Giuseppe, principe dei sogni
I grandi arazzi di un puzzle

Nella Sala dei Duecento altre quattro opere delle venti volute dai Medici
Dopo il 1871 la serie fu divisa e una parte venne trasferita a Roma

di Olga Mugnaini
FIRENZE

Tutto è slittato. E anche l’esposizione degli arazzi a Palazzo Vecchio è destinata ad essere prolungata oltre al 30 agosto. Continua così la mostra “Il ritorno di Giuseppe, il principe dei sogni”, allestita nella Sala dei Duecento. E chi vuole un assaggio di questa meraviglia, si può fare un’idea cercando i video con gli arazzi su Youtube, o vedere su sito di Mu.se le tante clip sulla storia di Palazzo Vecchio. Con questa mostra, che riaprirà con i musei civici fiorentini, viene presentato il terzo ciclo di esposizione, dedicato ad altri quattro arazzi dei venti delle Storie di Giuseppe, voluti dal duca Cosimo I de’ Medici e tessuti tra il 1545 e il 1553 su disegno di tre dei maggiori artisti dell’epoca, Agnolo Bronzino, Jacopo Pontormo e Francesco Salviati, e pensati proprio per la sala che oggi ospita il consiglio comunale. Dopo i primi otto arazzi medicei, è il turno delle scene “Vendita del grano ai fratelli“, disegno e cartone di Agnolo Bronzino, tessitura di Jan Rost, 1547; “Giuseppe prende in ostaggio Simeone“, disegno e cartone di Agnolo Bronzino, tessitura di Nicolas Karcher, 1547; “Beniamino ricevuto da Giuseppe“, disegno e cartone di Agnolo Bronzino, tessitura di Nicolas Karcher, 1550-1553; “Convito di Giuseppe con i fratelli“, disegno e cartone di Agnolo Bronzino, tessitura di Nicolas Karcher, 1550-1553. La mostra nasce grazie a un accordo tra la Presidenza della Repubblica, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e il Comune di Firenze. «Con il Quirinale – commenta l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi – abbiamo da tempo avviato questa collaborazione preziosa che ha consentito di riportare a casa questi meravigliosi arazzi e di farli fruire nuovamente dal pubblico dopo molti anni passati in restauro». Quando Firenze era capitale del Regno d’Italia, tra il 1865 e il 1871, la serie fu divisa e dieci dei venti arazzi entrarono nel patrimonio reale, per poi giungere nel Palazzo del Quirinale a Roma e passare infine in dotazione alla Presidenza della Repubblica. Gli altri dieci rimasero a Firenze, di proprietà delle ‘Gallerie’ statali della città, e nel 1872 vennero concessi in deposito al Comune da poco insediatosi in Palazzo Vecchio. Da allora la serie è rimasta divisa tra Roma e Firenze, finché la mostra itinerante «Il Principe dei Sogni. Giuseppe negli arazzi medicei di Pontormo e Bronzino », organizzata per Expo 2015, non ha permesso di vederla di nuova riunita, per la prima volta dopo un secolo e mezzo, nel Palazzo del Quirinale a Roma, nel Palazzo Reale a Milano e infine in Palazzo Vecchio, nella stessa sala per la quale fu tessuta. Nei giorni in cui non ospita le sedute consiliari, la Sala dei Duecento fa parte del percorso di visita del palazzo. L’uso antico degli arazzi ne prevedeva l’esposizione solo per feste e cerimonie importanti o in base ai cicli stagionali e tra una sortita e l’altra i panni riposavano al buio nelle Guardarobe delle dimore nobiliari, sotto le cure di maestranze specializzate. Sul modello di quelle buone pratiche, nella Sala dei Duecento gli arazzi con Storie di Giuseppe tornano quindi ad essere esposti a rotazione in gruppi di quattro, secondo un programma di sostituzioni semestrali della durata complessiva di trenta mesi.


L’AMBIZIONE

Cosimo I e la dimostrazione di magnificenza

Cosimo I volle rivaleggiare in magnificenza con le più prestigiose corti d’Europa. Così commissionò venti panni istoriati, disegnati da sommi artisti e tessuti con impiego di costosi filati in seta e argento, della dimensione straordinaria di sei metri di altezza. Il valore dell’opera è inestimabile e infatti i successori di Cosimo ebbero premura di conservarla.


