Brindisi senza festa per colpa dello stop
«Ora difendiamo il nostro primato nell’export»

Il presidente Federvini Sandro Boscaini: pesa lo stop della ristorazione

«Sul mercato italiano si vende meno vino e ancora meno quello di qualità
Servono una grande campagna di promozione e sostegni alla liquidità»

di Lorenzo Frassoldati
MILANO

ll mondo del vino italiano è in trincea. Il lockdown con la chiusura di ristoranti, locali e bar ha provocato un crollo delle vendite, mentre il giro d’affari delle aziende che lavorano con la grande distribuzione ha limitato i danni con una flessione del 20%. Adesso si tratta di ripartire. Sandro Boscaini, patron del gruppo Masi (Valpolicella) e presidente di Federvini ha le idee chiare. «Lo stop a wine bar e ristorazione è stato pesante per il mercato interno: si vende meno vino e si vende ancora meno il vino di qualità. Diversa la situazione per il mercato estero. Molti Paesi hanno sofferto, ma hanno anche avuto un lockdown più breve che in Italia. Tuttavia, anche fuori Italia, la chiusura del canale Horeca ha rallentato enormemente i consumi»
Adesso?
«Il settore italiano del vino chiede un’energica campagna di promozione del prodotto e del turismo in Italia. Secondo le stime, la pandemia ha provocato una riduzione del 2% dei volumi di tutto il settore beverage e del 10% del valore»
Non tutte le cantine hanno sofferto in egual misura…
«La crisi e la chiusura delle attività hanno colpito in modo molto diverso le imprese vitivinicole, che vanno dai produttori in proprio, alle cooperative ai grandi gruppi internazionali, dagli esportatori agli imbottigliatori. Il comparto registra una perdita che va dal 75-80% per le aziende che vivono esclusivamente sull’Horeca – hotel, bar, ristoranti – al 20% per chi lavora con le catene della Gdo. Consideriamo che nel nostro Paese l’Horeca rappresenta il 30% del vino venduto e il 55% del valore»
Gli italiani hanno scoperto l’on-line…
«L’e-commerce è stato uno dei pochi segnali positivi, un elemento incoraggiante per il futuro. Certo i numeri assoluti sono ancora piccoli, ma ha aiutato a tamponare le difficoltà. C’è stata una sorta di sdoganamento dell’online in Italia, su cui siamo più indietro rispetto a Stati Uniti o Cina»
Cosa chiedete?
«Per questa nuova fase, il mondo del vino ha bisogno di essere supportato, soprattutto con una campagna in grande stile di promozione del prodotto e dell’Italia come meta turistica. Il vino, infatti, è uno dei simboli italiani più conosciuti nel mondo. Siamo i primi esportatori in volume e dobbiamo mantenere questo primato».
Oltre a questo?
«Il settore chiede anche un intervento sulla distillazione agevolata volontaria per trasformare le giacenze di vino ferme in cantina in alcol denaturato, l’estensione della cassa integrazione guadagni straordinaria e un sostegno alla liquidità delle imprese. Questo è il nodo fondamentale, che riguarda sia i produttori sia i pubblici esercizi. È necessario ridurre gli eccessivi adempimenti burocratici affinché le banche possano erogare aiuti consistenti».
La prossima vendemmia?
«A inizio agosto si comincerà al Sud. Sarà uno spartiacque per il rilancio di tutto il comparto, e per la regolarizzazione dei lavoratori stranieri. C’è voglia di lavorare tutti insieme per un rilancio del nostro Paese. Federvini è ottimista e pronta a fare la sua parte per ripartire con fiducia».


