Crisi del clima, trent’anni per evitare il peggio. L’obiettivo 13 è una corsa contro il tempo

L’Accordo di Parigi e gli impegni disattesi

Le emissioni annuali di CO2 dovrebbero calare costantemente per molti anni se vogliamo raggiungere risultati tangibili contro l’emergenza

di Elena Comelli
MILANO

La crisi del clima incombe, come e più della crisi pandemica che stiamo attraversando. I suoi danni potrebbero causare l’estinzione della civiltà umana nel giro di appena trent’anni, in base all’ultimo aggiornamento del Climate Reality Check, il famoso studio diretto da Ian Dunlop e David Spratt, del Breakthrough National Centre for Climate Restoration di Melbourne.
Da qui al 2050, un innalzamento delle temperature medie di 3 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale potrebbe innescare, secondo lo studio, effetti a catena disastrosi: ondate di calore talmente micidiali da far collassare i grandi ecosistemi, scioglimento dei ghiacci, incendi devastanti, dimezzamento delle precipitazioni, con inevitabili conseguenze sull’agricoltura, e guerre per accaparrarsi le ultime risorse disponibili. Le emissioni globali di gas serra, però, continuano a crescere, malgrado gli ammonimenti degli scienziati e gli sforzi delle Nazioni Unite, che hanno incluso l’emergenza climatica negli obiettivi dell’Agenda 2030 (Goal numero 13) e hanno spinto 188 Paesi a ratificare l’Accordo di Parigi, impegnandosi a fare di tutto per limitare il surriscaldamento entro il limite di 1,5 gradi centigradi o al massimo di 2 gradi.
Negli ultimi 30 anni sono stati rilasciati in atmosfera più gas serra di quelli prodotti in tutta la storia umana precedente, provocando un innalzamento delle temperature medie di circa 1°C e una crescente instabilità del clima. Continuando di questo passo, al ritmo di 50 miliardi di tonnellate di gas serra rilasciate ogni anno in atmosfera, il budget di carbonio che ci resta a disposizione se vogliamo limitare il surriscaldamento a 1,5°C sarà esaurito, in base ai calcoli dell’Ipcc, in poco più di 7 anni a partire da oggi. E in meno di 25 anni si arriverà a 2°C.
Il lockdown globale, imposto per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, ha provocato un crollo senza precedenti delle emissioni annuali di CO2, che caleranno del 7% nel 2020 rispetto al 2019, secondo le stime dell’International Energy Agency. Questo però non ci aiuterà a raggiungere l’obiettivo 13 dell’Agenda Onu 2030, perché la battuta d’arresto del 2020 ha avuto un effetto trascurabile sulla concentrazione complessiva di CO2 in atmosfera. Gli ultimi dati che arrivano dall’osservatorio Mauna Loa nelle Hawaii confermano la tendenza al continuo aumento della CO2 nell’aria, che ha raggiunto a maggio il picco stagionale di 417 parti per milione di molecole (nel 2019 si era fermato a 415 ppm).
L’ultima volta in cui l’atmosfera ha contenuto così tanta CO2 è stata più di tre milioni di anni fa, quando il livello del mare era diversi metri più alto di oggi e parti dell’Antartide erano coperte da foreste. Se le emissioni si riducono temporaneamente, ad esempio durante una crisi economico-sanitaria come quella per il Covid- 19, è come ridurre un po’ il flusso d’acqua dal rubinetto che riempie una vasca, senza chiuderlo del tutto, quindi la vasca continua a riempirsi, anche se più lentamente di prima. Per avere un effetto tangibile sul clima, le emissioni annuali di CO2 dovrebbero calare costantemente per parecchi anni. L’obiettivo 13 dell’Agenda Onu 2030 è molto ambizioso e punta a invertire la tendenza all’aumento delle emissioni globali di CO2 entro il 2030, per raggiungere quota zero emissioni nette entro il 2050. In questa corsa contro il tempo, 73 Paesi del mondo, compresa l’Unione Europea, si sono impegnati ad azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050, mentre la Cina punta ad arrivarci entro il 2060. Il punto è decarbonizzare rapidamente le attività umane, partendo dalle principali responsabili, che sono la generazione di elettricità e calore (30%), l’agricoltura e allevamento (18%), i trasporti (18%), l’industria (17%) e gli edifici (8,6%).
Le tecnologie per farlo ci sono già tutte, ma i Paesi industrializzati finora hanno fatto solo la parte più facile del lavoro, chiudendo molte centrali a carbone e spostando in Cina le lavorazioni più energivore come la siderurgia. Ora resta da fare la parte più difficile, cioè una diffusione a tappeto delle fonti rinnovabili, un massiccio passaggio alla mobilità elettrica, un efficientamento spinto degli edifici e un’economia circolare che dovrebbe tradursi in una riduzione dei consumi.


