Concorrenza low cost e gelate sugli ulivi
Anno difficile, tiene solo l’export extra-Ue

Le giacenze di olio, anche Evo, sono alte e si prevede che i prezzi continuino a scendere

Durante la pandemia la domanda interna si è spostata su prodotti non italiani
Orlando Pazzagli, Confagricoltura Toscana: «Avremo una produzione scarsa»

di Monica Pieraccini
FIRENZE

A metà aprile in Italia si contavano 367mila tonnellate di giacenze di olio, di cui il 68,5% extravergine di oliva. La chiusura dei confini nazionali non ha favorito un mercato che già scontava a inizio anno un momento di forte difficoltà. Troppe importazioni, con i prezzi del prodotto made in Italy che sono scesi progressivamente nell’ultimo anno, in alcuni casi fino a tre euro al litro. La chiusura del canale Horeca ha penalizzato gli oli Evo di fascia più alta e la riduzione delle esportazioni ha ulteriormente ridotto la redditività per i produttori italiani. La domanda interna, nel frattempo, si è spostata su prodotti più commerciali e meno costosi. Nella crisi, il consumatore, che già generalmente apprezza di più le qualità del vino che quelle dell’olio, non cerca più un prodotto a marchio di qualità, ma la prima cosa che legge è il prezzo. Lo conferma l’indagine del centro studi di Confagricoltura, che registra nella grande distribuzione un aumento delle vendite del 18% a favore dell’olio di provenienza comunitaria. In questo contesto, il calo dei prezzi dell’olio non troverà probabilmente soluzione nei prossimi mesi: le giacenze sono alte e gli approvvigionamenti delle imprese confezionatrici faticano a riprendere. Gli unici segnali positivi arrivano dall’export verso i Paesi extra-Ue: nel periodo gennaio- aprile 2020 l’Italia ha esportato quasi 316 milioni di euro di olio d’oliva, in crescita dell’11,3%. Calano le esportazioni verso l’Unione europea, che tra gennaio e marzo sono state poco più di 110 milioni contro i 118 dello stesso periodo 2019, per una flessione di quasi il 7%. Se questi sono i dati del primo trimestre, la stima è che a chiusura di questo anno nero le esportazioni di olio caleranno mediamente dell’8%. Anche per la nuova raccolta, le attese non sono delle migliori, nemmeno in Toscana. «La stagione si sta mettendo male – commenta Orlando Pazzagli, presidente della sezione prodotto olivicolo di Confagricoltura Toscana – perché, escluse le zone interne, dove le piante sono più indietro, la ghiacciata di inizio aprile ha rovinato la fioritura degli olivi sulla costa». La produzione potrebbe quindi essere scarsa, in un anno che è stato pessimo per il comparto olivicolo, costituito da un tessuto di 825mila aziende, distribuite su 1,17 milioni di ettari, per un fatturato di oltre 3,2 miliardi di euro e un’occupazione nella filiera di circa 160mila addetti. Come altri comparti, anche quello olivicolo dovrà di fatto contare solo sulle proprie forze. «Non abbiamo visto un euro nemmeno per le gelate di due anni fa. Anche questa volta – sottolinea Pazzagli – non arriverà niente perché di solito chi vende olio ha alle spalle un’azienda agricola e per accedere ai contributi è necessario aver avuto perdite per almeno il 30% del fatturato. Se l’azienda produce solo olio, sicuramente ha avuto queste perdite e anche oltre, ma se fa altro, come ad esempio grano, vino, pomodori, non arriverà al 30% di calo». Cosa servirebbe per uscire dalla crisi? Liquidità, prima di tutto. Secondo Confagricoltura, che associa due terzi delle imprese agricole italiane per oltre 500mila lavoratori, «è essenziale sostenere le imprese con iniezioni di liquidità specifiche e semplificazione burocratica ». Le aziende «hanno bisogno di aiuti e supporti finanziari, ma anche di modalità di erogazione e utilizzo agili e semplici da gestire». Fondamentale un piano di promozione per il rilancio dei consumi interni di olio Evo italiano, che coinvolga la ristorazione, il settore turistico, gli agriturismi e i territori olivicoli, e un piano di promozione istituzionale per rilanciare l’immagine e la reputazione dell’extravergine di oliva italiano all’estero.


