«Un modello ecologico
per l’agricoltura europea»

Intervista a Paolo De Castro

«L’Italia ha le carte in regola con oltre 800 prodotti riconosciuti Dop-Igp
e siamo leader nel biologico. Ridurre la burocrazia, pratiche semplificate»

di Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

L’Europa dei prossimi anni sarà più ‘verde’. È il New european green deal, declinato in due strategie «dedicate» – Biodiversity e Farm to fork – che trasformeranno l’agroalimentare in un modello di ecosostenibilità. E poi c’è la Pac (Politica agricola comune), da riformare e tarare in questa chiave, che dovrà incentivare gli agricoltori e soddisfare i consumatori azzerando, o quasi, l’inquinamento. Chi pagherà tutto questo, chiediamo a Paolo de Castro (in alto a sinistra), due volte ministro, europarlamentare da 11 anni, ex presidente di Comagri (la Commissione agricoltura dell’Europarlamento)? «L’Unione europea, con il contributo dei 27 Stati membri e dei suoi 450 milioni di cittadini, che ne trarranno benefici in termini di salute, sicurezza alimentare e benessere in una logica di economia circolare».
C’è da essere ottimisti?
Qualcuno parla di obiettivi troppo ambiziosi… «Ottimisti e realisti: il Green deal lanciato dalla Commissione Ue è un progetto ambizioso che punta ad abbattere le emissioni di gas serra portando l’Europa, entro il 2050, a raggiungere la neutralità climatica ».
E l’agricoltura?
«Per raggiungere questi obiettivi sarà sempre più strategica. Non a caso la presidente dell’Esecutivo, Ursula von der Leyen (in alto al centro), ha detto che per voltare pagina dovremo puntare su agricoltura e digitale».
Biodiversità e ‘Dal campo alla tavola’ suonano come slogan.
«Dietro c’è della sostanza. E l’Italia, dati alla mano, in questo senso è già ai vertici europei: vanta oltre 800 prodotti riconosciuti Dop-Igp, è leader nel biologico, ha 40mila aziende agricole che custodiscono semi e piante a rischio di estinzione e il maggior numero di alimenti in regola per residui chimici».
L’Italia dei primati è però nota anche per la scarsa capacità di spesa degli aiuti Ue.
«Certo la burocrazia va ridotta e le pratiche vanno semplificate: la prossima Pac dovrà essere più ‘verde’, ma anche a portata di ‘clic’ per tutti gli agricoltori ».
La Politica agricola, che quest’anno è in scadenza, assorbe circa il 37% del budget complessivo comunitario, ma per quella futura si parla di tagli quasi certi.
«In base ai nostri calcoli non è così. Nel periodo di programmazione 2014-2020 per l’agricoltura sono stati stanziati quasi 381 miliardi di euro: circa 54 miliardi l’anno, di cui 7 destinati all’Italia. Il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 proposto ora dalla Commissione, che Consiglio e Parlamento dovranno approvare insieme al Piano di rilancio dell’economia per il post-Coronavirus, ribattezzato ‘Next Generation Eu’, di miliardi al settore ne dovrebbe stanziare oltre 391, con un aumento del 2,8%. Il taglio, per circa 15 miliardi, era previsto nella proposta presentata due anni fa dalla vecchia Commissione europea ».
Dunque tutto bene?
«Dopo il dramma della pandemia possono nascere delle opportunità. La proposta di bilancio Pac per i prossimi sette anni, se confermata, aumenterebbe in particolare di oltre l’8% le risorse per lo Sviluppo rurale».
Il cosiddetto secondo pilastro, appunto, sul quale alcune Regioni hanno registrato ritardi e incapacità di spesa.
«Agli Stati membri è consentita una certa flessibilità nella destinazione dei fondi Ue. Quelli dello Sviluppo rurale possono essere veicolati, fino al 15%, come pagamenti diretti, cioè il primo pilastro della Pac».
In attesa della riforma, nel 2021 e 2022 gli agricoltori continueranno a fare i conti con le attuali regole Pac.
«Un motivo di tranquillità per loro. E meno problemi per le Regioni in difficoltà nella gestione dei Programmi di sviluppo rurale».
E il commissario all’Agricoltura?
«Wojciechowski (in alto destra) è una brava persona, ma finora è stato alla finestra. Gli agricoltori hanno bisogno di risposte, e di liquidità, per l’immediato ».
Il primo passo l’avete fatto in commissione Agricoltura…
«Abbiamo raddoppiato i fondi per agricoltori, imprese e cooperative agricole per rispondere subito alla crisi provocata dal coronavirus: ai singoli produttori andrà un importo forfettario di 7mila euro, a Pmi e coop di 50mila. Una prima importante boccata d’ossigeno da oltre 400 milioni di euro».


