Mantova, skyline mozzafiato del Cinquecento

Il critico Philippe Daverio: il viaggiatore dell’epoca provava la stessa emozione che oggi noi sperimentiamo arrivando a New York

di Tommaso Papa
MANTOVA

Lo skyline di Mantova come quella di Manhattan, e con lo stesso valore iconico di potenza e ricchezza. È stato Philippe Daverio a paragonare il profilo della città sul Mincio a quello della metropoli sull’Hudson: una definizione che conferma in pieno. «L’emozione che si prova arrivando a New York dall’aeroporto – dice il critico e storico dell’arte – è probabilmente la stessa che deve aver provato il viaggiatore del ‘500 arrivando a Mantova dalla cerchia dei suoi laghi, magari al tramonto, mentre il sole si abbassa all’orizzonte dietro torri e cupole. Era la Manhattan del Rinascimento, uno dei centri nevralgici d’Europa. Si pensi che, allora, aveva più abitanti di Londra».
Come la città dei grattacieli è anche la città di Wall Street, anche a Mantova l’architettura era lo specchio del suo potere?
«Certamente. Con il passaggio dalla signoria, al marchesato al ducato Mantova assume un peso politico molto rilevante nello scenario quattrocentesco, diventa una Roma del Nord, consapevole della propria autonomia e del proprio ruolo nello scacchiere delle potenze locali. All’origine di questo sviluppo c’è anche un motivo particolare».
Quale?
«È decisamente d’attualità di questi tempi. Si tratta della peste nera che aveva imperversato in Europa e aveva avuto l’effetto di indebolire le città commerciali e di far crescere la potenza di quelle con forti le realtà produttive o agricole. Accade nella Milano di Gian Galeazzo Visconti. O a Mantova e Ferrara che dal ‘200-‘300 erano divenuti grandi centri agricoli. E, se ci si pensa bene, è lo stesso itinerario dei Medici a Firenze: prima di diventare banchieri si erano arricchiti con la lana dei loro possedimenti nel Mugello».
Mantova e Ferrara resteranno rivali per secoli. Persino il castello di San Giorgio e quello Estense sono uno il modello dell’altro. Un po’ come il grattacielo più alto, no?
«È così. Mantova assumerà anche un ruolo assolutamente inatteso nella politica dell’epoca. La sua sarà una vera e propria internazionalizzazione alla quale contribuisce il fatto che quella dei Gonzaga è la città meno antisemita d’Italia. La sua sarà una politica di apertura che vedrà in primo piano mantovani come Baldassare Castiglione. Certo non uno qualunque: non è un caso che venga ritratto da Raffaello».
Lo skyline è una delle ricchezze arrivate fino a noi…
«È una grande testimonianza di quel passato. Peccato che non siano rimaste le collezioni, visto che i Gonzaga erano una delle famiglie più ricche d’Europa. Potevano guardare dall’alto un po’ tutti: se penso ai palazzi di Fontainbleau direi che non reggono al confronto con quelli mantovani».
E il futuro? Scontata la pandemia, come immagina le prospettive della capitale rinascimentale sul Mincio?
«Molto dipende dalla politica. L’Expo di Milano, ad esempio, è stata una grande occasione mancata: avrebbe potuto fare affluire moltissimi visitatori da tutto il mondo a Mantova ma non lo ha fatto. Tuttavia, se penso a trent’anni fa, ricordo la città semivuota la domenica. L’anno scorso ho visto una Mantova viva, piena di gioventù vivace, con la sua movida. Segno che la realtà è sempre più forte della politica».
Vale anche per Covid 19?
«Si vedrà. Ci attendono tempi difficili, forse ci attendono quasi due anni con la mascherina. Ma sul poi sono ottimista: penso che nel 2022 la gente tornerà ad avere una gran voglia di uscire, di viaggiare. E allora Mantova potrà approfittarne ».