La carne bovina regge l’urto della pandemia
L’export tiene il ritmo, ma servono aiuti

Il settore ha iniziato bene l’anno, poi il blocco per l’emergenza sanitaria

Dalla chianina toscana agli allevamenti della pianura padana: gli operatori fanno i conti con l’incertezza della ripresa e la ripartenza del canale Horeca

di Monica Pieraccini
MILANO

Il mercato delle carni ha iniziato l’anno nel migliore dei modi, per poi essere colpito, anche se meno di altri prodotti agroalimentari, dall’emergenza sanitaria. È quanto emerge dai dati dei rapporti di Confagricoltura sulle esportazioni Ue e extra-Ue. Le esportazioni di carni e frattaglie verso i paesi extraeuropei registrano un aumento di oltre il 25 per cento nel primo trimestre 2020 sullo stesso periodo dell’anno precedente, per un valore di oltre 177 milioni di euro. Anche ad aprile, nel pieno della pandemia, le esportazioni di carne hanno segnato un +26,6 per cento. Dati peggiori, invece, per le esportazioni verso i paesi dell’Unione europea. Il rapporto di Confagricoltura evidenzia, infatti, un incremento del 10 per cento a gennaio, di quasi il 14 per cento a febbraio e di un crollo del 20,5 per cento a marzo, con le esportazioni che scendono a 109 milioni di euro. Ma più che le esportazioni, sono le importazioni a caratterizzare il settore delle carni. Tra i principali prodotti agroalimentari, le prime per import sono infatti le carni bovine, seguite da quelle suine. Il settore soffre dunque una forte dipendenza dall’estero, con un tasso di approvvigionamento che per le carni bovine è vicino al 52 per cento, con un saldo della bilancia commerciale che, a fine 2018, era negativo di 2.614 milioni di euro. I principali fornitori sono Francia e Polonia, ciascuna con il 21 per cento di esportazioni di carni bovine verso l’Italia, seguita dai Paesi Bassi, con il 16 per cento. L’allevamento è concentrato soprattutto nella Pianura Padana, ma è importante anche nell’economia di altre regioni. In Piemonte, ad esempio, sono allevati il 19 per cento dei capi nazionali da carne, il 17 per cento in Veneto, il 16 per cento in Lombardia. Nelle aree meridionali le aziende sono molte, ma di piccole dimensioni. In Toscana spicca l’allevamento di eccellenza della carne chianina, una delle razze più pregiate e antiche, che sta risentendo dell’assenza di turismo e della chiusura di mense scolastiche e aziendali e dei ristoranti, che negli scorsi mesi hanno smesso di preparare tagliate e bistecche alla fiorentina, un appuntamento imperdibile per i turisti in vacanza nel capoluogo e nelle campagne toscane. Tendenzialmente stabile è il numero dei capi macellati in Italia, con un’offerta rappresentata soprattutto da capi tra uno e due anni di età. I capi con più di due anni rappresentano circa un quinto dell’offerta nazionale. Con le chiusure dovute alla pandemia, il settore delle carni bovine ha registrato un calo della domanda e dunque dei prezzi, una tendenza che resta invariata nella fase due, di parziale riapertura. Con la ripresa dei canali Horeca e del turismo i prezzi ne dovrebbero beneficiare, ma c’è ancora molta incertezza rispetto alla tempistica. Secondo gli ultimi bollettini di Ismea, nel Centro Italia le scorte di carni sono consistenti nonostante un calo delle macellazioni di tutte le categorie bovine compreso tra il 10 per cento e il 15 per cento. Meglio nella piazza di Padova, dove si registra «un vivacizzarsi delle macellazioni». Qualche effetto positivo si attende dalla ripresa al Nord dei mercati in presenza di animali. Ma all’impatto del Coronavirus si aggiunge l’atteso calo fisiologico dei consumi dovuti all’avvicinarsi della stagione estiva, con i prezzi dei tagli anteriori delle carni bovine che stanno già tendendo al ribasso: le cotture lunghe si rendono infatti inadatte ad un clima sempre più caldo. Al governo gli operatori del settore chiedono di facilitare l’arrivo di aiuti economici da parte della Pac, la politica agricola comune. Sarebbe un segnale importante per ripartire con un pizzico di ottimismo.