«Rilanciamo enoturismo e wine hospitality»

La produttrice Donatella Cinelli Colombini

«Più sport e attività all’aperto, meno visite in cantina
Via libera a orari flessibili e accordi con i top player»

SIENA

L’emergenza Covid-19 ha picchiato duro sul mondo del vino, in particolare sulle cantine fornitrici di Horeca (alberghi, bar, ristoranti, catering, enoteche) e su quelle che privilegiano la vendita diretta. Il settore enoturistico dunque, appare come uno dei più colpiti (84%), con gran parte delle cantine (77%) che ha già messo in conto di dover compiere enormi sforzi per tornare alla normalità, secondo un report del Movimento turismo del vino. Tuttavia ripartire è possibile, con qualche novità che potrebbe portare a riscoprire un modo diverso di fare turismo del vino. Donatella Cinelli Colombini, raffinata produttrice tra Trequanda (Fattoria del Colle) e Montalcino (Casato Prime Donne), pioniere dell’enoturismo e ideatrice di cantine Aperte, ha in mente una ricetta ben precisa: «Più sport all’aria aperta – spiega – più panorami e meno botti nella wine hospitality. I wine lovers si dovranno abituare a prenotare la visita nelle cantine». Insomma un mix di terapia del paesaggio, trekking nelle vigne, picnic, safari fotografici, degustazioni all’aperto con davanti un bel panorama. Donatella, ideatrice del trekking urbano come forma di turismo sostenibile e salutare quando era assessore al Turismo a Siena, la vede così: «Serve un grosso sforzo organizzativo ed economico che potrebbe, con il sostegno istituzionale, calamitare visitatori al punto da rianimare l’economia dei territori interni del nostro Paese. Servirà un impegno concreto di promozione da parte dell’ente pubblico, oltre ad una riorganizzazione del sito Italia.it ed il raggiungimento di accordi con i grandi players del turismo on line come Expedia, Google, TripAdvisor, affinché promuovano l’enogastronomia come attrattiva di viaggi». Fino a poco tempo fa, le denominazioni/ destinazioni top del vino (solo Montalcino grazie al Brunello ha visto quasi 200mila presenze nel 2018, il 113% in più negli ultimi 5 anni) potevano contare soprattutto su turisti provenienti in gran parte dall’estero. «Oggi diventa necessario riorganizzare completamente e velocemente i sistemi di prevenzione, i percorsi di visita, gli assaggi ed i punti vendita. Dovrà essere garantita l’apertura nei giorni festivi e in coincidenza con il pranzo, rinunciando all’orario «impiegatizio» che ha finora caratterizzato l’apertura di tante cantine». I problemi saranno tanti, a partire dalla visita impossibile fra botti e tini, almeno per un periodo più o meno lungo. «Quindi le aree per il turismo e la produzione enologica dovranno essere rigorosamente separate. Questo anche perché l’igienizzazione delle cantine è difficile senza usare il cloro che attaccherebbe al vino il pestilenziale odore di tappo». «È auspicabile – conclude Donatella – che passata l’emergenza Coronavirus e con la prospettiva di riattivare la vendita diretta, molte cantine siano spinte ad arricchire la propria proposta turistica. D’altronde la terapia del paesaggio viene indicata come un vero rigenerante del sistema nervoso ».

Lorenzo Frassoldati


Amari, grappe e liquori ’dimezzati’ dal Covid-19
«Indispensabile intervenire subito sulle accise»

Micaela Pallini guida il gruppo Spirits di Federvini

«In due anni ci aspettiamo il 20% di calo strutturale che avrà conseguenze su aziende e investimenti
Sui dazi Usa bisogna riprendere il dialogo»

