Cambiamenti climatici, occhi su Biden & Kerry

Il destino delle intese legato al nuovo corso annunciato negli Stati Uniti

La strategia del presidente eletto passa dal rientro negli Accordi di Parigi
La nomina chiave di John Kerry, uomo forte per le politiche ambientali

di Elena Comelli
MILANO

«Welcome back, America». Il rientro imminente degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi per il clima è stato salutato così dalla sindaca della capitale francese Anne Hidalgo la sera della vittoria di Joe Biden (a destra nella foto) alle presidenziali americane. Il ritiro dall’Accordo, messo in atto dal presidente Donald Trump il 4 novembre scorso, durerà meno di tre mesi, ma la sua politica anti- ambientalista ha fatto perdere al mondo ben quattro anni nella corsa per salvare il clima. Gli Stati Uniti, infatti, sono il numero due globale dopo la Cina per volume di emissioni e la loro politica influisce sui programmi delle aziende più grandi del mondo.
Biden, che si è impegnato a rientrare nell’accordo sul clima di Parigi non appena metterà piede alla Casa Bianca, è il primo presidente americano che considera l’emergenza climatica una «minaccia mortale per l’umanità» e ha promesso un pacchetto di stimoli verdi da 2milia miliardi di dollari per tagliare le emissioni del suo Paese. «È un grande sollievo che gli Stati Uniti rientrino nell’Accordo di Parigi: l’effetto domino positivo della presidenza Biden sarà enorme», ha commentato Laurence Tubiana, amministratore delegato della European Climate Foundation e grande artefice dell’Accordo, di cui ha diretto i lavori cinque anni fa.
Il presidente eletto Biden si è impegnato ad azzerare le emissioni nette degli Usa entro il 2050, una strategia che rallenterebbe significativamente il ritmo dell’emergenza climatica, se fosse davvero implementata, e collocherebbe l’obiettivo dell’accordo di Parigi – di contenere il surriscaldamento globale entro 1,5°C o al massimo 2°C – a una distanza raggiungibile «per la prima volta nella storia», secondo Bill Hare, numero uno di Climate Analytics. La Cina, a sua volta, si è recentemente impegnata ad azzerare le sue emissioni nette entro il 2060 e l’obiettivo dell’Ue è zero emissioni nette entro il 2050. Se si centrassero davvero questi target, l’aumento delle temperature globali alla fine di questo secolo potrebbe essere contenuto attorno a 2,3-2,4°C in più rispetto all’epoca pre-industriale, secondo le proiezioni di Climate Action Tracker, un gruppo di ricerca con sede a Berlino.
La nomina di John Kerry (a sinistra, nella foto) a nuovo responsabile diplomatico della guerra Usa all’emergenza climatica dimostra che Biden fa sul serio. L’ex segretario di Stato di Obama è stato uno degli artefici dell’Accordo di Parigi e vede nell’emergenza climatica una questione di sicurezza globale più che un problema ambientale nel senso classico del termine. La discesa in campo americana contro l’emergenza climatica potrebbe essere messa in discussione se il partito repubblicano manterrà il controllo del Senato, in caso di vittoria nei due ballottaggi in Georgia a gennaio. Ma anche con un Senato controllato dai repubblicani, Biden potrebbe riuscire a trovare un terreno comune, includendo l’energia pulita in misure di stimolo economico più ampie.
Le aree di un possibile accordo includono i veicoli elettrici, la decarbonizzazione del settore energetico e la transizione del settore manifatturiero verso le tecnologie a basse emissioni di carbonio. Biden, del resto, arriverà alla Casa Bianca con qualcosa che nessun presidente degli Stati Uniti ha mai avuto prima: un solido sostegno popolare sulle azioni a favore del clima, confermato dai dati di tutti i sondaggi. Morning Consult ha rilevato che il 74% degli elettori di Biden ha identificato il cambiamento climatico come «molto importante» per il proprio voto, segno che la mancanza di azione potrebbe influire sulla base del nuovo presidente.
Un altro sondaggio di Fox News e Associated Press ha stabilito che il 67% degli elettori, non solo quelli che votano per Biden, vede con favore «l’aumento della spesa pubblica per l’energia verde e rinnovabile ». I sondaggi dimostrano anche che la maggioranza degli americani è contraria all’estrazione di idrocarburi non convenzionali con il fracking e all’utilizzo del carbone, mentre sostiene il passaggio alle energie rinnovabili.


