Dieci anni per dimezzare le emissioni di CO2
L’Europa vuole il primato sull’energia pulita

La presidente Ursula von der Leyen: vanno ridotte del 55% rispetto al 1990

La transizione verso fotovoltaico, eolico e solare è in atto, ma a livello globale l’81% dei consumi dipende da fonti fossili, prima causa del climate change

di Elena Comelli
MILANO

Energia pulita e accessibile a tutti. È il settimo obiettivo dell’Agenda Onu 2030, ma è anche l’obiettivo del Green New Deal europeo, su cui la Commissione Ue ha appena deciso di alzare il suo target al 2030, puntando a un taglio delle emissioni di CO2 del 55% rispetto ai valori del 1990. Il target precedente era un taglio del 40%, ma nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione la presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato: «Entro la prossima estate rivedremo tutta la nostra legislazione su clima ed energia, per renderla adatta a un taglio delle emissioni del 55% entro la fine di questo decennio». L’Unione è già abbastanza ben piazzata, avendo tagliato le emissioni del 25% dal 1990, mentre l’economia europea è cresciuta del 60% da allora. Ma il nuovo target dovrebbe portare ancora più avanti il disaccoppiamento fra crescita e consumi di combustibili fossili, che sono i principali colpevoli delle emissioni di CO2. Al di là dell’Europa, da sempre prima della classe, la sensibilità verso i temi della produzione di energia pulita è cresciuta negli ultimi anni a livello globale, creando le premesse per progetti e pratiche a favore della transizione energetica. Nei Paesi più poveri, nel frattempo, è aumentato l’accesso all’elettricità, assieme a un altro fattore decisivo: l’efficienza energetica. La percentuale della popolazione mondiale che ha accesso all’elettricità è aumentata costantemente nell’ultimo decennio e ora la usano nove persone su dieci a livello globale (erano 8 su dieci nel 2000). Il che significa che il 10% della popolazione mondiale, quasi 800 milioni di persone, è privo di questo servizio essenziale. Risulta particolarmente problematica la situazione nell’Africa sub-sahariana, dove gli abitanti privi di accesso all’elettricità sono invece aumentati: l’87% delle persone che non hanno elettricità vive in aree rurali. Un altro grave problema è l’inquinamento derivato da sistemi di cottura sporchi. Oltre 3 miliardi di persone nel mondo sono prive delle tecnologie adeguata e dei combustibili puliti per cucinare il cibo, soprattutto in Africa e in India. Per essere davvero efficace, ogni iniziativa in campo energetico dovrebbe essere coordinata con analoghi provvedimenti in campo socio-economico. Soprattutto, è necessaria una maggiore efficienza energetica. Industrie e aziende agricole dovrebbero consumare sempre meno elettricità, creando un circolo virtuoso con una maggiore efficienza delle macchine: elettrodomestici che richiedano meno elettricità, case che necessitino di minor energia per il riscaldamento, e veicoli che consumino meno e utilizzino fonti rinnovabili. Tutti obiettivi difficili da raggiungere anche per i Paesi sviluppati. Secondo il World Energy Outlook dell’International Energy Agency, nel mondo il consumo di energia è ancora ampiamente dipendente dalle fonti fossili (31% petrolio, 27% carbone, 23% gas). Anche considerando la sola produzione di elettricità, le principali fonti sono carbone (38%), gas (23%) e idroelettrico (16%). Il nucleare copre il 10% della domanda, l’eolico il 5% e il solare fotovoltaico il 2,5%. La strada per una riconversione energetica a fonti rinnovabili è ancora lunga. Gli investimenti nelle nuove installazioni, però, ci danno un segnale di speranza. In base ai dati di Bloomberg New Energy Finance, l’anno scorso il fotovoltaico è stata la prima fonte per nuova potenza installata, sia a livello mondiale che in dozzine di Paesi, tra i quali l’Italia, oltre all’Australia, India, Namibia, Uruguay e Usa. Con un record di 118 gigawatt connessi, il fotovoltaico ha superato tutte le altre tecnologie e ha contribuito per quasi la metà di tutta la nuova capacità mondiale 2019. L’eolico e il solare assieme hanno coperto oltre i due terzi dei 265 gigawatt di nuova potenza elettrica installata in tutto il mondo. Includendo l’idroelettrico, le rinnovabili hanno rappresentato i tre quarti della capacità commissionata nel 2019. Di questo passo, le fonti rinnovabili finiranno per prevalere su quelle fossili. Tutto sta a capire quanto tempo servirà per traghettare il mondo verso l’energia pulita. L’Italia, dal canto suo, ha conosciuto un periodo di forte aumento delle fonti pulite fino al 2014. Dopo quell’anno è iniziata una fase di stallo, che dura tuttora, in cui la quota di produzione di energia da fonti rinnovabili non è cresciuta, pur avendo già raggiunto il target europeo al 2020, cioè una quota del 17% di consumi energetici coperti dalle fonti rinnovabili. Di questo passo, però, è poco probabile che il nostro Paese riesca a raggiungere gli obiettivi europei fissati per il 2030.


