Grande distribuzione, l’alimentare passa da qui
Ma i bocconi più ricchi non vanno agli scaffali

Il 70% degli acquisti di prodotti dell’agrifood transita dalla rete dei punti di vendita

Studio di The European Ambrosetti: ogni cento euro di consumi, il 38,2% remunera logistica, packaging e utenze, il 31,6% il personale, il 20% lo Stato

di Achille Perego
MILANO

Il cibo e l’agroalimentare sono diventati la prima ricchezza dell’Italia il cui valore, dai campi coltivati agli scaffali della distribuzione moderna e alla ristorazione raggiunge una cifra di 538 miliardi pari al 25% del Pil e offre lavoro a 3,8 milioni di occupati, come ricorda la Coldiretti. Un sistema che coinvolge 730mila aziende agricole e 70mila industrie alimentari. Ma che ha come protagonista anche la rete di 230mila punti vendita, tra ipermercati (911) supermercati (21.101), discount alimentari (1.716), minimarket (70.081) e negozi di vicinato (138mila) oltre a 330mila imprese impegnate nella ristorazione, tra bar e ristoranti. Si tratta di una leva strategica, che cresce più e meglio di altre e che in poco tempo è stato capace di diventare un traino per l’intero Made in Italy nei confini nazionali e all’estero, oltre a essere di fondamentale importanza per l’ambiente e la salute degli italiani. Una rinnovata centralità del cibo evidenziata anche dall’emergenza Covid 19, la quale ha causato gravi difficoltà alla filiera dal campo alla tavola che anche in piena pandemia non si è mai fermata per garantire l’approvvigionamento degli scaffali e rassicurare le famiglie. Il lungo periodo di chiusura ha pesato, infatti, su molte imprese dell’agroalimentare made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco e sui quali gravano anche i problemi all’esportazione con molti Paesi stranieri che hanno adottato le stesse misure di blocco alla ristorazione. Per valorizzare i primati del made in Italy fondamentale è la filiera. Nella quale però non tutti gli attori in questi anni hanno mantenuto la stessa redditività. E dove non sarebbe proprio la grande distribuzione a fare i maggiori profitti sebbene dagli scaffali di supermercati, ipermercati e discount passi oltre il 70% dei prodotti agroalimentari acquistati e consumati dagli italiani. A smentire quello che potrebbe essere un luogo comune è una ricerca di The European Ambrosetti realizzata con Federdistribuzione, Ancc Coop, Ancd Conad e l’Associazione della distribuzione moderna (Adm). Ogni 100 euro di consumi alimentari degli italiani, infatti, il 32,8% remunera i fornitori di logistica, packaging e utenze, il 31,6% il personale della filiera, il 19,9% le casse dello Stato, l’8,3% i fornitori di macchinari e immobili, il 5,1% gli azionisti di tutta la filiera agroalimentare estesa, l’1,2% le banche e l’1,1% le importazioni nette. E a spartirsi i 5,1 euro di utile per ogni 100 di consumi alimentari sono per il 43,1% l’industria di trasformazione alimentare, il 19,6% l’intermediazione, il 17,7% l’agricoltura, l’11,8% la distribuzione e per il 7,8% la ristorazione. Nonostante i cinque comparti abbiano una struttura dei costi simile, avverte la ricerca, la distribuzione e la ristorazione ottengono quindi utili più contenuti rispetto agli altri comparti della filiera agroalimentare estesa. Non solo. Se la dinamica degli ultimi sei anni dell’utile di filiera ha registrato un andamento positivo; emergono però due comparti in controtendenza, proprio ristorazione e distribuzione, la cui quota di utile si è ridotta rispetto agli altri comparti della filiera agroalimentare estesa, rispettivamente del 16,1% e del 9,9%. Pur con queste differenze la filiera agroalimentare estesa è il più importante settore economico del Paese e quello con la maggior propensione all’investimento con 10,8 miliardi nel 2017 (il 12% sul totale degli investimenti in Italia) di cui 3,1 miliardi fanno capo alla distribuzione.

