Incertezza, inquietudine, impeto, instabilità…sono i lemmi più ricorrenti della Storia d’Italia di Guicciardini, non i titoli dei quotidiani di questi giorni. Esplicitano la riflessione sul concetto di crisi e l’imprevedibilità dei percorsi seguiti dalla storia propri della filosofia del Rinascimento, alla radice della quale vi è sempre un’interrogazione sullo status dell’uomo, sul suo destino. Ed è proprio ponendo il problema della condizione umana che la cultura filosofica del Rinascimento continua a parlare a noi, dipanandosi in una pluralità di fili. Un uomo che è ludus, una sorta di giocattolo in mano agli dei, un attore inserito nel mondo, la cui libertà è limitata e vista in relazione con la necessità del fato e la provvidenza divina. Un uomo fragile, con tutte le sue malattie (si pensi alle dettagliate descrizioni con linguaggio medico del Cardano), ma anche camaleonte, un grande miracolo (come lo definisce Pico della Mirandola), capace di reagire costruendo miti, utopie, sogni capaci di proporre una via di riscatto e liberazione aggregata a una profonda ansia di rinnovamento. Grazie alla fiducia nella ragione, nella sua capacità educativa ed emancipatrice, alla consapevolezza delle responsabilità cui l’uomo è chiamato e delle difficoltà che deve affrontare, autori come Machiavelli, Bruno e Campanella elaborano un pensiero che esprime la dialettica tra disincanto e utopia, in cui convergono riflessione morale (autonoma da ogni fondazione teologica e metafisica) ed esigenze di riforma etico-politica. Erasmo da Rotterdam denuncia l’inversione di valori dominante e la crisi profonda che provoca il divergere fra apparire ed essere. Tommaso Moro, riflettendo sulla crisi economica e sociale dell’Inghilterra che travolge i ceti contadini, apre all’utopia. Legata alla riflessione sull’uomo e la sua identità è anche la tematica del viaggio, sia esso reale o frutto di immaginazione, che rispecchia la curiosità per l’altro e per il diverso, un interesse per l’incontro con nuove culture, nuovi mondi che in qualche modo vengono a minare certezze secolari e costringono l’uomo a ripensare al proprio posto e ruolo nel mondo. Un mondo che è natura, intesa come organismo unitario e animato, espressione dell’arte divina che dona a ogni sua parte bellezza e armonia; natura che si pone come criterio e norma cui i saperi e le strutture, etiche e politiche, degli uomini devono tendere per vagliare errori e distorsioni del presente e proporre nuove soluzioni.


La lettera di Raffaello a papa Leone X
Prima invettiva contro incuria e scempi

Esposto a Roma il manoscritto di 22 pagine, mai visto finora, steso quando la morte era ormai vicina

