Pieno di fieno nella cascina della sostenibilità
Zootecnia e agrotecnica al servizio del clima

Una filiera green tra coltivazioni, alimentazione animale e materie prime

Aldo Dal Prà, esperto del Centro ricerche produzione animali: il futuro sarà sempre più legato alla tutela dell’ambiente e all’utilizzo virtuoso delle risorse

di Alessandra Ferretti
MILANO

Dalle coltivazioni alla zootecnia, passando per i cambiamenti climatici. Quando parliamo di foraggio, dobbiamo mettere in conto le più ampie implicazioni del suo utilizzo legate alle produzioni, alle emissioni di gas serra e allo stoccaggio di carbonio organico al suolo. Abbiamo chiesto ad Aldo Dal Prà (nella foto a destra), esperto del settore del Centro Ricerche Produzioni Animali Crpa, di spiegarci in che cosa consiste questo legame. «Le filiere zootecniche che abbiamo in Italia sono quelle principalmente legate alle Dop (Pecorino Romano, Prosciutto di Parma, San Daniele, Toscano, Grana Padano, Parmigiano Reggiano), che quindi devono ottemperare a specifiche prescrizioni dettate dai disciplinari di produzione che prevedono l’utilizzo di una parte delle materie prime/foraggi/ fieni del comprensorio. Nel disciplinare di produzione del Parmigiano Reggiano, ad esempio, è indicato che «almeno il 50% della sostanza secca dei foraggi utilizzati deve essere prodotta sui terreni aziendali e che «almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi deve essere prodotta all’interno del territorio di produzione del formaggio Parmigiano Reggiano ». Le crescenti richieste da parte dei consumatori di prodotti caseari derivanti da un’alimentazione delle vacche con elevato impiego di fieno ha portato inoltre al percorso intrapreso dalle aziende aderenti allo sviluppo del progetto qualità «Prodotto di montagna», definito dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano. Tra le sue regole, è previsto, oltre a quanto indicato dai regolamenti UE 665/2014 e 1151/2012 legati all’origine, che il 60% della sostanza secca della razione somministrata alle bovine, su base annua, provenga da zone di montagna. «Questa esigenza del consumatore declinata in altri comprensori produttivi lattiero-caseari – commenta Dal Prà – ha portato alcune realtà ad aderire al percorso di certificazione del «latte fieno», specialità tradizionale garantita (STG) legata a un regolamento comunitario che prevede che la quota di foraggio della dieta delle bovine non debba mai scendere al di sotto del 75% della sostanza secca della razione somministrata ». In linea con i dettami dello sviluppo sostenibile (ambiente, sociale ed economia), la foraggicoltura dovrà tenere in debito conto l’impatto dei cambiamenti del clima. Anche in quest’ottica il suo futuro sarà sempre più legata all’utilizzo virtuoso dell’acqua ed al risparmio della risorsa idrica e alla salubrità delle produzioni (mais da granella). «Per utilizzo «virtuoso» – precisa l’esperto – portiamo l’esempio del mais. Dall’inizio degli Anni Duemila a oggi, il mais italiano ha registrato un drastico calo in termini di superfici coltivate e di granella raccolta, tanto che in vent’anni la produzione è quasi dimezzata. All’origine di questi risultati ci sono fattori di tipo strutturale, come l’aumento dei competitor internazionali e la riduzione delle tutele di politica agricola, nonché un andamento climatico sempre più instabile. A questi si sommano periodicamente anche fattori congiunturali, tra cui il recente crollo dei prezzi del petrolio che ha avuto un impatto al ribasso sulle quotazioni del mais a livello globale». Conclude Dal Prà: «Rivestiranno un ruolo strategico l’agrotecnica, lo stoccaggio del carbonio organico (sostanza organica), la gestione dei reflui ed in generale tutti quei fattori della produzione che possono avere un positivo impatto sui cambiamenti climatici e sulla riduzione dei gas serra».