230
mila

Sono i punti vendita complessivi del sistema della grande distribuzione

911
ipermercati

Sono quelli presenti sul territorio. I supermercati sono oltre 21mila

138
mila

Sono i negozi di vicinato, 1716 i discount alimentari, oltre 70mila i minimarket


Food & wine di qualità dal Dop al biologico
Il supermercato è il regno del made in Italy

Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione

«Valorizziamo al massimo le eccellenze alimentari, ma il prodotto nazionale può costare di più: bisogna spiegare ai consumatori il valore aggiunto»

di Achille Perego
MILANO

Un ruolo fondamentale nella filiera agroalimentare è quello della Gdo, la moderna distribuzione organizzata che, esordisce Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, è il canale attraverso il quale passa il 75% del food and wine acquistato nel nostro Paese, escluso, ovviamente, l’horeca (bar, alberghi e ristoranti). «La distribuzione italiana – spiega Gradara – è un partner essenziale del settore agroalimentare e siamo i principali valorizzatori dei prodotti d’eccellenza nazionali tanto che oltre l’80% dei prodotti a marchio d’origine (Dop, Igp, Stg) sono commercializzati attraverso i punti vendita delle catene della Gdo. Da anni partecipiamo alle campagne e all’organismo interprofessionale dell’ortofrutta voluto dal ministero dell’Agricoltura per promuovere quella cultura alimentare che caratterizza il nostro Paese, dove ogni territorio vanta una varietà ed eccellenza di produzioni locali».
Quindi, siete anche voi per il km zero?
«Beh, diciamo che il km zero non esiste in natura! È vero che sempre di più negli ultimi anni si tende a proporre le produzioni locali e di qualità. Compresi i prodotti biologici di cui siamo i principali produttori al mondo e per i quali, sempre la Gdo, è il primo canale di distribuzione».
Qualcuno però, nell’evidenziare l’aumento dei prezzi dal campo alla tavola, vi accusa di far costare troppo i prodotti agroalimentari…
«È una denuncia, mi lasci dire, bizzarra. Se i prezzi sono troppo bassi siamo accusati di essere l’elemento scatenante dei mancati guadagni della filiera. Se si alzano anche dello zero virgola, veniamo accusati di speculazione».
Qual è la verità?
«Che la filiera agroalimentare è il primo settore economico nazionale con 540 miliardi di giro d’affari e 3,5 milioni di occupati. Ed è anche il settore più importante per l’export. Quello che ha contribuito maggiormente a diffondere nel mondo il concetto d’eccellenza del made in Italy. Ma è anche una filiera con forti opportunità di miglioramento in termini di efficienza. Pensi solo alla frammentazione o ai ritardi infrastrutturali per la distribuzione. La Gdo non può essere considerata l’asso pigliatutto tanto che cattura solo il 13% del valore complessivo».
Un’altra critica riguarda il fatto che sugli scaffali si trovano troppo prodotti esteri a scapito di quelli italiani
«È un’altra accusa infondata. L’84% delle vendite dell’agroalimentare riguarda le produzioni nazionali. Quello che è vero è che si lavora poco sul cliente finale e sulla valorizzazione della produzione nazionale. Non basta mettere su un formaggio, un salume, la carne o un vino il marchio made in Italy. Il prodotto nazionale spesso costa di più e il rischio è che il consumatore si orienti sul meno caro prodotto estero se non gli viene spiegato il valore aggiunto del food e wine del nostro Paese. Si tratta di una responsabilità che riguarda tutta la filiera».
Con i prodotti a marchio delle insegne aumenta il rapporto diretto tra produttori e distribuzione?
«Indubbiamente. La quota dei prodotti a marchio sul totale delle vendite della Gdo è in costante aumento e ha raggiunto il 22% (oltre il 30% nei discount), livello comunque ancora lontano dal 40% e oltre di Francia, Germania e Gran Bretagna. E il 91% dei fornitori dei prodotti a marchio delle insegne sono nazionali, con una quota dell’80% di piccole e medie imprese».