Si svela un patrimonio rubato e recuperato

Miniature e manoscritti ritrovati dai carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio esposti nella Sala delle Nicchie di Palazzo Pitti

FIRENZE

Storie di pagine dipinte. Manoscritti e miniature rubati, maltrattati e recuperati. È un viaggio tra antichi volumi, tra pagine e miniature ritagliate, provenienti dalle numerose istituzioni religiose italiane, trafugati ma finalmente ricomparsi. Tutto ciò grazie all’intervento del Nucleo Tutela del Patrimonio dei Carabinieri. Ed è proprio dedicata a loro la mostra che sta per aprire – rinviata a causa del Covid 19 – nella Sala delle Nicchie di Palazzo Pitti, per celebrare il lavoro svolto negli anni dall’Arma in questo settore. L’intento è mostrare capolavori salvati, ma anche richiamare l’attenzione sulla fragilità estrema del nostro patrimonio storico artistico, sulla necessità della tutela e della corretta conservazione. Il settore dei codici miniati e del patrimonio librario della Chiesa è reso oggi più vulnerabile dalla chiusura di molti edifici di culto, che ha privato monasteri, coventi e chiese del loro naturale presidio. Si è venuta a creare così, sul fronte della tutela, una grande emergenza. Il percorso espositivo di Palazzo Pitti presenta una serie di “casi di studio” esemplari, che documentano i diversi metodi per ricostruire la storia di questi oggetti, spesso manomessi per favorirne il commercio illegale: grazie a indizi anche minimi, avvalendosi di competenze interdisciplinari, è possibile ricollegare questi oggetti dispersi al loro contesto fisico e geografico di appartenenza. Oltre a spiegare le caratteristiche peculiari di questi gruppi di codici rispetto al percorso della storia della miniatura, di ognuno si evidenzieranno le pagine recuperate e, se ve ne sono, quelle ancora da ricercare. La mostra, voluta dal direttore Eike Schmidt, è a cura di Sonia Chiodo. E le opere esposte – tutti manoscritti liturgici dal Duecento al pieno Cinquecento – provengono da Castelfiorentino, Colle di Val d’Elsa, Firenze, Perugia e Pistoia. Di ogni nucleo si mostrano volumi e singole pagine rubate e recuperate. Tra le opere esposte, anche il “bottino” ritrovato di un enorme furto perpetrato negli anni Ottanta a Pistoia, quando oltre duecento pagine vennero portate via da una serie di libri liturgici appartenuti ai frati di San Francesco al Prato e miniati nella bottega del Maestro di Sant’Alessio in Bigiano. Questo artista, ancora anonimo, fu a capo della bottega più attiva in Toscana nell’ambito della decorazione libraria e il suo stile pone le basi per la grande stagione che seguirà, tra Firenze e Siena. La miniatura fiorentina del Trecento è ben rappresentata in mostra dalle pagine dei corali liturgici un tempo nella chiesa di Santo Stefano al Ponte, a pochi passi dagli Uffizi e oggi conservati a Montepulciano. Artisti del calibro di Pacino di Bonaguida (insieme ai suoi collaboratori) trasferiscono nelle loro illustrazioni la straordinaria modernità del linguaggio giottesco, e la storia di Santo Stefano per episodi, nelle pagine qui esposte, diventano così un itinerarium mentis in Deum accostante e alla portata di tutti, guida alla preghiera prima ancora che ornamento estetico. A Siena guarda invece l’autore delle miniature trecentesche dei Francescani di Colle di Val d’Elsa, mentre si collocano in ambito fiorentino le pagine ritagliate dai corali della pieve di Castelfiorentino, oggetto del recupero più recente in ordine di tempo. Sono francescani anche i corali, ora a Colle di Val d’Elsa, che in origine si trovavano nel convento dei Minori Osservanti di San Lucchese a Poggibonsi. Questi volumi sono stati oggetto nel secolo scorso di ben due furti, negli anni Trenta e poi di nuovo nel 1982. Essi testimoniano l’elegantissima produzione artistica libraria e dell’arte miniatoria fiorita a Firenze nell’ultimo quarto del Quattrocento, in piena stagione laurenziana, grazie alle botteghe di Attavante degli Attavanti e di Gherardo e Monte di Giovanni. Oggi restano pochi fogli integri e tanti fogli con i “buchi”, nei casi in cui i ladri abbiano avuto la pazienza (e il tempo) di ritagliare le iniziali miniate, invece di asportare interamente la pagina.

