Pesce, crostacei o molluschi? Ve lo dice un’app
«Pescherie tricolori dentro i supermercati»

Il settore rilancia per recuperare il blocco della Fase 1 che ha azzerato i ricavi

La filiera ha mostrato la fragilità di portare la produzione ittica nazionale sui banchi della grande distribuzione. Fedagripesca: il governo investa

di Giuseppe Catapano
MILANO

Quanto ha pesato il Coronavirus sulla pesca italiana? Tanto, a tal punto da azzerare o quasi il fatturato del settore. Fedagripesca-Confcooperative, in un’elaborazione dei dati Nisea, ha stimato nel solo mese di marzo una contrazione di circa 60 milioni di euro, ovvero oltre il -70% su base mensile e circa il -6% su base annua. A soffrire di più le imbarcazioni di dimensioni maggiori che hanno costi di gestione più alti, quantitativi di sbarcato maggiore e di conseguenza rischi di invenduto più elevati. Per i pescherecci più piccoli, dove a bordo sono imbarcate poco persone e per lo più componenti della stessa famiglia, è andata un po’ meglio soprattutto nella gestione della sicurezza a bordo. La maggiore flessibilità ha poi permesso di sperimentare la vendita diretta a domicilio. Eppure solo un anno fa i consumi di pesce facevano registrare, rispetto al 2018, un +2,6%. Con le cozze che rappresentavano il 50% delle vendite di molluschi, traguardo che sembra difficile raggiungere quest’anno. Proprio sulle cozze è concentrata l’attenzione degli allevatori: senza ripresa compiuta dei mercati, è a rischio persino la raccolta del prodotto. Intanto la pesca ha ripreso il largo dopo i giorni più difficili, ma la domanda ridimensionata soprattutto in avvio di Fase due ha limitato molto le attività. Tanto ha pesato la chiusura dei ristoranti, tanto potrà incidere per la ripresa il loro ritorno a pieno ritmo. «Il pesce c’è – l’istantanea di Fedagripesca – e l’importante è tornare a consumare prodotto ittico fresco nazionale. A fare da ‘bussola’ al momento dell’acquisto tra pesci, molluschi e crostacei c’è la nostra app ‘Che pesce sono?’ che fornisce la carta di identità delle specie che si ha di fronte in pescheria o al supermercato ». La chiusura dei ristoranti ha mostrata la fragilità di una filiera che stenta ad arrivare sulla Gdo. «Il nodo cruciale resta la bassa penetrazione nella grande distribuzione delle produzioni nazionali. Occorre creare ‘pescherie tricolore’ all’interno dei punti vendita. Per fare questo servono accordi di filiera e bisogna favorire la creazione di canali commerciali dentro i supermarket dove si vende pesce italiano. Il governo potrebbe sostenere realmente il settore investendo risorse su questa iniziativa e favorendo un filo diretto tra supermercati e cooperative». L’Italia è tra i primi dieci Paesi europei del settore. La flotta peschereccia è di 12mila unità, la maggior parte (72%) con una dimensione fino a 11 metri. In questa fascia si concentra oltre il 40% degli occupati a tempo pieno (20mila), mentre nella fascia superiore (12-23 metri) è impegnato il 47% della forza lavoro. La maggior parte degli sbarchi – il primo ‘scaricamento’ a terra – comprende prodotti freschi (circa il 95%) e una quota minima di prodotti congelati. Quanto alla destinazione d’uso, il 97% è destinato al consumo e il 3% a usi industriali. Il valore economico supera abbondantemente i 900 milioni di euro. Saldo negativo tra import (6 miliardi di euro) ed ed export (meno di 900 milioni).