È boom dell’e-commerce
anche nei negozi sottocasa

Due milioni di nuovi clienti e un miliardo di valore assoluto in più rispetto al 2019

La domanda online di prodotti alimentari in alcuni siti è decuplicata, mentre l’integrazione fra piattaforme elettroniche e retailer di prossimità ha permesso di servire anche le piccole comunità e i centro storici

MILANO

Un trend in crescita che ha ricevuto dal lockdown una spinta decisiva destinata a proseguire con forza. Tanto che quest’anno gli acquisti online dei consumatori italiani (su siti sia italiani sia stranieri) nel comparto Food&Grocery varranno 2,5 miliardi, con una crescita del 55%, quasi 1 miliardo in valore assoluto in più rispetto al 2019. La componente più rilevante (pari all’87%) è rappresentata dall’alimentare con protagonisti i prodotti da supermercato (+85% per un valore di 854 milioni) seguiti dal food delivery (cibo pronto) con 706 milioni (+19%) e dall’enogastronomia (prodotti di nicchia) con 589 euro (+63%). È la fotografia scattata dall’Osservatorio eCommerce B2c promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano con la ricerca «Food&Grocery… ora l’online è di casa!». «A fine 2019, il Food& Grocery – spiega Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm- Politecnico di Milano – era il comparto più dinamico online, ossia con il ritmo di crescita più sostenuto (+40% circa), ma il meno maturo, ossia quello con il tasso di penetrazione più basso (1,1% del valore totale degli acquisti retail dei consumatori italiani)». Con lo scoppio dell’emergenza Covid-19, aggiunge Mangiaracina «la domanda online di prodotti alimentari è in alcuni casi decuplicata, mettendo forte pressione agli attori ecommerce. Il lockdown, le nuove esigenze (e paure) dei consumatori hanno fatto cadere le barriere all’utilizzo del web (e dei pagamenti digitali) e hanno convinto anche i retailer più restii al cambiamento della necessità di potenziare l’offerta online, oggi non adeguata ». I picchi «straordinari» di richieste durante il lockdown e l’incapacità di soddisfarli da parte della maggior parte degli operatori hanno accelerato un processo sia di digitalizzazione (per chi online non era ancora presente) sia di adeguamento delle risorse, in primis logistico/distributive, (per chi online c’era già). Molti negozi fisici, focalizzati sui beni alimentari e di prima necessità, si sono avvicinati per la prima volta all’e-commerce grazie alla collaborazione con soggetti terzi già presenti online (piattaforme di food delivery e non solo). Ancora più numerosi i negozi di quartiere che hanno iniziato a lavorare con strumenti digitali meno evoluti dell’e-commerce, ma ugualmente interessanti, come ad esempio la presa dell’ordine via whatsapp o per telefono. Adesso sarà necessario ottimizzare i processi di picking e di distribuzione perché per fare e-commerce nel food (dove l’ordine medio è costituito da un numero elevato di prodotti, fino a 50 nel Grocery, con un basso valore unitario e con esigenze specifiche come la gestione a temperatura controllata) serve una macchina operativa perfettamente funzionante ed efficiente. «Nel nuovo scenario portato dal lockdown, con 2 milioni di nuovi utenti e-commerce in più, il comparto del Food&Grocery ha rappresentato senza dubbio un ruolo fondamentale per la crescita del commercio digitale nel nostro Paese – sottolinea Roberto Liscia, presidente di Netcomm –. Stiamo assistendo a una continua espansione delle modalità di contactless delivery, come click&collect, drive&collect e ritiro in locker ». Un modello che ha preso piede in Italia durante la prima fase di emergenza sanitaria, infine, conclude Liscia «è il proximity commerce. L’integrazione tra i grandi player del commercio elettronico e i piccoli negozianti, grazie alla logistica e alle piattaforme di delivery, ha permesso di sviluppare una rete locale che ha rimesso al centro il ruolo storico e fondamentale dei piccoli dettaglianti, servendo anche i clienti residenti in piccole comunità ».