Fileni, i pionieri del bio alla sfida circolarità
Allevamenti all’aperto e agricoltura rigenerativa

L’azienda marchigiana ha la sosteniblità ambientale nel Dna

«Abbiamo superato la pandemia e il lockdown grazie al senso di appartenenza dei collaboratori nei confronti dell’azienda. Siamo una grande famiglia»

di Sara Ferreri
ANCONA

Un’azienda al fianco di collaboratori e clienti, nel rispetto della sostenibilità ambientale. Da sempre, la filosofia di Fileni, sede in provincia di Ancona e stabilimenti in tutte le Marche e non solo, leader nel settore delle carni biologiche in Italia e in Europa, è improntata su due principi cardine: la qualità della propria offerta e la sostenibilità della propria filiera. L’impegno di Fileni è di portare sulla tavola degli Italiani prodotti biologici di qualità superiore, che permettano a chi li sceglie di vivere una nuova esperienza e di riscoprire il gusto autentico della tradizione. Per fare questo, è necessario un lavoro minuzioso in tutte le fasi della filiera. Qualche esempio? Fileni coltiva in autonomia (o tramite contratti di coltivazione) le materie prime che servono a produrre i mangimi biologici con cui si nutrono gli animali. Questo consente un controllo totale sulla qualità che parte dal campo e arriva fino al piatto di portata. Non solo: grazie alla partecipazione attiva nel progetto Arca ideato da Bruno Garbini con la collaborazione di Giovanni Fileni ed Enrico Loccioni, nei campi Fileni vengono sperimentate tecniche di agricoltura rigenerativa che si ispirano alle antiche pratiche di coltivazione e che aiutano a combattere attivamente il dissesto idrogeologico e l’impoverimento dei terreni. Gli animali vengono allevati all’aperto su ampi terreni biologici e sono liberi di razzolare come e quando vogliono, nel totale rispetto della loro indole e del loro benessere. Gli allevamenti, dislocati principalmente nelle Marche e nel Centro Italia, sono concepiti in armonia con la natura e sono dotati di tecnologie all’avanguardia che garantiscono agli animali le migliori condizioni possibili. Ma il viaggio di Fileni è verso la circolarità. L’azienda leader nel settore delle carni è pioniera del biologico fin dal 2001, ma questo è solo un punto di partenza verso traguardi sempre più ambiziosi: da anni, infatti, Fileni lavora per fare in modo che la propria filiera, che vanta la certificazione ambientale ISO:14001, diventi un esempio virtuoso di circolarità, evitando qualsiasi forma di spreco ed eccedenza e ottimizzando il processo produttivo. Anche la ricerca sui packaging ecologici non conosce sosta: recentemente è stata lanciata sul mercato una nuova linea di carni rosse bio confezionata in un rivoluzionario vassoio in cartoncino che abbatte di oltre il 90% l’utilizzo della plastica rispetto alla classica vaschetta. La sostenibilità e l’amore per il territorio marchigiano, trovano poi la massima espressione nel pollo bio dalle Marche, allevato rigorosamente nelle regione, confezionato con una rete compostabile e sulle cui etichette compaiono alcuni dei più suggestivi paesaggi delle Marche come le colline di Cingoli, il Monte Conero o la Rotonda di Senigallia. Parliamo di una famiglia che non si ferma davanti alle difficoltà. Quella della pandemia da Covid-19 e del lockdown sono state sfide impegnative per Fileni che, però, grazie al senso di appartenenza dei collaboratori nei confronti dell’azienda, sono state brillantemente superate. Gli stabilimenti e gli allevamenti hanno sempre continuato a lavorare, dimostrando grande flessibilità e ricorrendo, dove possibile, a un uso estensivo dello smart working. Tutto questo è stato possibile perché Fileni non è solamente un’azienda, ma una grande famiglia, che si comporta come una vera e propria squadra che affronta insieme le difficoltà, mostrando vicinanza e spirito di collaborazione. Affrontare le sfide, vincerle quando è possibile e imparare dai propri errori quando non si può fare altro è il modo che ha Fileni di mettersi in gioco. E, anche se va avanti da oltre 50 anni, il gioco è appena cominciato.