Dall’albero al frantoio: il turista è servito

Dal 1° gennaio c’è una legge ad hoc per il settore

Le visite nelle aziende agricole produttrici
«Insegniamo a capire l’olio, e anche a farlo»

FIRENZE

Un anno iniziato all’insegna dell’oleoturismo. Dopo l’affermarsi del fenomeno già dal 2019, a partire da primavera 2020 le aziende agricole si aspettavano un vero e proprio boom. Al pari dell’enoturismo, anche il turismo legato all’olio ha dal primo gennaio una sua legge che lo riconosce. Le visite negli oliveti, far scoprire come dall’oliva si arriva al prodotto finito, organizzare degustazioni e iniziative a carattere educativo e didattico nei luoghi di coltivazione e produzione: su questo puntavano e hanno investito le aziende del settore, pronte agli oleoturisti a partire da Pasqua. Un’opportunità che, causa pandemia, è rinviata al 2021. «Solo la Puglia, dove il turismo si affaccia solitamente più tardi, avrà probabilmente qualche possibilità di accogliere turisti interessati all’olio. Ma per la gran parte degli agriturismi se ne riparlerà la prossima stagione. C’è molto malcontento e delusione, perché l’oleoturismo è una fonte di reddito che per alcuni stava cominciando a crescere», spiega Palma Esposito, responsabile per i settori vino e olio di Confagricoltura. Purtroppo la pandemia ha avuto un impatto pesante sul turismo, anche su quello legato all’olio. «Rispetto al 2019 sono calate le vendite dirette. Ne hanno risentito, ad esempio, i produttori di olio del Garda: lavorano molto con i tedeschi, che vengono in vacanza al lago e comprano olio ad un prezzo soddisfacente», sottolinea Esposito. Se non può avere un presente, l’oleoturismo ha però sicuramente un futuro. «C’è tutta la volontà di veicolare, anche attraverso questo strumento, la conoscenza del prodotto. Uno dei maggiori problemi, infatti – fa presente la responsabile di Confagricoltura – è che il consumatore non riesce a percepire la differenza tra un olio italiano dop rispetto ad uno più commerciale ». Grazie al turismo legato all’olio è invece possibile far conoscere meglio il prodotto, l’azienda che lo produce e quindi contribuire a fare apprezzare di più le caratteristiche di qualità. È un modo per informare ed educare il consumatore, oltre che un ritorno economico per le aziende. C’è ancora molto da fare, però. In occasione del 25esimo anniversario dell’Associazione nazionale città dell’olio, Roberta Garibaldi ha curato il rapporto ‘La valorizzazione turistica dell’olio’ dal quale emerge che il 55% dei turisti interessati al tema non ha partecipato ad iniziative durante il suo viaggio perché è mancata un’informazione adeguata. Il 49% vorrebbe inoltre poter visitare in Italia un museo nazionale dell’olio. In quanto alle esperienze preferite, il 61% dei viaggiatori è pronto a partecipare alla raccolta delle olive e a produrre il proprio olio, il 64% è interessato a scoprire aneddoti sull’azienda e sul territorio sul quale opera, il 57% a interagire con il proprietario. C’è poi chi – il 79% degli intervistati – vorrebbe abbinare la degustazione dell’olio a piatti e specialità del luogo o sogna esperienze culinarie (69%) e artistiche (41%) negli uliveti. L’oleoturismo è insomma un modo di vivere il territorio e le sue specialità tutto da sviluppare e sperimentare, ma rinviato al prossimo anno. I 434 milioni di presenze turistiche registrate nel 2019 da Enit non ci saranno. «Per la metà si tratta di stranieri. Una buona fetta – dichiara Giordano Pascucci, presidente di Cia Toscana – acquista prodotti direttamente nelle aziende agricole, per questo il calo si sente». Alcune aziende si sono attrezzate con consegne online o a domicilio, ma non sarà possibile compensare la domanda che arriva dall’enorme flusso di persone che quest’anno mancherà. «Anche nei prossimi mesi di luglio e agosto le aspettative non sono buone. La ripresa – conclude Pascucci – sarà lunga e lenta».