Achille Perego


«In Alluflon design e qualità diventano pentole»

Nicoletta Bruni, vicedirettrice generale del gruppo

Ricerca e sostenibilità: dallo storico brand ’Moneta’ ai nuovi prodotti in alluminio riciclato dalle lattine

di Paola Benedetta Manca
PESARO

Cinquant’anni di qualità, innovazione e italianità. Alluflon, gruppo leader nel mondo del pentolame, in particolare per la sua tecnologia antiaderente e i rivestimenti in ceramica, il 6 giugno scorso ha festeggiato mezzo secolo. La storia del suo brand più noto, ‘Moneta’, inizia nel 1875; nel 1986 diventa parte di Alluflon group e, nel 2008, per primo lancia sul mercato il rivestimento in ceramica, creando una nuova categoria di prodotti in cui l’alta tecnologia sposa il design italiano. Per queste ragioni, è uno dei brand di riferimento della grande distribuzione ed è acquistato da una famiglia su cinque. Il gruppo Alluflon – che ha la sede produttiva a Mondavio (Pesaro-Urbino) – ha circa 300 dipendenti e produce 10 milioni di pentole l’anno, con un fatturato stabile di 50 milioni di euro. Il 60% di vendite riguarda l’export: il marchio ‘Berndes’, in particolare, è leader in Germania, dove il gruppo ha una delle due succursali commerciali, mentre l’altra è a Hong Kong. L’azienda è multichannel e rifornisce non solo la grande distribuzione ma anche i negozi specializzati e il circuito online delle vendite. Quest’ultimo si è sviluppato moltissimo durante il lockdown. «Durante l’emergenza – spiega Nicoletta Bruni, vicedirettrice generale del gruppo –, abbiamo dovuto chiudere per un mese registrando un forte calo delle vendite di periodo, ma stiamo recuperando velocemente, grazie anche al traino del canale online su cui puntiamo molto per il futuro. L’emergenza – sottolinea – ha rafforzato in noi il sentimento di italianità che mettiamo nei prodotti, siamo fieri di esserlo e di poter contribuire con la nostra attività in questo momento difficile, in cui ci sentiamo molto vicini ai nostri connazionali». Alluflon ora guarda avanti. «Il traguardo che vogliamo raggiungere – spiega Bruni – è il rafforzamento dei nostri marchi a livello europeo». Un obiettivo che persegue continuando a puntare tantissimo sull’innovazione: investe ogni anno quasi il 2% dei ricavi in ricerca e sviluppo, per avere soluzioni sempre nuove. «Perseguiamo incessantemente l’innovazione – approfondisce Bruni –, attraverso procedimenti brevettati, che riguardano sia i pretrattamenti dei materiali che le applicazioni dei rivestimenti. I campi di ricerca ricoprono ogni aspetto, dal design in termini di innovazione della funzionalità ed ergonomia, al fondo per induzione, ai rivestimenti particolarmente funzionali. Deteniamo, ad oggi, più di 30 brevetti e decine di modelli di design registrati». Una spinta all’innovazione che va di pari passo con la sostenibilità ambientale. Alluflon Group, infatti, mantiene un impegno costante nella lotta agli sprechi e all’inquinamento e nell’assicurare il benessere di tutti i dipendenti. Impegno sancito dalle certificazioni ottenute di gestione qualità, ambientale, e di costante processo di miglioramento delle condizioni di lavoro. L’ultima linea nata in casa Alluflon, ‘Recy’, è interamente composta da alluminio riciclato. Servono circa 43 lattine per dare vita a una padella di 28 cm di diametro e producendo 1 Kg di alluminio riciclato si risparmia il 95% di energia, inoltre è possibile riciclarlo infinite volte e al 100%. La linea ‘Recy’ ha anche un fondo a induzione che permette di cucinare in minor tempo, consumando meno energia. Possiede, poi, il rivestimento ‘Protection base’, brevettato a protezione dell’antiaderenza, per una doppia resistenza e durata.