di Lorenzo Frassoldati
MILANO

L’Osservatorio Wine & Spirits di Federvini colloca l’Italia in ottava posizione nel ranking mondiale degli spirits con un valore dell’export di 970 milioni di euro nel 2018 ed una quota di mercato a livello mondiale di appena il 4%, ma in crescita su base decennale. Amari, liquori e grappe costituiscono la principale voce dell’export italiano di spirits: 405 milioni di euro nel 2018 ed un peso sul totale dell’export di settore del 42%. Micaela Pallini, presidente e ad della «Pallini S.p.A.», società romana leader nella produzione di liquori italiani, guida il gruppo Spirits di Federvini. «Il settore degli spirits ‘made in Italy’ rappresenta uno dei fiori all’occhiello del saper fare italiano. Amari e liquori creati artigianalmente nel corso dei secoli sono diventati dei veri e propri simboli del Belpaese e dei suoi territori. Parliamo di oltre 300 aziende, di cui il 75% interamente a capitale familiare italiano. Il restante 25% è composto da aziende globali che hanno sede e pagano le tasse in Italia. Circa l’80% delle imprese è costituito da Piccole e medie imprese »
Limoncello, amaretto, sambuca… non tutti sanno che?
«Che è un comparto tra i più competitivi del made in Italy. Che fattura complessivamente circa 2 miliardi all’anno – con l’indotto viaggia oltre i 4 – e che, negli ultimi anni, ha decisamente rafforzato la propria vocazione all’export, che in alcuni casi raggiunge il 50% del fatturato delle imprese».
La pandemia ha sconvolto tutto…
«È stato un terremoto. Non dimentichiamo che il settore è stato tra i primi a scontare gli effetti delle chiusure anticipate per impedire il sovraffollamento nei pubblici esercizi ed è anche stato l’ultimo a tornare a regime per rispettare la buona pratica del distanziamento sociale. Secondo le valutazioni di Federvini, in 90 giorni, il Covid-19 ha ridotto drasticamente il fatturato medio del 60%. Questo si trasformerà in un calo del 50% da qui ad un anno, per attestarsi a una riduzione strutturale del 20% a due anni dall’inizio della pandemia»
Questo che significa?
«Che occorre agire immediatamente: la contrazione del 20% secco rischia di avere conseguenze anche sugli investimenti e sulla creazione di ricchezza per il Paese nel medio e lungo periodo»
Cosa chiedete?
«Cancellazione dell’obbligo del contrassegno fiscale e sospensione del versamento dell’accisa almeno fino a settembre così da non appesantire la crisi di liquidità che le aziende stanno incontrando. Ricordiamo che negli ultimi anni si è verificato un forte inasprimento delle accise: fra il 2013 e il 2015, in soli diciotto mesi, il settore ha visto aumentare del 30% l’accisa sul prodotto immesso al consumo sul mercato nazionale. Serve intervenire subito per avere una certezza, seppur minima, di riuscire a ripartire salvaguardando valore e occupazione».
Poi ci sono i dazi negli Usa da ottobre 2019 del 25% su aperitivi e liquori italiani…
«Serve una ripresa del dialogo tra l’Unione europea e gli USA per ripristinare quel quadro di relazioni commerciali, fondato sull’accordo zero for zero, raggiunto dall’allora CEE e dagli USA del 1997 per ridare vita a scambi regolari, importanti e soprattutto vantaggiosi per entrambe le sponde dell’Atlantico».
Covid-19, dazi, accise, da un guaio all’altro?
«In effetti non c’è stata tregua. Ma ce la faremo, ripartendo dalla qualità. Lo stile mediterraneo, fatto di socialità, moderazione e accompagnamento al cibo, è un patrimonio che sta facendo breccia, tra i consumatori ovunque nel mondo ».


Alessandro Regoli direttore winenews.it

«Abbiamo capito il valore di cibi e vini dei nostri territori»

Da Montalcino Alessandro Regoli direttore di Winenews.it, sito di riferimento per il mondo del vino, vede un futuro in cui «questa quarantena ci ha insegnato valori più alti del cibo e del vino, delle loro filiere, dell’agricoltura tutta e della biodiversità. E, soprattutto, il valore delle comunità territoriali senza le quali non possiamo continuare a parlare di eccellenza e bellezza italiana. Mai come adesso abbiamo compreso che siamo quello che mangiamo, ed il legame tra ambiente, cibo e salute».