LO SPECIALE

Dal campo alla tavola
Ecco il meglio del made in Italy

L’agricoltura e l’alimentare sono la Filiera della Vita. Ce ne siamo accorti durante i mesi più duri del lockdown. Sugli scaffali dei supermercati, su quelli dei negozi, non è mai mancato il bene più necessario all’esistenza: il cibo. Dietro al quale c’è il lavoro delle filiere dell’agroalimentare che raccontiamo in queste pagine: aziende – grandi e piccole – che hanno dovuto fare i conti con le difficoltà di continuare a operare in sicurezza. Con i bilanci messi a dura prova dal lockdown. Con le preoccupazioni per i mesi a venire e le ansie della ripartenza. Volontà, ottimismo e innovazione sono, invece, le parole chiave del futuro. Abbiamo attraversato le filiere di pasta, grano e cerali, ortofrutta, carne e allevamenti, salumi e insaccati, ortofrutta, vino e spirits, olio e condimenti, grande distribuzione e horeca, pesce e itticoltura, macchine agricole, foraggi e seminativi. Accompagnati dagli scenari di Ismea sulla DopEconomy, dagli interventi dell’europarlamentare Paolo De Castro che mette a fuoco la Politica agricola europea, di Massimo Vincenzini, presidente dell’Accademia dei Georgofili, di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. E di Teresa Bellanova, ministro per le Politiche Agricole. Un viaggio nel meglio del made in Italy.


Una filiera integrata dai campi alle tavole
«Reddito, vista internazionale e sostenibilità»

Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini

«Sono queste le tre parole chiave che dovranno guidare le scelte italiane. Servono infrastutture dalla logistica al digitale. Più forza con l’Europa»

di Alessandra Ferretti
MILANO

Redditualità, internazionalizzazione e sostenibilità. Ecco le tre parole chiave che nel prossimo futuro dovranno guidare tutte le scelte italiane di filiera nel mondo agricolo e agroalimentare secondo Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, alla luce delle criticità emerse dopo l’emergenza da Covid- 19. «Si tratta di problematiche – precisa il numero uno dell’organizzazione – che già conoscevamo, ma che da adesso in avanti non possiamo più ignorare ». E Prandini le elenca. A cominciare dalle infrastrutture. «Che non sono solo quelle materiali. Il 50% delle aree rurali non è coperto da rete o fibra ottica e ciò non permette alle aziende agricole o zootecniche di approcciarsi al mercato sia domestico che estero con i mezzi telematici opportuni. Una necessità, questa, che si è rafforzata durante il Covid- 19 e che ha creato difficoltà a molte aziende». In secondo luogo, indica il settore dei trasporti, finalizzati alla movimentazione non solo delle persone, ma anche delle merci, da quelli via acqua a quelli via rotaia, come l’alta velocità. «Tutti questi – commenta ancora il presidente – sono strumenti volti ad un tipo di commercializzazione che investe sulla tempestività. Non si tratta solto di aprirsi nuovi spazi di mercato. Ma anche di continuare a rifornire i nostri mercati storici, perché sarebbe errato pensare che i paesi dove l’agroalimentare italiano era piazzato restino tali senza impegno continuo». A questo proposito, l’Italian sounding dovrebbe farci riflettere «Laddove questo è più forte dovremo interrogarci se proprio là siamo abbastanza presenti con i nostri prodotti originali». Solitamente il settore agroalimentare è anticiclico, ma in questa emergenza ha evidenziato forti criticità. Vedi ad esempio il comparto ortofrutticolo, che ha risentito fortemente della mancanza di disponibilità di manodopera. Questo ha significato meno valore, meno mercato, ma allo stesso tempo, prezzi più alti. «Oltre ciò – aggiunge il numero uno di Coldiretti – dovremmo poter disporre delle medesime condizioni di cui godono anche altri paesi quando parliamo di esportazioni. Il settore della suinicoltura, ad esempio, è fortemente svantaggiato da questo punto di vista. L’Italia può esportare in Cina soltanto carni senza osso. Ma pensiamo a tutto il bacino di altissima qualità delle nostre Dop, tra prosciutto di Parma e prosciutto di San Daniele, solo per citarne un paio di eccellenze». Se vogliamo parlare di modelli positivi di filiera, prendiamo come esempio il settore vitivinicolo. «È l’ambasciatore della nostra cultura nel mondo, un ruolo che andrebbe assunto anche da altri comparti», specifica Prandini. «Sarebbe la chiave di volta per premiare l’etichettatura (a dispetto di quella a semaforo) come informazione che valorizza la distintività dei nostri prodotti » Oggi l’imperativo è «non tornare indietro». Ma anzi investire su sfide che ci portino ad evidenziare la distintività del nostro modello produttivo basato su sostenibilità, turismo, territorio e cultura collegata all’agroalimentare. Spiega Prandini: «Concretamente ciò può essere realizzato, anzitutto, utilizzando nel modo più fecondo e proficuo possibile le risorse comunitarie – e non più come accaduto come per il secondo pilastro PAC, restituire dei fondi perché non sono stati utilizzati – con un coordinamento tra livello nazionale e regioni in modo che le misure indicate possano essere equiparate da una regione all’altra». Il secondo step consiste nell’essere forti a livello europeo, lavorando quotidianamente perché le stesse risorse PAC non rischino di venire abbassate – perché questo comporterebbe anche il rischio di farci retrocedere dietro altri paesi caratterizzati da produzioni omologate. Conclude il presidente: «Oggi più che mai dobbiamo ragionare per filiere. Come? Superando la distinzione fra l’agricoltura e l’agroalimentare e lavorando perché l’intera filiera sia integrata».