Polli e tacchini alla riscossa
Un vademecum sul piatto

Le carni del settore avicolo restano le preferite dagli italiani

Il blocco delle attività per il Coronavirus non pare abbia avuto effetti,
la sfida di questi mesi è garantire i clienti su sicurezza e qualità dei prodotti
Unaitalia lancia una guida per il consumatore: dall’etichetta alla tavola

MILANO

Le carni avicole sono le preferite dagli italiani. I consumi di pollo e tacchino, soprattutto quelli elaborati in spiedini e cotolette, sono in costante crescita. Circa il 40 per cento delle carni fresche consumate è rappresentato da quelle avicole. Secondo l’anagrafe nazionale, in Italia ci sono 81,5 milioni di polli da carne. Gli allevamenti avicoli sono 8.800, per un fatturato di 5.550 milioni. Le aziende si trovano per la maggior parte (circa il 57 per cento) al nord e sono oltre 9mila gli addetti che si occupano della lavorazione delle carni bianche. Diversamente dalle carni bovine e suine, il 99 per cento del pollame che mangiamo è di provenienza nazionale. La filiera avicola è infatti l’unica, tra quelle zootecniche, ad avere un tasso di autoapprovvigionamento superiore al 100 per cento. Un settore che sembra non conoscere crisi, nemmeno quella da Coronavirus. Nei primi tre mesi di quest’anno gli acquisti di carni bianche sono aumentati del 9 per cento, segnando un +20 per cento nel mese di marzo. I produttori, però, non possono abbassare la guardia, anche perché la pandemia da Coronavirus potrebbe avere degli ‘effetti collaterali’ sugli acquisti di pollame. Una delle criticità è da sempre l’elevata probabilità di sviluppo di epidemie nelle aree ad alta densità di allevamento. Ora più che mai i consumatori sono attenti alla propria salute. Il pollo, rispetto alla carne bovina, è sempre considerato più sano e consigliato anche nelle diete, ma il Covid- 19 è una zoonosi, cioè una malattia infettiva degli animali trasmissibile all’uomo, e sotto questo aspetto i produttori dovranno rassicurare il più possibile i consumatori sulla sicurezza della carne bianca. È possibile, secondo quanto ha rilevato Dasha Shor, analista alimentare globale di Mintel, società di ricerche con sede a Londra, che i consumatori possano in futuro cambiare le proprie abitudini e, visto l’aumento dei prezzi e le preoccupazioni per la salute, orientarsi sempre più su diete vegetariane o vegane. A livello mondiale negli ultimi tre anni la domanda di proteine alternative è cresciuta del 13 per cento, una tendenza che potrebbe dunque confermarsi anche nei prossimi anni. Secondo le previsioni dell’analista, la crisi economica potrebbe inoltre portare i consumatori a comprare meno carne per risparmiare, ma anche a indirizzarsi su prodotti locali, ricercando la sostenibilità. Se queste sono le attese per il futuro, attualmente il mercato sta tornando alla normalità. I prezzi all’ingrosso dei polli, gradualmente, riprendono quota. «L’effettiva riapertura di molte attività produttive – si legge in uno degli ultimi report di Ismea – foraggia la domanda di prodotti anche per la lavorazione nei canali Horeca, e la pianificazione produttiva di tipo conservativo messa in atto dagli allevatori dovrebbe contribuire a breve a riportare i mercati verso una situazione di equilibrio». Intanto, per i consumatori viene in soccorso il ‘vademecum per gli amanti del pollo’, stilato da Unaitalia, associazione di categoria che tutela e promuove le filiere agroalimentari italiane delle carni e delle uova, e Giorgio Donegani, tecnologo alimentare consigliere della Fondazione italiana per l’educazione alimentare. Cinque le regole per riconoscere un pollo ‘made in Italy’: saper leggere l’etichetta per conoscere l’origine, ma anche il tipo di allevamento e trasformazione, fare attenzione alla pelle e alla carne del pollo, che deve apparire sempre rosa, lucida e umida, scegliere borsa termica e ripiano basso del frigo, non lavare mai il pollo ma le mani, cuocere il pollo a 75 gradi per gustarlo appieno e in sicurezza.