50
per cento

Il disciplinare del Parmigiano Reggiano prevede che almeno il 50% della quota di sostanza secca presente nei foraggi deve essere prodotta su terreni aziendali

75
per cento

Il disciplinare del Parmigiano Reggiano prevede il 75% della quota di sostanza secca presente nei foraggi deve essere prodotta nel territorio di produzione


«Sementi certificate, vera garanzia di qualità»

SIS, Società Italiana Sementi, è leader nel settore

Il presidente Mauro Tonello: «Così si migliorano gli aspetti nutrizionali per la salute dei consumatori»

di Lorenzo Pedrini
BOLOGNA

La drammatica emergenza sanitaria che ha colpito l’intero pianeta ha direttamente e indirettamente obbligato le persone, i sistemi, i governi a riflettere su temi che per troppo tempo sono stati considerati acquisiti o secondari. Tra questi c’è certamente la possibilità di far luce su una verità che, ancora troppo spesso, sembra non essere sufficientemente compresa: il domani dell’uomo è strettamente connesso al domani della terra. Chi lavora nel mondo dell’agro-industria, chi si interessa alle tematiche ambientali, o semplicemente chi ha più lungimiranza, da tempo ha realizzato che l’intero pianeta si troverà di fronte ad un’enorme sfida: sfamare un numero sempre maggiore di persone, avendo a disposizione sempre meno risorse disponibili. La terra coltivabile non è inesauribile, al contrario, negli ultimi anni sono stati persi milioni di ettari arabili e altrettanti sono a rischio di biodiversità e fortemente degradati. Questi mesi hanno dimostrato come mai prima il ruolo strategico dell’agricoltura: la filiera agricola infatti non si è mai fermata, garantendo al Paese la tenuta economica e sociale. A monte di questa filiera, che va dalla terra fino agli scaffali della GDO, passando per gli impianti di trasformazione come mulini pastifici e riserie, c’è il seme, anello fondamentale e necessario di tutto ciò che viene dopo. Leader da oltre 70 anni nel settore della genetica delle sementi (grano duro, grano tenero, riso ed erba medica) è SIS, Società Italiana Sementi, azienda del settore sementiero a capitale 100% italiano, parte del principale gruppo agroindustriale nazionale, B.F. Spa. Dalla data della sua fondazione, 1947, SIS rappresenta per tutto il mondo agricolo italiano il soggetto fondamentale per il controllo di una filiera (dal genoma allo scaffale) controllata e certificata. Grazie alla qualità e alla professionalità sviluppata da SIS nei suoi 70 anni di storia, l’azienda di San Lazzaro di Savena (BO) ha consolidato la propria leadership raggiungendo circa il 20% della quota di mercato nei principali segmenti cerealicoli. È naturale che la strategicità e la centralità dell’agricoltura nazionale, emersi in questi mesi, non possono certamente prescindere dal solido controllo della materia prima, ovvero il seme. Questo concetto emerge chiaramente anche dalle parole dello stesso Presidente di SIS, Mauro Tonello: «Solo un seme certificato può permettere e garantire una filiera completamente tracciata, permettendo continuità e sviluppo al miglioramento genetico delle sementi, un elemento fondamentale anche per gli aspetti nutrizionali e di salubrità dei consumatori». Considerato il ruolo determinante che il seme riveste all’interno della filiera agro-industriale, è stato di fondamentale importanza il fatto che SIS abbia sempre proseguito il lavoro in questo periodo di emergenza nazionale, come viene giustamente ribadito dal Direttore Generale di SIS, Mario Conti. «Sono molto orgoglioso di poter affermare che, in tutti questi mesi, l’attività di SIS non si è mai fermata e ha sempre cercato di assecondare al meglio le esigenze dell’andamento agronomico su tutto il territorio nazionale, consapevoli che dal nostro lavoro dipendeva l’operato di tutta la filiera agroalimentare e quindi la tenuta del paese». Il settore sementiero vede la presenza di grandi multinazionali, importanti sia per dimensioni che per fatturato, tuttavia SIS riesce ad essere leader di mercato grazie alla sua capacità di innovazione, che permette all’azienda di generare prodotti di altissimo livello e di sviluppare nuove varietà ad alta resa qualitativa.


