Cibo, istruzione e sviluppo
Obiettivo: il mondo migliore

Il primo traguardo da raggiungere riguarda l’assicurare a tutti le risorse per vivere

Molto è stato fatto: gli indici di poverà estrema si sono dimezzati dagli anni ’90
Ora occorre moltiplicare gli sforzi per una crescita economica inclusiva

di Alessandro Farruggia ROMA

Sconfiggere la povertà. È un obiettivo tanto ambizioso quanto imprescindibile quello al primo posto dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. La povertà va ben oltre la sola mancanza di guadagno e di risorse per assicurarsi da vivere. Tra le sue manifestazioni c’è la fame e la malnutrizione, l’accesso limitato all’istruzione, alla sanità e agli altri servizi di base, la discriminazione e l’esclusione sociale, così come la mancanza di partecipazione nei processi decisionali. La povertà è un cancro che va combattuto con una crescita economica inclusiva che sappia creare posti di lavoro sostenibili e promuovere l’uguaglianza.

Gli indici di povertà estrema si sono ridotti di più della metà dagli anni ’90. La relazione sul Goal 1 aggiornata al 2017 sui progressi avvenuti tra il 1999 e il 2016 e presentata in occasione dell’High Level Political Forum, mostra segnali positivi. «Nel 2000 – dice – nessuno avrebbe previsto che il primo obiettivo degli OSM di dimezzare la povertà estrema globale sarebbe stato raggiunto con 5 anni di anticipo; tuttavia, entro il 2010, il mondo ha superato questa pietra miliare. Quasi 1,1 miliardi di persone nel mondo, tra il 1990 e il 2013, sono sfuggite alla povertà estrema. Nonostante questo progresso, il numero di persone che vivono in condizioni di estrema povertà rimane inaccettabilmente alto, in quasi tutti i paesi in via di sviluppo. Oggi quasi 800 milioni di persone vivono ancora con meno di 1,90 dollari al giorno». «Molto è stato fatto – ha osservato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres – ma sono necessari maggiori sforzi per aumentare i redditi, alleviare le sofferenze e per costruire la resilienza di quegli individui che vivono ancora in condizioni di estrema povertà, in particolare nell’Africa subsahariana. I sistemi di protezione sociale devono essere ampliati e i rischi devono da mitigare per i paesi a rischio di catastrofi, che tendono anche ad essere i più impoveriti». Nei paesi sviluppati la sfida alla povertà si pone su livelli molto diversi rispetti a quelli dei paesi meno sviluppati ma non per questo è meno urgente ridurre l’escusione di milioni di persone. «In Italia – ha osservato quest’anno l’ISTAT nel rapporto Sdgs per l’agenda 2030 – la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente.

La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie. Nel 2017 si stima siano 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta». Il 2030 è dietro l’angolo e per tutti gli obiettivi occorre moltiplicare gli sforzi. Sul come e dove l’agenda ci indica la via. Entro il 2030, dice, l’obiettivo è «sradicare la povertà estrema per tutte le persone in tutto il mondo, attualmente misurata sulla base di coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno». L’Agenda chiede anche di «implementare a livello nazionale adeguati sistemi di protezione sociale e misure di sicurezza per tutti, compresi i livelli più bassi, ed entro il 2030 raggiungere una notevole copertura delle persone povere e vulnerabili», «assicurare che tutti gli uomini e le donne, in particolare i più poveri e vulnerabili, abbiano uguali diritti alle risorse economiche, insieme all’accesso ai servizi di base, alla proprietà privata, controllo su terreni e altre forme di proprietà, eredità, risorse naturali, nuove tecnologie appropriate e servizi finanziari, tra cui la microfinanza».

Per arrivarci occorrerà «rinforzare la resilienza dei poveri e di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità e ridurre la loro esposizione e vulnerabilità ad eventi climatici estremi, catastrofi e shock economici, sociali e ambientali», «garantire una adeguata mobilitazione di risorse da diverse fonti, anche attraverso la cooperazione allo sviluppo, attuando programmi e politiche per porre fine alla povertà in tutte le sue forme» e «creare solidi sistemi di politiche a livello nazionale, regionale e internazionale, basati su strategie di sviluppo a favore dei poveri e sensibili alle differenze di genere, per sostenere investimenti accelerati nelle azioni di lotta alla povertà». Quello che serve è uno sviluppo integrale. Per dirla con la “Evangelii Gaudium“ di Papa Francesco: «Lo sviluppo esclusivista rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Lo sviluppo vero è quello che si propone di includere tutti gli uomini e le donne del mondo, promuovendo la loro crescita integrale, e si preoccupa anche delle generazioni future».