12
mila

Sono le imbarcazioni della flotta italiana: la maggior parte (72%) ha una dimensione fino a 11 metri

97
per cento

La quota di pescato destinata al consumo alimentare, il 3% restante va all’industria

60
milioni

La contrazione dei ricavi solo a marzo


Ostriche d’oro e innovazione per pescare ricavi

La piscicoltura vale oltre 500 milioni di euro all’anno

La vera ripresa si avrà solo con la piena ripartenza della ristorazione. La strada della ’golden oyster’

MILANO

L’acquacoltura italiana – ovvero l’allevamento di organismi di acqua dolce o marina come pesci, molluschi, crostacei e alghe – vale oltre 500 milioni di euro. Gli ultimi dati disponibili rivelano che il 45% della produzione viene da acque marine, il 28% da acque salmastre e il 27% è di acqua dolce. Tra le principali specie commerciali allevate ci sono le vongole, prime in valore (224 milioni, 41%). Seguono la trota, la spigola, la cozza (prima invece in volume) e l’orata. Anche il comparto ha subito il forte contraccolpo della crisi legata al Covid-19. L’allarme è arrivato da Api, l’associazione dei piscicoltori di Confagricoltura. «La vera ripresa si avrà solo con la piena operatività del canale Horeca. Intanto invitiamo i consumatori a scegliere pesce di produzione nazionale» le parole del presidente Pier Antonio Salvador mentre la Fase due mostrava ancora incertezza. Anche perché «l’emergenza Covid-19 ha messo in ginocchio i 650 allevamenti italiani di pesce d’acqua dolce, spesso di piccole dimensioni. Chiuse le pescherie, fermi i ristoranti e il turismo, interrotta la pesca sportiva, quasi annullato l’export: le perdite per gli allevatori ittici sono state notevoli, oltre 15 milioni di euro in due mesi». Poi sono arrivate Fase due e Fase tre. La lenta ripresa, che dà speranza. Più avanti si tireranno le somme di un anno che comunque sarà difficile. Crisi a parte, l’acquacoltura è e resta un settore ad alto tasso di innovazione. Un esempio in tal senso arriva dall’Emilia- Romagna. Che si distingue con la ‘golden oyster’, l’ostrica d’oro il cui nome deriva dal colore del guscio. Viene prodotta nella Sacca di Goro, tra il Po e l’Adriatico. Nel Ferrarese nasce qualcosa di unico in Europa, che ha notevoli potenzialità di sviluppo. Vadis Paesanti, presidente regionale di Fedagripesca- Confcooperative, ne è convinto: nel 2016 ne furono trovati due esemplari nella Sacca di Goro, a quel punto il biologo Eduardo Turolla decise di dare vita alle ‘golden oyster’, prodotte dalla cooperativa Sant’Antonio di Gorino (Ferrara) con un picco di 300mila esemplari. La stessa Fedagripesca intende puntare con forza sulle ostriche italiane, visto che i margini di crescita sono notevoli: il 97% di questi molluschi consumati in Italia viene dall’estero e il nostro Paese, con una produzione di circa 200 tonnellate all’anno, non riesce a soddisfare la domanda interna. «L’ostrica potrebbe rappresentare quello che è stato anni fa per le vongole veraci filippine, che nelle nostre acque hanno ritrovato l’habitat ideale per essere allevate», spiega l’associazione. «Creando piccoli poli produttivi in ogni marineria lungo i 7 mila chilometri di costa, con una cinquantina di quintali ciascuno – l’istantanea di Fedagripesca – l’Italia potrebbe fare concorrenza alla Francia». Insomma, un piano italiano per le ostriche che potrebbe valere fino a 2 milioni di euro. Con l’idea di base che l’ostrica non deve essere un prodotto per pochi, partendo da un aumento dei consumi fermato soltanto dal lockdown. E allora, anche per riemergere dal periodo difficile seguito all’emergenza Covid-19, l’innovazione resta la strada da seguire per l’acquacoltura italiana.

