Valentina, l’architetto delle città nello Spazio
«Il nuovo Rinascimento? Sarà figlio delle stelle»

Dal Mit alla Nasa, una delle ricercatrici italiane più brillanti

«Alla base di quel periodo ci furono investimenti colossali. Potremmo fare un altro salto quantico Musk e Bezos mecenati? A loro piacerebbe»

di Paolo Giacomin
BOLOGNA

Se un giorno vivremo su Marte, o sulla Luna, e se potremmo starci relativamente comodi, lo dovremo anche a lei: Valentina Sumini, alessandrina di 34 anni, laurea in Architettura al Politecnico di Torino e una in Ingegneria Edile al Politecnico di Milano. Occupazione: progettare città spaziali. Note particolari: una delle ricercatrici italiane più stimate al Massachusetts Institute of Technology di Boston con il quale lavora dal 2016, in prima linea con la Nasa conquistata con un progetto per portarci, prima o poi, sul Pianeta rosso.
Valentina, le sue ricerche, i suoi progetti, dalla Luna a Marte, sembrano fantascienza ma non lo sono. In fondo anche quando Leonardo immaginava la vite aerea, pensare a un elicottero sarebbe sembrato una stravaganza fantasy. Il nuovo Rinascimento nascerà dallo Spazio?
«Il Rinascimento per la cultura italiana ed europea fu una specie di “salto quantico”, niente fu più come prima… E alla base di tutto ci fu un colossale investimento economico in quella che oggi chiameremmo “smartness”, senza commesse specifiche, d’altra parte era difficile commissionare qualcosa a Leonardo, lo sapeva il Duca di Milano alla cui corte soggiornò a lungo e lo capì benissimo Francesco I re di Francia che gli regalò un piccolo castello in cui fare e studiare ciò che più gli pareva. E Leonardo gli regalò la Gioconda».
Inevitabilmente il salto quantico nello spazio sarebbe altrettanto dirompente, tra investimenti economici e ambizioni di nuovi mecenati.
«Effettivamente l’allargamento dell’interesse per lo spazio a cui oggi assistiamo potrebbe essere un nuovo “salto quantico”. E, se ci pensiamo, Elon Musk (Space X) e Jeff Bezos (Blue Origin) probabilmente amerebbero molto essere considerati alla stregua dei mecenati del Rinascimento. Oggi le aziende di ogni taglia puntano ad avere commesse in quell’ambito, anche solo per l’effetto comunicativo che offre ».
Quali sono i suoi principali progetti che le hanno valso l’interesse della Nasa e del Mit? Che cosa li unisce?
«Alla base c’è il cambio di paradigma che ha condotto le grandi agenzie spaziali internazionali come Nasa ed Esa a cercare il supporto creativo in modo bottom-up, cioè aprendo le porte a competizioni globali indirizzate ad università e scuole di tutto il mondo. Io ho cominciato esattamente così, partecipando a una competizione Nasa, Rascal 2017, finalizzata a raccogliere idee per il riutilizzo di parte della stazione spaziale internazionale, la Iss, il concept Marina. Poi ne sono seguite altre, la competizione per Mars City Design nel 2017, l’Mars Ice-Challenge Nasa Langley nel 2018, la serra per il Mars Ice Dome Nasa nel 2019, il Moon Village per l’Esa nel 2019. In ogni progetto la chiave è costituita dalla capacità di impostare un’idea guida, ad esempio la foresta di sequoie millenarie per Redwood Forest, e vedere soluzioni di sintesi per tutte le varie necessità. Una sinergia fra diverse competenze».
Quanto ci vorrà perché le persone possano vivere, o coltivare un campo, sul pianeta rosso o sulla Luna?
«Sulla Luna possiamo pensare di sopravvivere, più o meno a lungo, in fondo è un satellite della Terra, quasi una dependence, una ‘stazione di servizio’. Su Marte, un vero Pianeta, possiamo pensare davvero di costruire città, ma ci vorrà molto tempo e nuove tecnologie. Forse mezzo secolo o più. D’altra parte, per riprendere il discorso di prima, Leonardo lavorò ai contrafforti del Duomo di Milano, ma non lo vide certo finito».
Atterrando sull’industria italiana, lei sta lavorando anche sul fronte dell’innovazione nel packaging in chiave sostenibile. Cosa sta facendo?
«È un ambito fondamentale per il futuro stesso del nostro bellissimo pianeta, far evolvere la tecnologia indispensabile del packaging nella direzione di una maggiore sostenibilità di tutta la catena di produzione: meno materiale, confezioni smart, processi di controllo. Vuol dire implementare concetti che in ambito spaziale sono essenziali, come riciclaggio, ottimizzazione multiobiettivo, raggiungere un trade- off ottimale fra le diverse esigenze».