IL SUMMIT

L’Europa trova l’intesa e accelera sugli obiettivi

BRUXELLES

Dopo un’intera notte di complesse trattative tra i leader dei 27 Paesi, l’Ue ha raggiunto l’accordo e ha deciso di ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto al 1990 entro il 2030. Un’intesa che rappresenta una svolta rispetto all’obiettivo del 40% fissato nel 2014 e che consente all’Unione di presentarsi come avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici al quinto anniversario della firma dell’Accordo di Parigi, avvenuta il 12 dicembre del 2015.
«Abbiamo passato una notte in bianco ma ne è valsa la pena », ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel durante la conferenza stampa svoltasi al termine della maratona negoziale. L’accordo sul clima, insieme al via libera definitivo dato al piano Next Generation Eu e al bilancio Ue 2021-2027, ha osservato, rappresenta un «successo enorme » per l’insieme dell’Unione. Altrettanto soddisfatta la presidente della Commissione europea: «Ora – ha sottolineato Ursula von der Leyen – abbiamo tutti gli strumenti per agire, conseguire l’obiettivo del 55%» e procedere verso il traguardo della «neutralità climatica nel 2050». Il Green Deal, ha poi aggiunto, «sarà la nostra strategia» per imboccare la strada della riprese e di una crescita sostenibile. L’accordo tra i 27 sul nuovo obiettivo per la lotta ai cambiamenti climatici è arrivato al termine di un lungo braccio di ferro con alcuni Paesi dell’Est – ma soprattutto con la Polonia – oggi fortemente dipendenti dalla fonte energetica più inquinante di tutte: il carbone.
La situazione si è sbloccata grazie alle concessioni ottenute da Varsavia sul ruolo che il gas potrà svolgere durante la transizione verso nuove fonti energetiche e sugli aiuti economici e normativi che mitigheranno l’impatto di questo passaggio. In base all’intesa i contributi nazionali all’accordo di Parigi saranno modificati per riflettere il nuovo target. Ogni Stato resterà comunque libero di decidere con quale mix energetico raggiungere il nuovo obiettivo.


Energia rinnovabile e mobilità elettrica
Le soluzioni in moto per un mondo più pulito

Crescono gli investimenti sostenibili

L’oro nero sembra avere iniziato la sua parabola discendente, le nuove fonti prendono piede
Cruciale il tema dei trasporti e delle città

MILANO

Con un crollo della domanda di energia primaria del 6%, sei volte più ampio del calo imputato alla crisi del 2008, il 2020 potrebbe passare alla storia come l’anno della svolta nei consumi di petrolio, anche se nel 2021 è atteso un rimbalzo importante rispetto alla caduta di quest’anno. Il rimbalzo potrebbe, però, non essere così marcato da farci tornare ai 100 milioni di barili di petrolio al giorno consumati nel 2019, in base ai dati dell’ultimo Energy Outlook di Bp, analizzato da Carbon Brief. In questo caso, il 2019 resterà nella storia come l’anno del picco dei consumi di greggio, fonte fossile per eccellenza, alla base dello sviluppo industriale del Novecento e in larga misura artefice della crisi del clima.
La folgorante parabola dell’oro nero, che sembrava destinato a crescere ancora per decenni e invece ora potrebbe avere già scollinato, coincide specularmente con quella delle fonti rinnovabili, che negli ultimi anni hanno preso l’abbrivio e nel 2019 hanno messo il turbo, con 180 gigawatt di nuove installazioni (il 72% della nuova capacità elettrica), soprattutto solari, eoliche e idroelettriche, sull’onda dell’elettrificazione di tutti i settori, sostenuta dal flusso crescente degli investimenti mondiali nell’energia verde, che ormai hanno superato la soglia dei 300 miliardi di dollari all’anno, contro un crollo degli investimenti nelle fonti fossili, secondo le stime della Iea. Goldman Sachs prevede che lo sforzo di decarbonizzazione del settore energetico raggiungerà i 16mila miliardi di dollari di investimenti complessivi in questo decennio, portando a un salto di qualità infrastrutturale analogo a quello che ha sospinto l’ascesa dei Brics negli ultimi vent’anni.
Le nuove fonti di energia sono alla base della svolta necessaria per ridurre a zero le emissioni nette delle attività umane entro il 2050, come indicato dai piani dell’Ue e degli Usa di Joe Biden, oppure entro il 2060 come promesso dalla Cina. Il settore più difficile da riconvertire sarà quello dei trasporti, che è rimasto l’unico dove i consumi di fonti fossili crescono anziché calare ed è responsabile di un quinto delle emissioni globali di gas serra. Nei Paesi industrializzati, questa quota è ancora più alta: nell’Ue attualmente i trasporti sono responsabili di un quarto delle emissioni a effetto serra e consumano un terzo di tutta l’energia finale, che proviene principalmente dal petrolio. Quando si parla di trasporti, il problema più grave è posto dal traffico su strada: auto, furgoni, camion e autobus producono circa il 75% delle emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti. Oltre all’effetto serra, i trasporti su strada sono anche una delle fonti principali di inquinamento atmosferico, soprattutto nelle città, dove si concentrano le emissioni di particolato e di biossido di azoto, che danneggiano la salute e l’ambiente.
La soluzione primaria sarà la transizione verso i veicoli elettrici, che stanno arrivando a maturità. Sulla mobilità sostenibile la Cina è in pole position, con quasi metà del mercato dei veicoli elettrici, ma anche l’Ue si sta impegnando con normative sempre più stringenti. Le auto elettriche quest’anno hanno triplicato la loro quota di mercato in Europa, grazie ai nuovi limiti imposti alle compagnie automobilistiche ed entrati in vigore a partire dal primo gennaio. In base alle stime di Transport & Environment, i veicoli elettrici raggiungeranno il 10% del mercato europeo quest’anno (dal 3% del 2019) e il 15% l’anno prossimo. La pandemia di Covid- 19, nel frattempo, ha contribuito ad accelerare la transizione verso una mobilità più pulita nelle città. Con il calo del traffico automobilistico durante il lockdown, si è aperta una finestra di opportunità per riallocare lo spazio pubblico e i sindaci ne hanno approfittato subito per ridisegnare le città e dare più spazio a pedoni e ciclisti. In tutto il mondo c’è stato un movimento corale verso la mobilità dolce, con la chiusura di molte strade alle macchine. Ora che gli abitanti delle città hanno avuto modo di respirare per qualche mese aria pulita, difficilmente si tornerà indietro alla situazione precedente.