Anidride carbonica a livelli alti come tre milioni di anni fa, quando l’Antartide era una foresta
Lo stop per il lockdown non basta a fermare la tendenza al rialzo

Le temperature medie degli ultimi quattro anni sono di un grado più alte rispetto all’epoca preindustriale

ROMA

La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, che è all’origine dell’effetto serra, ha raggiunto livelli mai toccati da oltre tre milioni di anni. Il lockdown globale per l’emergenza coronavirus ha provocato un crollo senza precedenti delle emissioni annuali di CO2, che caleranno dell’8% nel 2020 rispetto al 2019, secondo le stime dell’International Energy Agency. Questo però non ci aiuterà a raggiungere l’obiettivo 13 dell’Agenda Onu 2030, che punta ad arginare la crisi climatica globale, perché la battuta d’arresto del 2020 ha avuto un effetto trascurabile sulla concentrazione complessiva di CO2 in atmosfera. Gli ultimi dati che arrivano dall’osservatorio Mauna Loa nelle Hawaii confermano la tendenza al continuo aumento della CO2 nell’aria, che ha raggiunto a maggio il picco stagionale di 417 parti per milione di molecole (l’anno scorso si era fermato a 415 ppm). L’ultima volta in cui l’atmosfera ha contenuto così tanta CO2 è stata più di tre milioni di anni fa, quando il livello del mare era diversi metri più alto di oggi e parti dell’Antartide erano coperte da foreste. Il punto è che se le emissioni si riducono temporaneamente, ad esempio durante una crisi economico- sanitaria come quella per il Covid-19, è come ridurre un po’ il flusso d’acqua dal rubinetto che riempie una vasca, senza chiuderlo del tutto, quindi la vasca continua a riempirsi, anche se più lentamente di prima. Per avere un effetto tangibile sul clima, le emissioni annuali di CO2 dovrebbero calare costantemente per parecchi anni. L’accordo di Parigi del 2015 sul clima richiede di bloccare l’aumento della temperatura terrestre “ben al di sotto” di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, ma gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi mai registrati e ormai le temperature medie sono già più alte di 1°C rispetto ai livelli preindustriali. Nonostante la crescente consapevolezza dell’opinione pubblica, l’umanità continua a infrangere i propri record di emissioni annuali. Il 2020 sarà un’eccezione, ma il taglio di quest’anno verrà spazzato via da un rimbalzo uguale e contrario l’anno prossimo, secondo le previsioni della Iea, portando il livello di concentrazione di CO2 in atmosfera ben oltre le 400 parti per milione, considerato già un valore limite, sfondato nel 2015. Tra i climatologi c’è un ampio consenso sul fatto che la soglia di sicurezza si colloca a 350 ppm, tetto raggiunto e superato alla fine degli anni ’80. «350 ppm è un valore precauzionale», spiega Wolfgang Lucht del Potsdam Institute for Climate Impact Research. «Ma dato che non siamo comunque sulla buona strada, qualsiasi valore su cui potremo stabilizzarci è una vittoria». Già adesso le conseguenze ambientali dell’effetto serra sono preoccupanti, dagli incendi in California allo scioglimento dei ghiacciai alpini. In base all’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, il livello del mare dovrebbe crescere in media tra i 40 e gli 80 cm nel corso del prossimo secolo. Alla luce delle recenti ricerche, però, si teme che questo processo sia ben più rapido. Con l’aumento delle temperature i fenomeni meteorologici diventeranno più estremi: uragani e tornado sempre più violenti, inaridimento di vaste aree oggi coperte di vegetazione, mentre aumenteranno le piogge torrenziali in altre zone. Si calcola che dal 1998 al 2017 i disastri ambientali legati al clima hanno rappresentato quasi l’80% delle perdite economiche dovute a catastrofi naturali, con 1,3 milioni di vittime. La crisi del clima avrà ripercussioni anche sulla società, con un aumento globale della povertà e grandi movimenti di migranti climatici, che sono già in atto.