Materie prime italiane per 94mila tonnellate
«McDonald’s valorizza le nostre eccellenze»

Mario Federico, managing director Italia: «Continueremo a muoverci su questa strada»

Carne bovina, Parmigiano Reggiano, mele dal Trentino, latte, bacon e arance
Il colosso Usa è un asse della filiera. Il valore raggiunge i 200 milioni di euro

di Giuseppe Catapano
MILANO

Born in the Usa, eppure italiani al 100%. Mario Federico (nella foto in alto), managing director di McDonald’s Italia, rende l’idea di quanto sia stretto il legame tra la catena di ristorazione e il nostro Paese. A tenere saldo tale legame c’è innanzitutto il rapporto con la filiera agroalimentare nazionale: ogni anno vengono acquistate 94mila tonnellate di materie prime, dalle 14mila di carne bovina provenienti da 15mila allevamenti alle 130 di Parmigiano Reggiano, passando per le 370 tonnellate di mele del Trentino Alto Adige o le 500 di arance rosse di Sicilia Igp. Il valore complessivo raggiunge i 200 milioni di euro. L’84% dei fornitori di prodotti e servizi è rappresentato da aziende con sede in Italia. Tra queste, ci sono big come Inalca, Amadori, Parmareggio e Bonduelle Italia. «Siamo un’azienda a tutti gli effetti italiana, con 600 ristoranti da Nord a Sud che ospitano un milione di clienti al giorno e danno lavoro a 24mila persone » tira le somme Federico. La novità risiede nell’ulteriore crescita della quota di prodotti made in Italy utilizzati nei McDonald’s: latte e bacon vanno ad aggiungersi alla (lunga) lista di ingredienti garantiti da fornitori locali. Il latte – 4,5 milioni di litri l’anno per il cono gelato, il Sundae e il Mc- Flurry – è fornito da Granarolo. Il bacon, di cui l’azienda stima l’acquisto di 1.500 tonnellate per il 2020, proviene da Italia Alimentari (società del Gruppo Cremonini) e dal Salumificio Fratelli Beretta. Continua, così, la lunga storia di collaborazione con il settore agroalimentare nazionale, consolidata anche dal legame con i prodotti Dop e Igp che ha alle spalle 12 anni di cammino attraverso 15 eccellenze certificate (solo nel 2020 ne verranno acquistate mille tonnellate). «Il nostro – osserva il managing director di McDonald’s Italia – è un percorso che punta a valorizzare l’eccellenza e la qualità dei prodotti italiani. Continueremo a muoverci lungo questa strada». Dal 24 giugno scorso sono entrati in assortimento due nuovi panini della serie McChicken Variation, con ricette create a quattro mani da GialloZafferano e McDonald’s: per realizzarle sono stati acquistati, da fornitori del territorio, 28 tonnellate di peperoni, 17 tonnellate di pomodori gialli, 17 tonnellate di scamorza affumicata – per un totale di 1,7 milioni di litri di latte italiano – 44 tonnellate di bacon da pancetta, 2 tonnellate di Aceto Balsamico di Modena Igp e 170 tonnellate di petto di pollo. Tutto rigorosamente made in Italy. Anche perché «dopo i mesi difficili a causa dell’emergenza Coronavirus – spiega Federico – è giusto ricominciare da noi, dall’Italia, dalle nostre eccellenze ». Ogni anno McDonald’s genera circa 1,3 miliardi di euro di valore condiviso con il Paese, distribuisce più di 900 milioni fra salari e tributi fiscali, impegna complessivamente più di 28mila persone se si considerano i 24mila dipendenti e gli addetti della filiera. «A marzo – ricorda Federico – ci siamo ritrovati a dover chiudere 600 ristoranti. Una scelta drastica, abbiamo pensato prima di tutto alla sicurezza». Nei due mesi di chiusura, l’azienda ha continuato a programmare il futuro con un occhio alla solidarietà. «Dieci ristoranti hanno offerto 10mila pasti a settimana, per un mese, alle persone bisognose. Abbiamo donato 200 tonnellate di prodotto». In più, un milione di euro è stato donato per sostenere la cura dei malati di Covid-19. Maggio è stato il mese delle riaperture, prima dei McDrive e poi delle sale «garantendo la sicurezza di clienti e addetti». Il piano di aperture di nuovi ristoranti va avanti: nel 2020 vedranno la luce 30 McDonald’s (l’ultimo inaugurato a giugno a Busto Garolfo, nel Milanese), 100 in un triennio. Un segnale di fiducia.