La morte, un giallo da capolavoro

Il maestro urbinate se ne andava a 37 anni. Vittima di eccessi amorosi o di avvelenamento? Il mistero resta tutt’oggi

di Cosimo Firenzani
MILANO

Una sciagura per il mondo dell’arte. Finisce a 37 anni la fulminante carriera di Raffaello Sanzio: il maestro urbinate se ne va il 6 aprile 1520. Il corpo dell’artista viene deposto al Pantheon in un’urna sulla quale viene incisa una frase latina dettata da Pietro Bembo: «Qui sta quel Raffaello che mentre era vivo, la gran madre Natura temette di essere vinta. Ma ora che è morto, essa stessa teme di morire ». Ma di cosa è morto Raffaello, il «Divino pittore»? Ecco uno dei più celebri “cold case” dell’arte. Una cosa va chiarita subito: non ci sono prove certe. Secondo il celebre biografo degli artisti, Vasari, Raffaello muore dopo quindici giorni di malattia, iniziata con una febbre «continua e acuta», causata secondo da non meglio precisati «eccessi amorosi». Che cosa vuol dire «eccessi amorosi»? La causa della morte di Raffaello potrebbe essere stata la sifilide.
Nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, a Roma, c’è «La Fornarina», ritratto in cui compare una fanciulla eterea, mezza nuda, nella quale alcuni critici hanno rintracciato l’allegoria di Venere e quindi, dell’Amore stesso. Secondo la versione più accreditata si tratta di Margherita Luti, giovane figlia di un fornaio di Trastevere di origini senesi. Ma ci sono due ipotesi contrastanti: la prima vuole che i due fossero segretamente innamorati. La seconda che la donna fosse una prostituta. E da lei Raffaello potrebbe aver contratto la malattia.
Ma c’è anche un’altra ipotesi accreditata nel XVIII secolo, ha a che fare con l’opera «Trasfigurazione »: dipinto a tempera grassa su tavola conservato adesso nella Pinacoteca Vaticana. Commissionata dal cardinale Giulio de Medici, è l’ultima opera eseguita dal maestro urbinate completata nella parte inferiore da Giulio Romano. La tavola fu posizionata sul letto di morte di Raffaello. Come ricorda Vasari: «Gli misero alla morte, nella sala ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinal de’ Medici: la quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava».
In poche parole: l’ipotesi dell’avvelenamento di Raffaello ad opera di qualche «concorrente » invidioso è molto quotata nel Settecento ed è legata a questa opera. Nel 1722 il corpo dell’artista viene riesumato alla ricerca di possibili tracce per risolvere il giallo e pare – ma non ci sono prove – siano stati ritrovati segni dell’avvelenamento da arsenico. I detective del Settecento individuano anche un colpevole: Sebastiano del Piombo, suo rivale. Del resto nel 1520 sbarazzarsi di antagonisti senza andar troppo per il sottile è pratica abbastanza comune. E ad entrambi viene commissionata da Giulio de’ Medici la realizzazione di una pala d’altare. Proprio il soggetto della «Trasfigurazione », alla quale l’Urbinate stava lavorando quando morì. Cosa avrà ucciso Raffaello? Gli «eccessi amorosi» o l’invidia?


BOLOGNA

Un dialogo tra le arti e l’impronta lasciata dal genio

La Direzione Musei Emilia Romagna ha organizzato alla Pinacoteca Nazionale di Bologna due mostre visitabili sino al 7 giugno dedicate al protagonista del Rinascimento, parti del progetto “Un dialogo tra le arti a Bologna nel segno di Raffaello”. La prima mostra “La fortuna visiva di Raffaello nella grafica del XVI secolo. Da Marcantonio Raimondi a Giulio Bonasone” a cura di Elena Rossoni è un modo per entrare nel vivo del rapporto di Raffaello Sanzio con la produzione incisoria, attraverso gli artisti che con lui lavorarono o furono tra i protagonisti della diffusione delle sue idee. La seconda, “Alfonso Lombardi: il colore e il rilievo”, a cura di Alessandra Giannotti e Marcello Calogero, è dedicata allo scultore Alfonso Lombardi che, formatosi nel solco della tradizione scultorea padana, aggiornò in senso raffaellesco il proprio stile ancor prima di recarsi a Roma nel 1533.