L’analisi dell’associazione: crollo del 4% nel primo trimestre

Consumo ko, tornano indietro di venti anni

Con un crollo stimato pari 4% nel primo trimestre del 2020, i consumi degli italiani tornano indietro di 20 anni precipitando su valori comparabili a quelli dei primi anni 2000. È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti divulgata in occasione dei dati Istat sulla spesa delle famiglie nel 2019. Una tendenza registrata nei primi tre mesi dell’anno, spiega la Coldiretti, che evidenzia lo tsunami nei consumi provocato dall’emergenza Coronavirus. Un periodo nel quale sono comunque aumentate del 6,1% le vendite dei beni alimentari.


Camera Marche: ripartire dal chilometro zero

Il presidente Gino Sabatini e Tommaso Di Sante, delegato all’agricoltura

«Campagna di comunicazione a favore delle eccellenze enogastronomiche e delle produzioni locali. Siamo impegnati sul digitale sia per le fiere sia per le opportunità dei market place. Bene i sostegni, ma la strada è lunga»

di Daniele Luzi
ANCONA

Il mondo dell’agroalimentare e le sue sfide ai tempi del Coronavirus: del momento attuale e delle prospettive future abbiamo parlato con il presidente della Camera di Commercio, Gino Sabatini, e con il componente di giunta camerale con delega all’agricoltura, Tommaso Di Sante.
Presidente Sabatini, ci fa un bilancio sullo stato di salute del mondo agroalimentare marchigiano?
«Come ogni comparto economico, anche quello agroalimentare ha accusato i colpi dello stallo legato all’emergenza. I mesi del lockdown hanno comportato, da subito, la perdita di tonnellate di frutta e verdura rimasti senza raccoglitori. Idem per la filiera della floricoltura e dei vivai, che nella stagione primaverile assorbono in tempi normali il 70% del proprio fatturato annuale. Hanno inciso sulle perdite non solo le limitazioni della ristorazione ma anche la chiusura delle mense di scuole e aziende. In pesante perdita anche il settore vitivinicolo«.
Cosa ha fatto e cosa sta facendo Camera Marche per aiutare le imprese agroalimentari?
«La Camera di Commercio delle Marche promuove una campagna di comunicazione mirata ‘Riparti dal km 0’ per il consumo delle eccellenze enogastronomiche e delle produzioni locali. Solo negli ultimi due mesi e mezzo abbiamo messo a disposizione risorse per 8 milioni per sostenere le imprese tra credito e altri interventi. Siamo impegnati sul fronte del digitale, non solo con l’appositivo e innovativo bando b2b per le fiere digitali, ma anche per promuovere la capacità di stare online e la conoscenza delle opportunità legate ai market place».
La Camera delle Marche ha dedicato un’azienda speciale all’agroalimentare, con sede nel Piceno.
«Vogliamo essere al fianco di tutte le imprese marchigiane attraverso il patrimonio di competenze e professionalità del braccio operativo dell’azienda speciale, supportando specialmente quelle Pmi che non riescono a muoversi autonomamente nei mercati. Sarà cruciale orientarle tra le opportunità nel digitale e sostenerle all’interno di una promozione del territorio a tutto tondo»
Di Sante, lei come giudica gli aiuti messi in campo dallo Stato e dalla Regione?
«Nonostante non si sia mai fermato, il settore agricolo è stato fortemente penalizzato dalla chiusura del canale Horeca. Serve un sostegno forte per salvaguardare tutto il comparto. Con la Regione Marche il mondo dell’agricoltura si è confrontato e continuerà a farlo. I bandi di recente attivazione hanno da subito portato sostegno ai settori più duramente colpiti come agriturismi e vivai per poi concentrarsi su vitivinicolo, allevamenti, latte e produzione di formaggi ma la strada è ancora lunga e i tempi sono sempre più stretti».
Lavoro nero, caporalato, scarse tutele per i lavoratori: cosa serve per combattere questi rischi?
«Nella nostra regione circa un terzo dei lavoratori stagionali è composto da stranieri. Fenomeni di caporalato e settore nero ci sono ma restano, per fortuna, marginali. Merito della struttura delle nostre aziende, di dimensione medie o piccole e spesso gestite da gruppi familiari, e merito anche delle forze dell’ordine».
L’impatto dell’emergenza sull’export dell’agroalimentare marchigiano?
«Il risultato, apparentemente, positivo dell’export del comparto nel primo trimestre 2020 non preannuncia purtroppo una tendenza di crescita. Lo stesso settore vitivinicolo è in sofferenza e il comparto è in attesa di misure per far fronte a tutti gli ettolitri invenduti. L’Ue ha previsto fondi per trasformare il vino invenduto in gel disinfettante o bioetanolo. La Francia ha già iniziato, l’Italia è in attesa del decreto applicativo. La Regione Marche è in procinto di pubblicare un bando ad hoc come richiesto dagli agricoltori».