Emergenza alimentare sulla scia della pandemia, la missione possibile è sfamare il pianeta senza distruggerlo

Secondo le Nazioni Unite la crisi sanitaria potrebbe innescare una gravissima carestia

MILANO

Dopo la crisi sanitaria, l’emergenza alimentare. Una delle conseguenze della pandemia, denunciata dall’Onu, sarà la peggiore carestia degli ultimi cinquant’anni. «Se non ci muoveremo subito per evitarla, l’imminente emergenza alimentare globale potrebbe avere impatti di lungo termine su centinaia di milioni di bambini e adulti», ha avvertito il segretario generale dell’Onu António Guterres. Quasi 700 milioni di persone sono già denutrite e altri 130 milioni se ne aggiungeranno da qui alla fine dell’anno, secondo le stime dell’Onu, che considera la pandemia un’aggravante per una situazione già molto difficile. Il secondo obiettivo dell’Agenda 2030, sconfiggere la fame, deve fare i conti con grandi squilibri e disuguaglianze: oggi una persona su nove non ha abbastanza da mangiare e una su tre è malnutrita, mentre nei Paesi avanzati un quinto della popolazione è sovrappeso. La sfida, da qui alla fine del secolo, sarà garantire la sicurezza alimentare, senza demolire il pianeta, a un’umanità sulla buona strada per superare i 10 miliardi di persone. Non sarà facile, perché le risorse sono scarse e il riscaldamento del clima incombe: il 2020 è ben avviato per essere l’anno più caldo e più secco mai registrato dall’inizio del monitoraggio a metà Ottocento. E in alcune zone dell’Africa orientale e dell’Asia meridionale le carestie alimentari rappresentano già una realtà consolidata a causa dei lunghi periodi di siccità. Il sistema alimentare nel suo complesso, del resto, è fra i principali responsabili dell’effetto serra: il rapporto speciale dell’Ipcc su clima e suolo stima che il 37% delle emissioni totali siano attribuibili al sistema alimentare considerando il suo ciclo completo, dall’agricoltura e allevamento alla conservazione, al trasporto, all’imballaggio, alla lavorazione, al dettaglio, al consumo di cibo e ai rifiuti. L’allevamento figura al primo posto, con il 15-18% delle emissioni globali, soprattutto a causa della deforestazione rampante. La produzione di carne, infatti, è la prima responsabile della deforestazione nelle aree più delicate del pianeta, come l’Amazzonia, non solo per far posto ai pascoli, ma anche per fare spazio alle coltivazioni di foraggio, che occupano complessivamente il 70% delle superfici globali dedicate all’agricoltura. Non a caso, gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change hanno più volte ribadito l’urgenza di tagliare i consumi globali di carne e gli sprechi alimentari, se vogliamo porre un freno all’emergenza climatica. La buona notizia è che la Fao ha registrato una diminuzione della produzione globale di carne nel 2019 e prevede un calo anche per quest’anno, in parte derivato dal crollo dei consumi cinesi a seguito della paura del contatto con una zoonosi proveniente proprio dai mercati della carne. Bisogna vedere che cosa accadrà dopo la fine della pandemia, ma due anni consecutivi di declino non hanno precedenti nella storia, per cui potrebbero essere «l’inizio di un trend durevole », in base a un’analisi di Nathaniel Bullard, di Bloomberg New Energy Finance.