Monica Pieraccini


Sua maestà, il Balsamico: il nostro oro nero
«Ambasciatore sulle tavole di tutto il mondo»

L’Aceto Balsamico di Modena Igp tra tutela e rilancio

È un fuoriclasse dell’agroalimentare: nel 2019 le 62 acetaie tradizionali hanno prodotto un fatturato al consumo per un miliardo di euro

di Lorenzo Frassoldati
MODENA

Un fuoriclasse dell’agroalimentare made in Modena. Originario della terra di Ferrari e Maserati, l’Aceto balsamico di Modena Igp alimenta una filiera che nel 2019 ha prodotto un fatturato al consumo di un miliardo di euro, grazie ai suoi 95,8 milioni di litri, frutto del lavoro delle 62 acetaie nelle province di Modena e Reggio Emilia. E corre nel mondo come i bolidi rossi di Maranello. Il Balsamico Igp , fiore all’occhiello dell’agro-economia modenese, fa numeri da record raggiungendo oltre 120 Paesi di tutto il mondo, dove viene esportato circa il 92% della produzione totale. Ambasciatore del made in Italy a tavola, si è affermato come il nostro prodotto a qualità certificata più esportato nei quattro continenti. Riconosciuto ufficialmente in Italia fin dal 1933, grazie all’impegno del Consorzio di Tutela ha ottenuto il riconoscimento Igp a livello comunitario nel 2009, grazie al quale ha potuto ottenere altresì una maggiore tutela, soprattutto a livello internazionale, ed una ulteriore garanzia di autenticità del prodotto e di sicurezza per il consumatore. Il successo internazionale ne ha fatto uno dei prodotti più imitati ed ‘evocati’ nel mondo e anche in Europa, dove – nonostante il bollino di origine – c’è sempre qualche furbetto che tenta di taroccarlo. Così nel quartier generale del Consorzio a Modena è stata accolta con soddisfazione la sentenza della Suprema Corte Federale tedesca che ha conferma la piena tutelabilità del Balsamico di Modena contro prodotti che lo imitano o evocano in Germania, ribaltando una sentenza della Corte di Karlsruhe del 2017. Un pronunciamento che chiude una fase di incertezza che poteva essere molto pericolosa per il futuro di una delle delikatessen italiane più imitate al mondo: se vacillava la tutela anche in ambito comunitario, si aprivano scenari imprevedibili di agro-pirateria ai danni del nostro ‘oro nero’. «Dal punto di vista giuridico – evidenzia il direttore del Consorzio, Federico Desimoni (nel tondo a destra)– questa sentenza è di fondamentale importanza perché conferma la piena tutela del nostro prodotto ». «Un grande successo del Balsamico di Modena, ma non solo – sottolinea l’europarlamentare Paolo De Castro – perché questa sentenza chiarisce un punto focale: oggi più che mai la tutela della qualità certificata dei nostri prodotti Dop e Igp è la strategia più importante per affrontare un mercato globale sempre più orientato a logiche contrapposte a quella della qualità». L’anno 2019 è stato chiuso con numeri soddisfacenti: i volumi di produzione sono infatti tornati a sfiorare quota 96 milioni di litri certificati (+6%), riportando il valore del fatturato alla produzione oltre i 390 milioni di euro. Poi è arrivato il Covid-19 e il lockdown. Adesso si riparte. «Come buona parte del settore agroalimentare – spiega il direttore Desimoni – anche quello del Balsamico Igp non si è fermato. Le vendite rimaste costanti della distribuzione hanno sostenuto la produzione, ma un’importante segmento del mercato come l’Horeca ed in generale il consumo fuori casa hanno subito un blocco totale in tutto il mondo». Il Consorzio si è mosso per chiedere alle istituzioni nazionali, regionali e provinciali sostegno per le aziende che versano in stato di crisi. «Per i nostri soci – dice la presidente Mariangela Grosoli (nel tondo a sinistra)– stiamo studiando la possibilità di sostegni diretti, strumenti per l’implementazione dell’e-commerce e piani specifici di promozione e comunicazione e, in prospettiva, strategie di rilancio del turismo territoriale e della vendita diretta in azienda».

l.frassoldati@alice.it