Le virtù dei prati stabili:
sostanza e meno Co2

L’esperienza in Pianura Padana tra Reggio Emilia e Parma

Assieme all’erba medica costituiscono l’alimentazione delle vacche da latte e sono diventati una caratteristica del paesaggio rurale: non sono arati da anni e presentano una grande varietà di erbe ed essenze

REGGIO EMILIA

Può il Parmigiano Reggiano contribuire alla preservazione del paesaggio agricolo e alla salvaguardia del suolo e dell’ambiente? Sì, in quanto alla base della produzione del re dei formaggi è l’alimentazione delle vacche da latte a base di prati stabili e prati di erba medica. I prati stabili hanno valenza di salvaguardia ambientale dal momento che, essendo prati perenni, non hanno bisogno di alcuna lavorazione meccanica pesante, come accade invece per l’erba medica. Non servono aratura, zappatura e preparazione del letto di semina, di conseguenza non è presente nemmeno il consumo di gasolio e la liberazione del carbonio. Ne sa qualcosa l’Antica Fattoria Caseificio Scalabrini, a Ghiardo di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, dove i fratelli Ugo e Bruno hanno realizzato il caseificio aziendale per garantire un percorso di qualità al loro prodotto lungo tutta la filiera, dalla coltivazione certificata biologica del foraggio alla vendita finale del formaggio. L’azienda conta una superficie coltivata tra proprietà e affitti/conduzione di 305 ettari, di cui 24 ettari a prato stabile, i quali coprono il fabbisogno giornaliero di erba fresca da aprile ad ottobre. Il prodotto alimenta 910 capi bovini, di cui 380 in lattazione. L’azienda Scalabrini fa parte delle imprese zootecniche coinvolte nel progetto triennale PRATI-CO, concluso nel 2019 che ha dimostrato come i prati stabili polifiti, tipici dell’alta pianura tra le provincie di Reggio Emilia e Parma, svolgano un ruolo nella sostenibilità ambientale della produzione di Parmigiano Reggiano. Il progetto, coordinato dal I.ter Società cooperativa, azienda bolognese attiva nello studio dei suoli, ha visto come partner il Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia, il Consorzio Bibbiano «La Culla» e, appunto, cinque aziende collegate alla produzione di Parmigiano Reggiano del territorio di Bibbiano (Reggio Emilia) e dintorni. Come spiega Ugo Scalabrini, «i prati stabili polifiti rappresentano una nota caratteristica del paesaggio rurale tra Reggio Emilia e Parma: non vengono arati da molti anni (anche oltre un centinaio) e presentano una grande varietà di erbe ed essenze (almeno un centinaio nel complesso), producendo ottimo foraggio per l’alimentazione bovina, e conferendo i profumi e gli aromi distintivi e caratteristici del Parmigiano- Reggiano. Non solo: contribuiscono all’arricchimento in sostanza organica dei suoli e al contenimento delle emissioni di anidride carbonica in aria. La sostanza organica ha un ruolo fondamentale nel terreno agrario in quanto ne determina la fertilità e la buona struttura». Sempre a Bibbiano alla fine del 2017 è nato il progetto «63 Essenze», Parmigiano Reggiano prodotto con latte da bovine alimentate a erbe polifite dei prati stabili irrigui tipici della Media Val d’Enza. «Nel bibbianese sono state contate fino a 63 erbe diverse per metro quadrato di terreno. Da qui il nome del marchio «63 Essenze », spiega il titolare di Armonie Alimentari che lo produce, Gabriele Menozzi. «Consapevoli che l’alimentazione bovina è alla base di un prodotto lattiero caseario che si differenzia sia per gusto sia per proprietà organolettiche, oggi abbiamo lanciato il «Progetto qualità prati stabili». L’azienda sta portando avanti con un ente certificatore esterno la stesura di un disciplinare che ne regoli la filiera e che possa certificare tutte quelle aziende produttrici di latte e latticini prodotti a partire da prati stabili ».

Alessandra Ferretti