Elena Comelli


GLI OBIETTIVI SOSTENIBLI COINVOLTI

17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per la sostenibilità sono tutti collegati tra loro e, assieme, propongono una serie di traguardi da raggiungere per raccogliere il risultato finale. La lotta contro i cambiamenti climatici è il capitolo più importante perché adesso è legata alla sopravvivenza della Terra stessa

Obiettivo numero 13

LOTTA
AL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Incentivare l’uso delle energie rinnovabili è una pietra d’angolo per ridurre le emissioni inquinanti che stanno causando il cambiamento del clima

Obiettivo numero 7

ENERGIA PULITA
E ACCESSIBILE
È una delle leve strategiche per combattere il cambiamento climatico e tutelare l’ambiente. Le quote di rinnovabili sono in sensibile aumento, ma resta molto da fare

Obiettivo numero 11

CITTÀ E COMUNITÀ
SOSTENIBILI
Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili. Le città sono centri per nuove idee, commercio, cultura, scienza, produttività, sviluppo sociale e molto altro

Obiettivo numero 3

SALUTE
E BENESSERE
L’aspettativa di vita ha fatto passi da gigante: dai 30 anni dell’era preindustriale ai 72 anni di oggi, a livello globale. Le differenze, però, tra Paesi sviluppati e Paesi poveri è abissale


Un’Odissea di ghiaccio di fronte a noi
Il riscaldamento globale ha fatto ammalare il Mar Glaciale Artico

Per la prima volta il mare di Laptev, in Siberia, non si è congelato entro ottobre

MILANO

Il Mar Glaciale Artico è malato di riscaldamento climatico. Ogni anno, l’acqua si ghiaccia lungo le coste della Siberia orientale in autunno e man mano che avanza la stagione la crosta di ghiaccio si allarga verso Ovest fino alla Groenlandia e all’arcipelago norvegese delle Svalbard, dove si scioglie in primavera. Ogni anno, fino ad oggi. Per la prima volta da quando è cominciato il monitoraggio, a fine Ottocento, il Mare di Laptev in Siberia orientale non ha iniziato a congelarsi entro fine ottobre. È l’ultimo sintomo della febbre climatica, che nell’Artico sale molto più rapidamente rispetto alle latitudini più basse: qui le temperature aumentano a una velocità doppia rispetto alle medie del resto del globo e lungo il Circolo polare artico sono già salite di 2°C rispetto alle medie degli anni ’80. Il congelamento ritardato della calotta artica è il risultato di un’ondata di caldo autunnale senza precedenti, che oltre a mandare a fuoco un’area delle dimensioni della Grecia in Siberia, ha riscaldato le acque marine di oltre 5°C rispetto alle medie stagionali. Quel calore non si è ancora dissipato, impedendo al Mare di Laptev di congelarsi nei tempi previsti. In ottobre, gli arcipelaghi siberiani hanno registrato temperature mediamente più alte di 6-8°C e nelle prime tre settimane di novembre di 6°C rispetto alle medie stagionali. Il 21 novembre il Climate Change Institute dell’Università del Maine ha segnalato temperature di 10-12 gradi centigradi più alte delle medie stagionali. Questo clima eccezionale fa parte di fenomeni che stanno facendo ammalare tutti i mari del mondo. Secondo gli scienziati del World Weather Attribution le temperature torride della Siberia sono strettamente legate al surriscaldamento di tutti gli altri mari. La crisi del clima sta infatti spingendo verso l’Artico le correnti più miti dell’Atlantico, interrompendo la normale stratificazione tra acque profonde più calde e quelle superficiali più fredde. Ciò rende ancora più difficile la formazione del ghiaccio. «Il forte ritardo nel congelamento delle acque non ha precedenti nella regione artica siberiana», spiega Zachary Labe, ricercatore della Colorado State University, che fa parte del team. «Il 2020 è un altro anno coerente con un Artico in rapida evoluzione. Senza una riduzione sistematica dei gas serra, tra pochi anni avremo la nostra prima estate completamente senza ghiaccio», precisa Labe. Negli anni ’80 il ghiaccio pluriennale (quello che sopravvive nei mesi più caldi) copriva i due terzi del Mar Glaciale Artico, mentre ai giorni nostri il mare resta quasi del tutto sgombro per mesi, innescando un circolo vizioso che fa aumentare ulteriormente la temperatura dell’acqua, poiché il mare aperto, di colore scuro, trattiene più calore del ghiaccio bianco. «Il ghiaccio più antico e più spesso d’estate sta scomparendo, lasciando solo il ghiaccio stagionale più sottile. Nel complesso lo spessore medio è la metà di quello degli anni ’80», precisa Labe. I dati previsionali suggeriscono che il ghiaccio estivo sparirà del tutto tra il 2030 e il 2050. Non è una questione di se, ma di quando.

e. c.