L’istruzione delle ragazze,
un’arma di sostenibilità

Il rapporto ‘Drawdown Review’: è al secondo posto dopo lo spreco alimentare

Secondo lo studio l’educazione e la pianificazione familiare contribuirebbero alla lotta ai cambiamenti climatici più di nuovi impianti a energia pulita

di Elena Comelli
MILANO

L’accesso delle ragazze all’istruzione e all’assistenza sanitaria è uno degli snodi centrali per la protezione del clima, in base al recente rapporto ‘Drawdown Review’ dell’ambientalista americano Paul Hawken, che classifica in ordine d’importanza tutte le azioni più efficaci per contrastare il surriscaldamento del pianeta.
L’istruzione e la salute delle ragazze, in base ai calcoli del team di Hawken, si collocano al secondo posto tra le 76 soluzioni prese in esame, subito dopo la riduzione dello spreco alimentare, che si è classificata al primo posto. Al terzo posto c’è la promozione di una dieta vegetariana, al quarto una migliore gestione dei gas refrigeranti (che sono potentissimi gas serra) e al quinto la ripiantumazione delle foreste tropicali. La promozione delle fonti rinnovabili non rientra nella top five, con l’eolico in sesta posizione, il fotovoltaico su larga scala in ottava posizione, i tetti fotovoltaici in decima, il solare a concentrazione in quindicesima.
Può sembrare strano, ma promuovere l’istruzione delle ragazze e la pianificazione familiare contribuirebbe più della costruzione d’impianti di energia pulita a un futuro sostenibile, consentendo un taglio di 85 milioni di tonnellate di CO2 nei prossimi 30 anni, più di tutto il fotovoltaico e del solare a concentrazione messi assieme. Un risultato strabiliante, che equivale a spegnere quasi 22.000 centrali elettriche a carbone. La scoperta deriva dai calcoli prodotti dagli scienziati ed economisti che hanno contribuito in anni di studi al Project Drawdown. L’aumento dei livelli d’istruzione delle ragazze, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e in particolare in Africa, mette in moto una reazione a catena: le donne acquisiscono più potere e hanno più risorse disponibili per scegliere quando e come creare una famiglia. Una donna che ha accesso all’istruzione e ad altre donne già emancipate, esige maggiore autonomia. Resiste alle pressioni religiose e familiari per fondare una famiglia. E quando le donne sono in grado di esercitare un controllo sul proprio corpo, di solito decidono di avere meno figli e i tassi di fertilità diminuiscono, sottolinea il rapporto. In Kenya, ad esempio, l’anno scorso il numero di ragazze e ragazzi che hanno partecipato agli esami di diploma della scuola primaria, all’età di 14 anni, era quasi equivalente. Negli ultimi tre decenni, con l’aumento del livello d’istruzione delle ragazze, il tasso di fecondità del Kenya è crollato: dagli 8 figli per donna nel 1960 ai 3,4 di oggi. In Ruanda, le donne che siedono in parlamento sono più degli uomini: il 61%. E il tasso di fecondità si è ridotto da 8 a 4 negli ultimi 30 anni.
Gli autori del rapporto hanno stimato la quantità di emissioni pro capite, tenendo conto delle differenze tra nazioni più ricche e meno abbienti: rallentando la crescita demografica globale, meno persone consumerebbero energia per l’alloggio, il cibo, i rifiuti e i trasporti. E questa differenza sarebbe determinante per mettere un freno all’emergenza climatica.
Il genere determina anche chi deve affrontare le peggiori devastazioni causate dalla crisi del clima. Le donne costituiscono la maggioranza dei poveri del mondo, il che le rende molto più vulnerabili rispetto agli uomini. Tutto ciò che potrà aiutare le donne a guadagnare terreno, ad esempio ad avere il potere e le risorse per prendere decisioni sane e informate sul proprio corpo, la propria vita e la propria famiglia, sarà cruciale per sopravvivere in un pianeta in crisi. Per essere chiari, «non stiamo affatto parlando di controllo forzato delle nascite», precisa Crystal Chissell, vicepresidente di Project Drawdown. Cercare di controllare chi può avere figli e chi no fa parte della storia del razzismo, che ha portato alla sterilizzazione forzata delle donne latinoamericane negli Stati Uniti. «Non stiamo dicendo che spetta esclusivamente alle donne l’onere di portare avanti la battaglia contro il surriscaldamento del clima», avverte Chissell. Ma il rapporto chiarisce che la condizione delle donne e delle ragazze a livello globale sarà cruciale per il modo in cui plasmeremo il mondo che verrà.


Il 22 agosto

Già esaurite le risorse per tutto l’anno

MILANO

Si chiama Earth Overshoot Day ed è il Giorno del debito ecologico, quello in cui le risorse disponibili per un anno saranno esaurite. Ed è caduto il 22 agosto, secondo gli esperti del Global Footprint Network. «Il lockdown indotto per il coronavirus – afferma Laurel Hanscom, Ceo di Global Footprint Network – ha provocato la contrazione dell’Impronta ecologica globale pari del 10 per cento, ritardando di oltre tre settimane la data del debito ecologico rispetto allo scorso anno, ma i limiti del pianeta vengono ancora ampiamente superati, come se l’umanità avesse a disposizione 1,6 terre».
Gli esperti spiegano che la sostenibilità richiede l’equilibrio ecologico e il benessere a lungo termine, per cui la contrazione dell’Impronta ecologica degli ultimi mesi non può essere considerata un progresso, poiche la dilatazione ha ritardato il Giorno del debito ecologico, ma non ha influito sull’impatto a lungo termine. Il sovrasfruttamento è infatti iniziato negli anni ’70, il che significa che il debito ecologico cumulativo è ora pari a 18 anni terrestri, per cui sarebbero necessari quasi due decenni per sanare completamente i danni provocati dall’uso eccessivo di risorse, ammesso che ciò sia possibile. «Quest’anno più che mai – aggiunge Hanscom – l’Earth Overshoot Day evidenzia la necessità di strategie che aumentino la resilienza per tutti. Esistono diverse soluzioni che possono essere adottate a livello di comunità o di individuo che possono portare a impatti significativi per il futuro ». Gli autori suggeriscono che dalla produzione alimentare allo smaltimento di rifiuti, fino al trasporto e al livello di impegno ambientale, ciascuno può contribuire a ridurre l’impronta di carbonio e le emissioni dannose. «Ridurre l’impronta del 50 percento – commenta ancora Hanscom – potrebbe ritardare la data per l’esaurimento delle risorse annuali di 93 giorni. Con i sistemi alimentari che attualmente utilizzano la metà della biocapacità del nostro pianeta, è importante prestare attenzione a ciò che mangiamo».