L’energia sostenibile ha il cuore elettrico
Ma sul petrolio il mondo va a due veloci

Previsioni discordanti sul declino della domanda dell’oro nero

L’Europa ha ridotto i consumi, i Paesi in via di sviluppo li hanno aumentati
Uno studio di Stanford pianifica un mondo alimentato al 100% da fonti pulite

di Elena Comelli
MILANO

Lo sceicco Ahmed Zaki Yamani, voce ufficiale dell’Opec al tempo dei due choc petroliferi degli anni Settanta, sostenne in una famosa intervista che l’era del petrolio non finirà per mancanza di petrolio, così come l’età della pietra non finì per mancanza di pietre. Più della finitezza delle risorse fossili, è l’emergenza climatica che ha innescato la transizione verso energie non fossili. Per tutti gli esperti non è più una questione di se, ma di quando il consumo di petrolio comincerà a declinare. Datare il punto d’inversione della curva è il pericoloso esercizio dei previsori. Per BP il picco arriverà nel 2030. Goldman Sachs lo colloca prima, nel 2024. Wood Mackenzie differenzia il picco della domanda di greggio per i trasporti, intorno al 2030, da quello globale, sei anni dopo. Per l’International Energy Agency la crescita continuerà, anche se debole, fino al 2050, raggiungendo i 125 milioni di barili al giorno. L’unica certezza è il chiaro disaccoppiamento tra la domanda delle economie mature e di quelle in via di sviluppo. L’Europa ha ridotto i suoi consumi del 4% tra il 2011 e il 2016, mentre il mondo li ha aumentati del 16%. Il declino della domanda è già una realtà in Giappone, Germania, Italia e Francia. La Cina potrebbe raggiungere questo traguardo entro il 2025, secondo Morgan Stanley. Il fatto è che il mondo è un posto sempre più elettrizzante. Nel 2016, per la prima volta, «il consumo globale di elettricità ha raggiunto quello dei prodotti petroliferi», dice l’International Energy Agency. E d’ora in poi è destinato a superarlo, perché la quota di elettricità nel mix energetico globale cresce più in fretta dei consumi di petrolio (3% l’anno). Considerando l’aumento della popolazione globale, lo sviluppo dell’auto elettrica e la crescente elettrificazione nell’industria, nella climatizzazione e nel riscaldamento, la Iea stima che la domanda globale di elettricità aumenterà del 60% da qui al 2040. Secondo l’Agenzia, dal 30 al 40% del consumo finale di energia potrebbe essere coperto dall’elettricità, contro il 19% di oggi (era del 15% nel 2000). Ma c’è anche chi si spinge molto più in là. L’elettrificazione del sistema energetico, accompagnata alla sostituzione dei combustibili fossili con le fonti rinnovabili per la generazione elettrica, è il processo di decarbonizzazione più importante in corso nel mondo. La sua rapida crescita è stata favorita dalle continue innovazioni tecnologiche, che hanno portato al crollo dei prezzi del solare, delle batterie e dell’eolico, calati nel giro di un decennio dell’80 (solare e batterie) e del 60%. Un andamento che non accenna a fermarsi e di cui gli esperti prevedono addirittura un incremento, soprattutto per quanto riguarda le batterie, destinate a dimezzare il proprio costo per kilowattora nel prossimo decennio. Anche nei trasporti, con l’avvento dell’auto elettrica, e nella climatizzazione domestica, con la diffusione delle pompe di calore, il processo di elettrificazione galoppa. Per questo motivo, c’è chi sostiene che un mondo alimentato al 100% da fonti pulite è possibile, anche in tempi relativamente brevi. Il lavoro più approfondito in questo senso è stato fatto da un gruppo di scienziati internazionali, che hanno messo a punto decine di piani d’azione, tagliati su misura per quasi ogni Paese del mondo, indicando la via giusta per completare il passaggio alle fonti rinnovabili dal qui al 2050. I benefici, secondo lo studio, sarebbero tanti e non solo per l’ambiente: milioni di posti di lavoro in più e un forte abbattimento dei costi in ambito sanitario, grazie alla riduzione dell’inquinamento. Lo studio, condotto da 26 ricercatori delle Università di Stanford, Berkeley, Berlino e Aarhus, diretti da Mark Jacobson della Stanford School of Earth, indica come soluzione l’elettrificazione a tappeto di tutti i settori, dai trasporti all’industria, e la contemporanea trasformazione del sistema elettrico per riuscire a generare da vento, sole e acqua tutta l’energia necessaria. «Vogliamo mettere a punto dei piani d’azione anche per le singole città per renderle al 100% verdi, alimentate da energie rinnovabili», ha annunciato Jacobson. La rivoluzione elettrica continua.


