Polittico Griffoni, ricomparsa di un capolavoro

Passione, tenacia e complesse tecniche: così la monumentale pala è tornata a mostrarsi nel suo completo splendore a Palazzo Fava

di Pierfrancesco Pacoda
BOLOGNA

Era un Santo “giovane”, all’epoca, San Vincenzo Ferrer, perché scomparso solo pochi anni prima che Floriano Griffoni commissionasse ai pittori Francesco del Cossa e Ercole de’ Roberti, tra il 1470 e il 1472 la decorazione della cappella di famiglia all’interno della Basilica di San Petronio a Bologna. I due, artisti, nel massimo splendore creativo e all’apice della fama, dovettero così inventare, per la pala d’altare da dipingere, un’iconografia in quel momento inesistente, che sarebbe diventata di esempio per tutti quelli che, nei secolo futuri, si sarebbero cimentati con la stessa figura. Nasce così, intorno alla maestosa immagine del Santo, il Polittico Griffoni, capolavoro del Rinascimento, protagonista di una incredibile avventura che potrebbe ispirare una saga cinematografica, ricca di colpi di scena, di perdite e ritrovamenti. Una vicenda che attraversa i secoli e le geografie. Sino ad arrivare alla grande esposizione, “La riscoperta di un capolavoro”, finalmente aperta, dopo i mesi di lockdown, nella sale sontuose di Palazzo Fava (Via Manzoni, 2), cuore del percorso espositivo di Genus Bononiae. La monumentale opera, infatti, era stata smembrata nel ‘700 e le 16 parti sopravvissute finite sul mercato internazionale dell’antiquariato. Per approdare, in epoche diverse, nelle collezioni di nove musei, il Louvre di Parigi, la National Gallery of Art di Washington, i Musei Vaticani, la National Gallery di Londra, la Pinacoteca di Brera di Milano, la Collezione Cagnola di Gazzada (Va), la Pinacoteca Nazionale di Ferrara, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e la Collezione Vittorio Cini di Venezia. Tutto è iniziato nel 2012, quando la Factum Foundation e lo Studio Cavina Terra Architetti, insieme alla Basilica di San Petronio, hanno avviato un lavoro, di grande complessità tecnica, per la ricostruzione filologica digitale del Polittico, in un’impresa che ha mescolato sofisticate tecnologie e artigianato. Partendo dalla documentazione in alta risoluzione di ognuna delle parti dell’opera, il team di ricercatori guidato da Adam Lowe, fondatore di Factum Foundation, realtà specializzata nella creazione digitale di capolavori del passato, andati perduti, è riuscito a elaborare una copia esatta, che ne restituisce non solo ogni sfumatura pittorica, ma anche l’antica sistemazione delle componenti, rievocando il pensiero dei pittori e anche il clima artistico che si respirava nella Bologna di quegli anni. Ma le difficoltà nel far tornare a casa, se pure per un periodo limitato, le parti restanti del Polittico apparivano insormontabili. C’è voluta tutta la passione e la tenacia del professor Fabio Roversi- Monaco, presidente di Genus Bononiae, per arrivare all’attuale risultato, con le 16 tavole originali concesse in prestito per una mostra che ha aperto al pubblico e sarà visitabile sino al 31 dicembre, con possibile prolungamento sino al 6 gennaio 2021. Qualche piccolo segno dell’onda terribile del virus, nella mostra c’è. La chiusura delle frontiere, infatti, ha bloccato a Parigi due piccoli dipinti che adornavano il Polittico su un lato, per adesso sostituiti da due riproduzioni, gli originali sono comunque in arrivo. Poca cosa in confronto alla magnificenza che rapisce il visitatore quando, nel piano nobile di Palazzo Fava, arriva nella sala dove sono in esposizione le diverse parti del Pollittico, disposte in maniera che, visivamente, sia possibile fruirne sia singolarmente che nell’insieme, disposte in successione, capaci di restituire la solennità e il sentire mistico voluto da Francesco del Cossa e Ercole de’ Roberti, La mostra, da curata da Mauro Natale e Cecilia Cavalca, si sviluppa in due sezioni. La prima dedicata alle vicende della realizzazione del Polittico. L’altra, è un omaggio alle tecnologie digitali usate dalla Factum Foundation. In questa parte, al secondo piano di Palazzo Fava, è possibile ammirare, oltre alla copia digitale del Polittico originale, anche la meticolosa ricostruzione, sempre con le stesse tecniche, della Mappa della Provincia di Bologna dei Musei Vaticani, sino alla scansione del Compianto di Niccolò dell’Arca, e successiva elaborazione digitale. Prenotazione obbligatoria sul sito www.genusbononiae.it. per telefono, allo 051 19936343 (dal lunedì al venerdì, 11-19), per mail esposizioni@genusbononiae.it La mostra è aperta dal lunedì alla domenica, dalle 9 alle 22.


