e dell’innovazione, aiutando lo sviluppo economico. Ma nei Paesi meno avanzati ancora oggi la popolazione con accesso a Internet non raggiunge il 13%. In molti Paesi gli alti costi e i lunghi tempi (anche oltre dieci giorni) necessari per lo sdoganamento delle merci in arrivo e partenza rallentano la crescita economica, strettamente legata allo sviluppo del commercio. Positivo il fatto che ormai quasi il 70% dei Paesi utilizza sistemi di dati elettronici e che la capacità statistica migliora a livello globale. Nel decennio 2005-2015 sono stati pochissimi i Paesi a non aver condotto un censimento della popolazione. Molte delle attività del Programma dell’Onu per lo sviluppo sono state avviate proprio grazie alla cooperazione con altri enti, sia governativi sia privati: dalle donne dell’Honduras che hanno imparato a installare, mantenere e riparare i pannelli solari (Goal 7) all’utilizzo di droni per aiutare gli abitanti delle Maldive a proteggersi dai cambiamenti climatici (Goal 9), al progetto attuato a Cipro per la salvaguardia del patrimonio culturale dell’isola che mira anche alla riconciliazione delle due comunità presenti (Goal 16), alla costruzione di ponti in Afghanistan sul fiume al confine con il Tagikistan per migliorare i collegamenti commerciali (Goal 16), all’impegno lungo la costa sudoccidentale dell’Africa per la salvaguardia dell’ambiente costiero (Goal 16).