Monica Pieraccini


Settore suinicolo, preoccupa il calo dei prezzi
«Nessuno a casa, per il bene degli animali»

É il patrimonio zootecnico più numeroso del Paese

Dopo un anno a gonfie vele, la pandemia ha imposto un rallentamento. Il ribasso dei ricavi fa saltare l’equilibrio tra gli allevatori e la trasformazione

BOLOGNA

Del nostro patrimonio zootecnico sono i più numerosi. Ci sono circa 8,6 milioni di suini in Italia, per oltre 20.800 allevamenti, distribuiti soprattutto tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Per la filiera suinicola il 2019 è stato un anno molto buono, durante il quale l’Italia è andata perfino in controtendenza, registrando, diversamente da Danimarca, Polonia, Belgio, Germania, un aumento del 2 per cento del numero dei suini macellati. Analizzando l’indice Ismea dei prezzi all’origine, a dicembre dello scorso anno il prezzo del suino pesante, che rappresenta la principale specializzazione produttiva italiana, destinato soprattutto all’industria di trasformazione di alta qualità, ha segnato un aumento di oltre il 32 per cento rispetto all’anno prima, attestandosi su 1,73 euro al chilo. Andamento simile per il prezzo del suino leggero, destinato alla produzione di carni fresche, che tra dicembre 2019 e dicembre 2018 è aumentato di quasi il 34 per cento, e dei suinetti, con un aumento del 26 per cento. Da febbraio di quest’anno i prezzi, invece, sono calati. Il contesto è di grande incertezza, sia a livello nazionale che globale, dovuto alla diffusione della peste suina africana, ma soprattutto alla pandemia Covid- 19, che ha provocato due effetti: il calo della domanda interna a causa della chiusura di hotel e ristoranti e il rallentamento delle attività di macellazione e trasformazione che hanno riorganizzato le strutture secondo quanto previsto dai protocolli di sicurezza. Così, dopo i primi segnali di indebolimento a inizio anno, il mercato suinicolo italiano sta ora soffrendo una tendenza al ribasso di tutti i prezzi dei capi vivi. La domanda, a causa della chiusura di bar, ristoranti, mense scolastiche, si è ridotta per il settore Horeca del 20 per cento e a questo si aggiunge il 20 per cento di calo della produzione dovuto ai protocolli anti-Covid che hanno rallentato il ritmo della produzione. Una ridotta capacità che ha generato un eccesso di disponibilità sul mercato di suini vivi i quali, non assorbiti dalle strutture di macellazione, aumentano di peso rischiando lo sforamento dai parametri del disciplinare del Dop, con conseguente perdita di valore e di investimento, sia per gli allevatori sia per i macellatori. I prezzi, che nel primo trimestre di quest’anno si sono mantenuti superiori a quelli dell’anno prima, sia per quanto riguarda i suini da macello che per quelli di allevamento, stanno dunque continuando a diminuire. In particolare, calano le quotazioni delle cosce fresche, sia per il circuito Dop che non, destinate alla stagionatura. Tra i prodotti che più risentono della crisi ci sono il prosciutto crudo stagionato, soprattutto il Parma, e la pancetta, le cui quotazioni, in calo da settimane, risultano particolarmente indebolite dal crollo della domanda da parte degli operatori Horeca. Tengono invece i prezzi all’ingrosso del lombo taglio Padova e altri tagli freschi, sostenuti dall’aumento degli acquisti nella grande distribuzione registrato nelle prime fasi del fermo totale delle attività. In particolare, si legge nell’ultimo rapporto Ismea, è aumentata esponenzialmente la domanda di affettati in vaschetta, ma il boom non sempre riesce a compensare il consistente calo degli affettati comprati freschi al banco gastronomia dei supermercati. «Siamo in una fase di stallo e non sappiamo quale potrà essere l’andamento nei prossimi mesi e se a fine anno ci sarà una ripresa del settore», commenta Alessandro Stassano, presidente della sezione Toscana dell’allevamento suinicolo di Confagricoltura. «Sicuramente ci preoccupa questo calo notevole delle quotazioni, scese del 40 per cento rispetto a quelle di dicembre 2019. Con questi prezzi i ricavi non riescono a coprire il costo del suino. Un prezzo di un euro al chilo è poco e se viene a mancare la materia prima ne risentirà anche tutto il mondo delle dop». Per contro, se la redditività diminuisce, i livelli occupazionali sono stati mantenuti. «Non abbiamo mandato nessuno in cassa integrazione, perché, che ci sia crisi o no – conclude Stassano –– è nostro compito garantire il benessere dei nostri animali».


Previsto un calo dell’,7%, meglio il commercio

Produzione mondiale al ribasso

La Fao prevede che nel 2020 la produzione mondiale di carne diminuirà dell’1,7%, a causa anche delle perturbazioni del mercato in seguito al Covid-19 e dei persistenti effetti della siccità. Probabilmente il commercio internazionale di carne registrerà una moderata crescita – anche se notevolmente più lenta rispetto al 2019 – sostenuta in gran parte dall’import cinese