Il Moretto, storia di un maestro conteso

Alessandro Bonvicino di origini bresciane o bergamasche? La disputa è ancora aperta su uno dei grandi del primo Rinascimento

di Gian Marco Walch
ARDESIO (Bergamo)

Italia, terra dei cento campanili. Tutte le enciclopedie, a partire dall’onnisciente Treccani, indicano Brescia come luogo di nascita di Alessandro Bonvicino detto il Moretto, anzi, appunto Moretto da Brescia, uno dei tre grandi maestri, con il Romanino e il Savoldo, del primo Rinascimento in quelle zone. Ma ad Ardesio non l’hanno mai pensata così. E Ardesio è un borgo della Bergamasca, a 37 chilometri dal capoluogo. Noto in ambito religioso per i pellegrinaggi al Santuario della Madonna delle Grazie e nei ritagli di folklore per la “notte delle croci”, bianche, tracciate sulle porte delle ragazze da marito – piccole per le giovinette, enormi per le zitelle… -, Ardesio al Moretto ha dedicato una piazza. Ma soprattutto una lapide: “Nel IV centenario della nascita / di Alessandro Bonvicino Moretto / Pittore fra i grandi dell’aureo secolo / il comune / ricordando che il figlio Pietro / lo disse d’Ardesio / Altero di tanta gloria / pone”. Senza data: dovrebbe trattarsi del 1898. Rivendicazione ribadita da un’altra lapide, più piccola: “Nel IV centenario della morte / con non mutato orgoglio”. Non mutato ma purtroppo non validato da alcun documento. Tanto che nel testamento affidato al notaio Bartolomeo Foresti lo stesso Alexander de Bonvicinis si definisce “civis et habitator Brixie”. È però possibile, o addirittura plausibile, che il ramo dei Bonvicini da cui nacque Alessandro fosse sceso dall’alta Val Seriana a cercar miglior fortuna a Brescia. E che i bergamaschi di Ardesio non abbiano, o almeno non avessero, tutti i torti. Anche se ormai chi più lo chiamerebbe Moretto da Bergamo? Illuminante il testamento del 9 novembre 1554 non solo per i dati anagrafici, ma anche per i riflessi artistici. Il “Moretti pictor” dispone che il suo cadavere venga deposto nel sepolcro della Confraternita del Ss. Sacramento in San Clemente di Brescia “con funerale modesto”. Sì, però “con quattordici Reverendi Frati Religiosi” accompagnati da “una compagnia di fanciulli poveri”. Dispone i lasciti alla moglie e ai tre figli, ma non dimentica di raccomandarsi che siano dispensati “10 scudi ai poveri più schivi”, e ricorda pure di avere da tempo con sé due sventurate trovatelle, Paola e Marta Moreschi, figlie di un “povero infirmo vergognoso”, accolte in casa “per amore di Dio”, nonché un’anziana governante, donna Maria de Porciannis. Un documento, quel testamento, che rivela la religiosità del Moretto, profonda, quotidiana, concreta. Figlia di quella Controriforma cui l’artista aveva aderito con spontaneità e che dirigeva la sua mano di pittore. Pochissimi i ritratti nella sua sterminata produzione, quasi duecento opere di ispirazione religiosa. Dovendone segnalare una, ci piace in particolare, capolavoro oggi alla Pinacoteca bresciana Tosio Martinengo, il “Cristo e l’angelo”, noto anche come “Ecce homo”, un inatteso Cristo seduto ai piedi di una scalinata, già incoronato di spine e prossimo alla flagellazione. Come ci piace citare almeno una nota critica di Giovanni Testori: “Il Moretto non fu un creatore di nuovi mondi ma un geniale realizzatore, in certa misura un eclettico pronto a prendere il suo bene ove lo trova, ma capace di tradurlo in una lingua sua. Ed è il tono, quell’inconfondibile tono cinereo e spesso grigio, che fa di lui un pittore lombardo”.


FOCUS

La scheda

ALESSANDRO BONVICINO
1498-1554

1
La nascita di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, viene fatta risalire al 1498 a Rovato. Il padre Pietro era un pittore, così come il fratello: la famiglia era originaria di Ardesio

2
Considerato uno dei tre maestri del Rinascimento bresciano, si aprì a nuovi influssi veneti di Lotto e Tiziano: dipinse opere perlopiù religiose, tra i ritratti “Ritratto di gentiluomo” conservato alla National Gallery di Londra

3
La sua opera copre circa 40 anni, dal 1515 al 1544. Nella sua bottega formò il pittore Giovan Battista Moroni che concluse i lavori che l’artista bresciano lasciò in sospeso