Marco Principini


Pesce povero, ma buono
Alta qualità, bassi prezzi

Così stanno cambiando le abitudini degli italiani

Ricerca Censis per Fedagripesca: sei persone su dieci hanno cambiato la dieta a favore dei prodotti ittici nazionali. Fresco in cima alle preferenze: due consumatori su tre preferiscono prepararlo in casa personalmente

MILANO

Pesce, crostacei e molluschi conquistano gli italiani. Una ricerca realizzata per Fedagripesca dal Censis, con il contributo del Mipaaf, dice che sei persone su dieci (il 58,9% del totale) hanno modificato, nell’ultimo anno, la dieta alimentare in favore dei prodotti ittici. Tutto questo prima del lockdown, ma – passata la fase dell’emergenza sanitaria – l’abitudine è destinata a riemergere con forza nei mesi estivi. In uno scenario mutato, molti consumatori vanno alla scoperta del pesce povero. Definito tale non per una questione di valore o di proprietà nutrizionali, ma perché meno conosciuto. E, in quanto tale, costa di meno. Dalla sciabola alle canocchie, sono diversi i prodotti che si possono trovare nei menù dei ristoranti con queste caratteristiche, ed è sempre più diffusa la tendenza che vede gli stessi consumatori più interessati alla conoscenza del pesce. Insomma, lo si mangia di più perché lo si conosce (o lo si vuole conoscere) e lo si sa valorizzare anche a tavola. I consumi in aumento premiano le produzioni nazionali: il 48% preferisce pesci, molluschi e crostacei italiani (la media europea è del 37%). Ma dietro la scelta di mangiare più pesce ci sono anche ragioni economiche: il 16,6% ha riscontrato una maggiore convenienza rispetto al passato nell’acquistare prodotti ittici e il 13,9% una maggiore convenienza rispetto all’acquisto di altri prodotti. Tra chi sceglie pesci, molluschi e crostacei da consumare in casa, nel 65,8% dei casi – i due terzi del totale – si preferisce un prodotto fresco da preparare personalmente. Più contenuta è invece sia la quota di chi si affida a un surgelato (34,4%), sia quella di chi acquista un prodotto fresco già pronto per essere cucinato (22,1%). Ancora più circoscritta è l’area del consumo di pesce in scatola (7,1%), mentre, anche se non in maniera prevalente, emerge la preferenza verso il prodotto crudo (17,8%). A fare la differenza sono l’età e il reddito dei consumatori. I più anziani appaiono molto più disposti all’acquisto di prodotti freschi da preparare rispetto ai più giovani (il 68,4% degli ultrasessantacinquenni contro percentuali inferiori alla media nazionale da parte dei 18-34enni e ancor più da parte dei 35-44enni). I giovani prediligono più degli anziani il consumo del prodotto crudo (24,3% fra i più giovani, contro il 5,6% dei più ‘grandi’) e sono ben disposti verso i prodotti surgelati o comunque già preparati. Fra i consumatori più abituali ci sono le persone con un’età compresa fra i 35 e i 44 anni (65,6%) e la classe più giovane (18-34 anni, con una percentuale del 62,2%). In generale sono meno avvezzi a mangiare pesce i più anziani, cioè le persone con un’età uguale o superiore ai 65 anni (56,5%). L’incremento dei consumi non si registra solo tra le mura domestiche, ma anche nei locali pubblici. Mangiare pesce è considerato sempre più un momento conviviale, tempo libero speso per farsi del bene e magari per passare del tempo fuori. E tra chi sceglie di farlo lontano da casa, la molla è legata a un’offerta più estesa di ristoranti. Ma c’è anche chi, il 36,4%, va a mangiare di più pesce fuori casa semplicemente perché ha cambiato abitudini alimentari. Per meno del 20% c’è una maggiore convenienza, rispetto al passato o rispetto ad altri alimenti, nel mangiare prodotti ittici lontano dalle mura domestiche. Come scelgono gli italiani il ristorante ‘giusto’? Per il 54,2% vince la tradizione e si opta per il ristorante che si frequenta abitualmente. I più tecnologici (41%) si affidano a segnalazioni di siti e app che valutano la qualità dei ristoranti (23,1%). Pescherie con possibilità di ristorazione o chioschi e locali di finger food piacciono, ma scontano una minore diffusione (rispettivamente 19,6% e 8,3%).

Marco Principini