Elena Comelli


GLI OBIETTIVI SOSTENIBILI COINVOLTI

I 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per la sostenibilità sono tutti collegati tra loro e, assieme, propongono una serie di traguardi da raggiungere per raccogliere il risultato finale. La lotta contro il cambiamento climatico, la riduzione delle emissioni di Co2, la salvaguardia dell’ambiente sono tre tappe fondamentali per salvare il pianeta

Obiettivo numero 7
IMPRESE, INNOVAZIONE
E INFRASTRUTTURE
Gli investimenti per i trasporti, l’irrigazione, l’energia e le tecnologie dell’informazione sono importantissime per lo sviluppo sostenibile, cioè compatibile con la salvaguardia dell’ambiente

Obiettivo numero 13
LOTTA AL CAMBIAMENTO
CLIMATICO
CLIMATICO Incentivare l’uso delle energie rinnovabili è una pietra d’angolo per raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti che stanno causando il cambiamento del clima

Obiettivo numero 8
IMPRESE, INNOVAZIONE
E INFRASTRUTTURE
Gli investimenti per i trasporti, l’irrigazione, l’energia e le tecnologie dell’informazione sono importantissime per lo sviluppo sostenibile, cioè compatibile con la salvaguardia dell’ambiente

Obiettivo numero 12
CONSUMO E PRODUZIONE
RESPONSABILI
Sono indicati come prioritari dal 21% degli italiani. Una percentuale analoga all’attenzione per i cambiamenti climatici e alle azioni necessarie per contrastarli (obiettivo 13)


Otto italiani su dieci pronti a
spendere di più per beni e servizi green

I dati dell’Osservatorio
Findomestic di agosto

ROMA

Il Coronavirus non ha fatto dimenticare l’emergenza ambientale: nonostante il momento difficile, l’81% degli italiani è disposto a spendere di più per acquistare prodotti e servizi green. Una percentuale in aumento dal 73% dell’ottobre 2018. È quanto emerge dal focus “Sostenibilità” dell’Osservatorio Mensile Findomestic di agosto 2020, realizzato in collaborazione con Eumetra in occasione del lancio del ‘Prestito Green’, destinato a piccole e grandi spese che promuovono l’energia rinnovabile, la mobilità sostenibile e l’efficientamento energetico della casa. Addirittura l’88% degli intervistati si è dimostrato attento alla sostenibilità dei prodotti, soprattutto per gli acquisti alimentari (il 60% dei consumatori), ma anche per beni durevoli e servizi: l’attenzione alle conseguenze ambientali delle proprie spese viene ritenuto un aspetto importante nell’acquisto di elettrodomestici (nel 48% dei casi), di caldaie (43%) o automobili. Il dato più basso di questa ‘coscienza ambientale collettiva’ per ora riguarda le ristrutturazioni domestiche: solo il 38% degli intervistati ha dimostrato di percepire l’importanza di un adeguamento degli immobili rispetto alle problematiche green. «In un periodo complesso come quello che stiamo vivendo – ha commentato Gilles Zeitoun, Direttore generale di Findomestic – è maggiore l’attenzione a tematiche fondamentali per il nostro futuro quali la tutela dell’ambiente. La sostenibilità, intesa non solo come il rispetto dell’ambiente ma anche come un insieme di azioni a sostegno della comunità che ci circonda, è oggi un impegno quotidiano per la maggior parte degli italiani e un fattore che incide concretamente sulle decisioni di spesa ».

F. F.