di Anna Mangiarotti
ROMA

In apertura, fisica, della mostra ammiraglia su Raffaello, alle Scuderie del Quirinale fino al 2 giugno, c’è un manoscritto di 22 pagine. La minuta di una lettera. Mai prima d’ora esposta al pubblico. Sfuggita a una storia rocambolesca. Depositata nel 1946 in un caveau di banca di difficile accesso. Acquisita nel 2016 dall’Archivio di Stato di Mantova. La lettera che Raffaello indirizzò a papa Leone X, ritengono gli studiosi, nell’autunno del 1519. Una manciata di mesi prima di morire. Ed è il punto forse più alto di tutta la storia della tutela del patrimonio culturale. Davanti alle rovine di Roma, l’artista prova reazioni diverse: «Grandissimo piacere per la cognizione di cosa tanto eccellente e grandissimo dolore vedendo quasi il cadavere di quella nobile patria che è stata la regina del mondo». Profani e scellerati barbari, Goti, Vandali e altri perfidi nemici hanno ridotto la città a «ossa del corpo senza carne». Ma l’accusa più grave è per l’incuria e la superficialità: «Quelli li quali come padri e tutori dovevano difendere queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerla». I pontefici che per pigliar terra pozzolana hanno fatto scavare le fondamenta di edifici che così sono crollati. E hanno ricavato calce da statue e ornamenti antichi. Un giudizio critico sul potere politico che anticipa la presa di coscienza formulata solo nell’articolo 9 della Costituzione. E continua a interpellarci. Ma torniamo all’alba del Rinascimento. Nel 1515, papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, nomina Raffaello sovrintendente alla fabbrica della nuova Basilica di San Pietro. E lo incarica della conservazione dei marmi e delle lapidi recanti epigrafi. Però il pittore architetto sente l’urgenza di una mappatura di tutto il territorio dell’Urbe. La sua rilevazione tecnico artistica dovrà quindi essere raccolta in un atlante di disegni, che facciano risorgere almeno virtualmente gli edifici lacerati. Modelli di perfezione da imitare. Il prologo sarà una lettera a Sua Santità. Da scrivere con un’eleganza che sa di non possedere. A chi chiede aiuto? «A Baldassare Castiglione, amico letterato e ambasciatore dei duchi di Urbino, dove senz’altro lo ha già conosciuto. E mi piace pensare che sui contenuti abbiano imbastito una conversazione mentre l’autore del “Il libro del cortegiano” posa per lo splendido ritratto che il pittore realizza proprio intorno al 1515», spiega Luisa Onesta Tamassia, direttrice dell’Archivio di Stato di Mantova. Che ha acquisito dagli eredi conti Castiglioni materiali importanti oltre alla lettera. Restaurata per la mostra del cinquecentenario dall’esperto Luciano Sassi. Conosciuta in una versione a stampa del 1733, e in un’altra, manoscritta, rintracciata nel 1847, a lungo è stata attribuita solo al Castiglione: «Tardo – aggiunge la direttrice Tamassia – è il riconoscimento della paternità intellettuale di Raffaello. Anche perché lui non completò i disegni. Sovraccarico di lavoro, si limitò a mappare solo una delle 14 regioni in cui era divisa la città imperiale. E alla sua scomparsa grande fu il rimpianto anche per la mancata descrizione e pittura della Roma antica, cosa giudicata “bellissima” dalle prime prove. Ma resta la lettera, documento appassionato della nuova cultura della rinascita. E sarà ulteriormente esplorata».


Capo di Bove

E sulla via Appia il carteggio è multimediale

A Roma, sull’Appia Antica, Raffaello e discepoli s’impegnarono a tradurre in disegni architettonici e appunti grafici i sepolcri antichi. E al terzo miglio della regina viarum sorge il complesso di Capo di Bove, dove la mostra “Disegnare e conservare. La Lettera di Raffaello a Leone X” è in calendario tra il 25 aprile e il 19 luglio. Uno dei focus, appunto il prezioso documento. Che sarà però presentato in un’installazione multimediale. Ne racconteranno la fortuna vari volumi dell’Ottocento, quando si scoprì Raffaello architetto e soprintendente in nuce. Attività la cui portata e influenza si era a lungo sottovalutata. Nella sede espositiva è oltretutto conservato l’archivio di Antonio Cederna (nella foto), archeologo e giornalista impegnato a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi inerenti alla salvaguardia del territorio, del patrimonio naturale e culturale italiano, e che rifiutò la candidatura a Sindaco di Roma. Fil rouge, i suoi scritti dedicati alla via Appia. Anche in questo caso, grida d’allarme sulla disperata condizione dei monumenti antichi nella Città Santa, oggetto di saccheggio e riuso, nonché di aggressiva privatizzazione.

A.Man.

IL PEZZO FORTE

La minuta del 1519 custodita a Mantova

La famosa lettera che Raffaello scrisse a Leone X nel 1519, è conservata all’Archivio di Stato di Mantova. La ragione dell’eccezionalità del documento sta nel suo significato ideale, in quanto a esso si fanno risalire i principi della salvaguardia del patrimonio culturale da parte dello Stato. Anche l’Archivio di Stato di Firenze partecipa alla mostra prestando la lettera del 1518, proveniente dal Fondo Mediceo, indirizzata a Giulio de’ Medici (papa Clemente VII) sul progetto di Raffaello per Villa Madama.


SCUDERIE DEL QUIRINALE

La mostra ispirata al periodo romano

L’esposizione “Raffaello 1520-1483”, visitabile alle Scuderie del Quirinale, trova ispirazione nel fondamentale periodo romano del Sanzio che lo consacrò quale artista di grandezza ineguagliabile e leggendaria. Forte di 204 opere (di cui 120 di Raffaello), la mostra racconta con ricchezza di dettagli tutto il complesso e articolato percorso creativo de L’Urbinate attraverso un vasto corpus di capolavori, per la prima volta esposti tutti insieme. Tra questi, «L’Autoritratto».