I parchi eolici? Il futuro è galleggiante
«Apriranno una nuova era di energia pulita»

L’idea di Henrik Stiesdal, padre della prima turbina del 1978

«L’eolico è fondamentale come il solare, gli impianti offshore non si possono costruire dove i fondali sono profondi. Ecco come fare»

di Elena Comelli
MILANO

Se la prossima generazione di parchi eolici sarà galleggiante, si aprirà un’era di energia pulita quasi illimitata. Le turbine eoliche galleggianti, per l’International Energy Agency, potrebbero produrre dieci volte l’energia necessaria a soddisfare il fabbisogno mondiale di elettricità. Henrik Stiesdal (nella foto, sotto il rendering di una turbina eolica galleggiante), padre dell’eolico danese, è convinto che solo il vento potrà salvare l’umanità dall’emergenza climatica. Stiesdal, 63 anni, ha costruito la prima turbina eolica commerciale nel ’78, vendendone la licenza a Vestas e proiettando così la società verso la leadership mondiale del settore. Poi è passato a Siemens, dov’è stato fino al 2014 il Cto di Siemens Wind Power, oggi Siemens Gamesa. Sotto i suoi occhi l’eolico è cresciuto da zero ai 600 gigawatt installati oggi nel mondo. Ora si sta dedicando al segmento più in crescita di questa tecnologia, l’offshore, che nell’ultimo decennio è cresciuto del 30 per cento l’anno. C’è un problema, però. Le soluzioni tecnologiche che hanno avuto tanto successo nel Mare del Nord non sono adatte per le coste più scoscese del resto del mondo, come quelle italiane. Da qui, l’idea delle turbine galleggianti, che ora impegna Stiesdal in prima persona, con la sua Stiesdal Offshore Technologies, in vari progetti, compreso uno in Italia, al largo di Marsala.
Perché proprio l’eolico?
«L’energia eolica è una risposta centrale alla crisi climatica, come un intervento di primo soccorso in un’emergenza medica. Se segui un corso di primo soccorso, qui in Danimarca, ti viene insegnato un processo di azione in quattro fasi. Bloccare l’incidente in corso, applicare il pronto soccorso salvavita, chiamare il numero di emergenza e poi passare ad interventi più generali. A mio parere l’emergenza climatica è l’incidente più grave che sia attualmente in corso. L’energia eolica equivale al primo e più importante di questi passaggi: esercita un’azione che blocca l’incidente, perché producendo energia pulita rimuoviamo le corrispondenti emissioni di combustibili fossili».
Ma l’eolico non è l’unica fonte pulita…
«Il solare è l’altra tecnologia rinnovabile di questa portata, al momento attuale. Francamente, tutto il resto non ha la stessa incidenza. Mi viene chiesto regolarmente il mio parere sull’energia delle maree, del moto ondoso, sulla geotermia o altro. Con queste soluzioni non risolveremo il problema».
Ma il potenziale della risorsa eolica offshore è a malapena sfruttato. Quali sono le cause e come affrontarle?
«In Paesi come la Danimarca e il Regno Unito, il successo dell’eolico offshore parla da solo, ma è nei mercati emergenti che lo sviluppo dell’eolico sarebbe più importante. So per esperienza che se un Paese lotta contro la fame, l’energia eolica offshore può sembrare qualcosa di futuristico e molto costoso. I Paesi in via di sviluppo devono affrontare grandi sfide per soddisfare bisogni energetici in rapida crescita con l’aumento della popolazione e lo sviluppo della classe media. Ma se la soluzione sarà il carbone, siamo tutti in un grosso guaio. Se i Paesi emergenti non scopriranno e non utilizzeranno l’energia eolica offshore, ne soffriremo tutti».
Non dappertutto, però, l’eolico offshore può funzionare. Ci sono ostacoli naturali apparentemente insormontabili…
«Quello che facciamo ora non è normale. Nell’Europa nordoccidentale e lungo la costa orientale degli Stati Uniti, l’installazione di turbine fissate sul fondo del mare è stata facilitata da un capriccio geografico: la presenza di acque poco profonde vicino a grandi centri abitati. Ma le soluzioni eoliche offshore che hanno avuto così tanto successo in regioni come il Mare del Nord non sono appropriate per gran parte del globo. Nelle aree in cui i fondali precipitano rapidamente a profondità superiori a 50 metri – e sono la maggior parte in giro per il mondo, compresa l’Italia – non si possono installare turbine fisse. Per sfruttare la sforza del vento in queste aree, si può ricorrere solo alle turbine galleggianti, che possono costituire un’alternativa economica all’energia dal carbone».
Come ha reagito il mercato? Ha trovato subito interesse per le sue turbine galleggianti?
«All’inizio ho sviluppato il mio sistema di turbine galleggianti TetraSpar come un’attività open source, perché non volevo avere il problema di gestire un’azienda. Sfortunatamente, ho scoperto che non è possibile avere un impatto sufficiente con un progetto aperto e quindi ho deciso di creare una società commerciale. A quel punto le mie turbine hanno attirato investimenti da Shell e Innogy e adesso le stiamo testando a una profondità di 200 metri al largo della costa norvegese. La cosa più importante è che TetraSpar è costruito in un modo che si è rivelato davvero economico. Con l’industrializzazione e l’aumento dei volumi, ci saranno enormi economie di scala e potrebbe diventare presto competitivo con i sistemi eolici tradizionali».