Il lapislazzulo, segreto del colore più prezioso

La pietra più ricercata, proveniente dalla Persia, dava l’azzurro più intenso privo di qualsiasi impurità. Una conquista fondamentale per l’arte

di Gian Marco Walch
MILANO

Spontaneo pensare all’oro, nelle sue molteplici forme, foglie o polvere, il colore perfetto per impreziosire un dipinto, per far ancor più rifulgere l’aura di sacralità che la pittura, costretta volontariamente nei dettami della religione, s’imponeva di offrire alla devozione di ogni pubblico, ricco o povero, colto o ignorante. D’altronde, scendendo nel profano, non è forse l’oro anche oggi il bene rifugio per eccellenza? Eppure non era l’oro il colore più prezioso del Rinascimento italiano. Era il “lajavard”, in persiano, in italiano “lapislazzuli”. Da una pietra proveniente unicamente da Sar-i Sang, da una singola miniera nel Badakhshan, regione dell’odierno Afghanistan nord-orientale, esperti scavatori- scienziati estraevano l’unico minerale naturalmente simile all’azzurro del cielo: i lapislazzuli, appunto. Qualunque tentativo, qualunque artificio di ricavare altrimenti quel colore così intenso non aveva mai prodotto risultati felici. Sin dai tempi lontanissimi del Neolitico, dai millenni gloriosi della Mesopotamia, vedi le statue dei templi di Ishtar, dalle dinastie egiziane, con la rilevanza delle maschere funerarie dei faraoni.
Fu un grande teorico e letterato, che sfortunatamente non raggiunse mai la fama che Leon Battista Alberti si guadagnò con il trattato “De Pictura”, fu Cennino di Andrea Cennini, nato a Colle Val d’Elsa, nella Toscana madre di geni, a ideare, e a divulgare nel suo “Libro dell’Arte”, primo testo in volgare, tesoro di notizie sulla tecnica pittorica, il metodo rivoluzionario per ottenere il “blu oltremare” privo al massimo grado delle sino allora inevitabili impurità: «Azzurro oltramarino si è un colore nobile, bello, perfettissimo oltre a tutti i colori; del quale non se potrebbe né dire né fare quello che non ne sia più». Una conquista fondamentale per il mondo dell’arte. Ormai alle spalle il Medioevo che limitava l’arcobaleno al bianco, il rosso e il nero, i tre colori “polari”, archetipici, presenti in tutte le civiltà, il Rinascimento vide infatti una diffusione mai vista prima dei colori, anzi, del colore come valore assoluto: il colore frutto dell’interazione fra luce e oscurità, una “metafisica della luce” che esasperava implicitamente la visione del mondo come emanazione di Dio, luce suprema. Ed esteticamente sanciva la vittoria degli artisti che anteponevano l’importanza del “colorare” sul “disegnare”.
Il Rinascimento, nell’arte e nella vita, modifica anche il significato dei colori. Se il blu è il colore regale del manto della Vergine, il blu chiaro si addice alle giovani donne da marito, l’indaco significa castità e il turchese è ritenuto segno sicuro di gelosia. Il rosso è simbolo di potere e prestigio, contraddistingue insieme gli uomini della giustizia e i commercianti a livello internazionale. Contadini ed esponenti della classe media devono accontentarsi dell’arancione. Il grigio è il colore della povertà, il marrone della modestia. Brutta tinta il giallo: obbligatorio per ebrei e prostitute. Mentre il nero vive i suoi anni ruggenti: vietati per legge gli abiti troppo sfarzosi, al nero è affidata l’eleganza più composta e austera, una distinzione comunque indissolubilmente legata al censo.


ROMA

La Fornarina tornata a Palazzo Barberini

Dopo cinque mesi di assenza ‘La Fornarina’ di Raffaello Sanzio è tornata nella sua sede ed è di nuovo esposta a Palazzo Barberini, sede delle Gallerie Nazionali di Arte Antica. La tavola, prestata alle Scuderie del Quirinale per la mostra ‘Raffaello 1520-1483’, è affissa dallo scorso 3 settembre, nella Sala 16 del piano nobile, dedicato a ‘Lo sguardo del Rinascimento’. L’opera, prima del prestito alle Scuderie, era stata sottoposta a tre giorni di restauro. I risultati delle indagini e dei lavori saranno presentati al pubblico di Palazzo Barberini il prossimo 21 settembre. Secondo la tradizione la donna raffigurata sarebbe l’amante di Raffaello, nonché sua musa ispiratrice. Si tratterebbe di Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, da cui il soprannome ‘Fornarina’. Il quadro apparteneva già ai primi proprietari del palazzo, gli Sforza di Santafiora, e fu uno dei primi ad essere acquistato dai Barberini.