Olga Mugnaini


Il Crocifisso, ultima opera di Donatello

Non c’è più alcun dubbio, dopo sei secoli, sull’autore della scultura lignea restaurata e riportata nella chiesa di Sant’Angelo

di Olga Mugnaini
FIRENZE

È tornato al suo posto, nella chiesa di Sant’Angelo a Legnaia, alla periferia di Firenze. Ma sulla targhetta non c’è più scritto “Artista anonimo della prima metà del XVI secolo”, ma addirittura Donatello. Si tratta del crocifisso ligneo della Compagnia di Sant’Agostino, che dopo un accurato restauro ha trovato la convinta e condivisa attribuzione al maestro della scultura italiana del Quattrocento. La scultura lignea è datata intorno al 1465 ed è forse una delle ultime opere del grande artista fiorentino. Così, dopo quasi sei secoli, avviene il piccolo miracolo, grazie soprattutto alla rimozione dal crocifisso di ben cinque mani di pittura, applicate in epoche diverse dal Seicento fino a metà Ottocento. A intuire la mano di Donatello, prima ancora della ripulitura, è stato Gianluca Amato, storico dell’arte, studioso di scultura del Rinascimento. A catturare la sua attenzione è stato il volto del Cristo, così simile ai lineamenti dell’Oloferne del gruppo scultoreo con Giuditta, che si trova nella Sala dei Gigli a Palazzo Vecchio. Il Cristo Crocifisso non è di grandi dimensioni: 89 centimetri di altezza e 82 di larghezza e ha un peso estremamente contenuto di poco più di 3 chili, (esclusa la croce che lo sorregge, non originale). La sua leggerezza deriva dall’utilizzo di un legno fra i meno pesanti come il pioppo, ma soprattutto dallo svuotamento delle parti interne. Tutto ciò indica che si tratta di un crocifisso processionale, “alleggerito” proprio per essere portato al cospetto dei fedeli e condotto lungo le vie del piccolo borgo di Legnaia. Scolpito in tre masselli di pioppo, costitutivi del corpo e degli arti superiori, il Crocifisso di Legnaia è giunto a noi nella struttura lignea originaria, sostanzialmente ben conservata. «L’attribuzione della scultura si basa su solidi riscontri stilistici – spiega Amato –. L’inedito Crocifisso si configura come un’opera emblematica della produzione tarda di Donatello, databile nei primi anni sessanta del Quattrocento – spiega Gianluca Amato –. A Legnaia l’artista riaffronta il tema del Crocifisso con attitudine mutata rispetto ai suoi monumentali esempi precedenti, vale a dire l’esemplare ligneo in Santa Croce a Firenze, sua opera giovanile, e i due testimoni, in legno e in bronzo, rispettivamente nella Chiesa di Santa Maria dei Servi e nella Basilica di Sant’Antonio a Padova. Molti aspetti dell’intaglio di Legnaia offrono riscontri stringenti con l’Oloferne del gruppo mediceo della Giuditta . A ciò si aggiungono le similitudini tra il perizoma, modellato in tela imbevuta di colla e di gesso, e le intense modulazioni del copioso panneggio della Giuditta». Il restauro, realizzato da Silvia Bensi, è stato finanziato dalla Soprintendenza per il polo museale fiorentino. Un restauro destinato a cambiare la fortuna di questo semplice manufatto in legno, fino a quel momento consacrato esclusivamente alle pratiche devozionali della parrocchia. Il Crocifisso, ricollocato nella sede originaria dell’Oratorio della Compagnia di Sant’Agostino, è stato restituito all’antica funzione liturgica e riconsegnato alla comunità che ne ha avuto cura per secoli.


MASSIMA CURA

Dalla radiografia: ben conservato

Il legno di pioppo “alleggerito” dell’interno protetto da vari interventi

Il restauro ha avuto inizio dopo una campagna di indagini diagnostiche per individuare ed analizzare gli strati pittorici. Le indagini stratigrafiche compiute al microscopio ottico polarizzatore hanno rilevato la presenza di ben cinque interventi pittorici sovrapposti, eseguiti in periodi differenti, intervallati da almeno cinque pellicole di sostanze organiche. In accordo con la direzione lavori è stato deciso di rimuovere tutti gli strati di materiali sovrapposti che deturpavano la superficie dell’opera, per portare in evidenza il carnato originale, o comunque il più antico in senso cronologico. Il restauro è stato accompagnato da un’indagine radiografica digitale che ha fornito preziose informazioni sul manufatto, come l’ottima conservazione del legno di pioppo.