«Vuoi vedere cosa non vista da occhi umani? Guarda la luna. Vuoi udire cosa non udita da orecchio? Ascolta il grido dell’uccello. Vuoi toccare cosa non toccata da mano? Tocca la terra». Con la poesia di Borges Rinascimento è nascere una seconda volta. Ma quante volte ci è accaduto di rinascere? Sentire il bisogno, la necessità di una nuova vita? Non c’è Rinascimento senza lasciare, perdere, abbandonare, qualcuno o qualcosa. Il Rinascimento come contrapposizione della vita, all’essere, alla cultura dell’essere. La via che il Rinascimento indica è la cultura. Una via lastricata di domande che pongono fine alla certezza che vi sia un’unica strada a noi destinata. Rinascere significa nascere una seconda volta e più definitivamente perché consapevoli dell’uomo, della sua natura interiore, del suo movimento verso la vita. Sarà l’arte a dare forma e sostanza a questo movimento. Ai nostri occhi un’arte materiale, figurativa, perché legata a noi dalle immagini. Ma questo movimento verso la vita ha nel Rinascimento un teatro alternativo i cui protagonisti sono Leonardo e Shakespeare attori essi stessi al servizio di un uomo alla ricerca di un’unità, forse, impossibile: l’universo. Dopo Leonardo e Shakespeare, il Rinascimento apparterà al mondo che verrà e non al mondo che già c’è. Se il Rinascimento è il primato della cultura lo è perché essa attinge intrinsecamente nell’uomo ciò che è dell’uomo: l’aprirsi. Rinascimento come apertura dell’essere non solo al mistero ma anche alla ricerca come regola.
Mai come oggi rinascere, dunque, significa origliare declinando il nostro ascolto alla coscienza di un uomo che abbia voglia di vivere le proprie contraddizioni facendo nascere in noi il re e l’attore dove “destino e volontà son così avversi che i nostri piani spesso vanno persi: nostri i pensieri, e gli esiti mai.”
Il Rinascimento che ci chiediamo ora non avrà bisogno di ricostruzioni materiali. Non dovremo erigere edifici e rifondare città. La ricostruzione che ci aspetta riguarda la nostra morale, l’etica del lavoro con gli altri, l’impresa della cultura dove labbra, cuori, suoni, ricordi, respiri, fatiche e sogni faranno parte di un’unica energia, da sempre rinnovabile: Italia.


Benvenuti nel “pantheon” della scultura

Riorganizzato e riaperto il Museo nazionale del Bargello, custodisce opere di Donatello, Michelangelo e del Verrocchio. E altri tesori

di Olga Mugnaini
FIRENZE

È stato fra gli ultimi a riaprire, ma questo tempo è servito almeno per riorganizzare gli spazie e rendere ancora più accogliente il “pantheon“ della scultura rinascimentale fiorentina. Il Museo Nazionale del Bargello, diretto da Paola D’Agostino, torna infatti con le sculture di Donatello, Michelangelo e del Verrocchio, le invetriate dei Della Robbia e la maestria di Benvenuto Cellini e del Giambologna. Senza scordare smalti, avori, gioielli, tessuti e innumerevoli oggetti d’arte decorativa. Il museo torna al pubblico con un cantiere ancora da completare, senza per questo perdere il fascino di uno dei luoghi più amati e affascinanti di Firenze. Ha sede infatti all’interno di uno dei più antichi palazzi edificati, nella metà del XIII secolo, dalla florida e dinamica società comunale. È stato la sede delle principali magistrature cittadine, il podestà in primis, per poi diventare il palazzo del capo delle forze di polizia (il Bargello) e quindi prigione. Una veste, quella carceraria, dismessa solo nell’Ottocento quando, a seguito della scoperta del più antico ritratto dedicato a Dante Alighieri dalla bottega di Giotto, venne completamente restaurato e trasformato nel primo museo nazionale del neonato stato italiano, istituito con regio decreto del 22 giugno 1865, diventando il primo Museo Nazionale italiano dedicato alle arti del Medioevo e del Rinascimento.
Da allora sono confluite nel palazzo alcune delle più importanti sculture del Rinascimento, per la maggior parte provenienti dalla raccolta mediceo-granducale. In seguito il museo si è arricchito con superbi esemplari di bronzetti, maioliche, cere, smalti, medaglie, avori, arazzi, sigilli e tessili, anche questi provenienti in parte dalle collezioni medicee, dai conventi soppressi e da privati.
Fra i lasciti più rilevanti si ricorda la donazione di Louis Carrand, antiquario di Lione, che nel 1888 legò al Bargello la sua raccolta di oltre 2500 opere fra arti decorative e pitture. Il Museo si snoda sui tre piani dell’edificio: al piano terra si può ammirare la veduta d’insieme del cortile e la Sala di Michelangelo con le sculture del Buonarroti, di Cellini, Giambologna, Ammannati.
Al primo piano si trova l’imponente Sala di Donatello con le più celebri opere dell’artista fiorentino: David, Attis, San Giorgio, Marzocco. E ancora le sculture maiolicate di Luca della Robbia, le formelle bronzee di Ghiberti e Brunelleschi del celebre concorso per la Porta del Battistero di Firenze del 1401. Seguono le raccolte di arte islamica, della donazione Carrand, la Cappella (con la più antica effige di Dante Alighieri), la Sala degli Avori, Sala del Trecento, l Sala delle Maioliche italiane.
All’ultimo piano si trova una delle principali raccolte di capolavori di Andrea e Giovanni della Robbia, la Sala dei Bronzetti, la Sala di Verrocchio, la Sala del Medagliere, la Sala dell’Armeria dove sono esposti i pezzi sopravvissuti alla dispersione dell’armeria medicea.