L’intervista / Serena Giacomin

«Il clima è cambiato, è tempo di crederci»

La lotta ai cambiamenti climatici è la madre di tutte le battaglie. L’obiettivo posto dall’Accordo di Parigi – firmato cinque anni fa, il 12 dicembre – è mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi dai livelli pre-industriali. Il bilancio non è positivo. Resta molto da fare e poco tempo a disposizione affinché le misure prese abbiano un impatto signficativo.
Un mondo più sostenibile, come chiede l’impegno preso con l’Agenda Onu 2030, resta un obiettivo ambizioso, ancora troppo lontano, profondamente radicato nell’emergenza di fermare il riscaldamento globale, diminuire se non azzerare le emissioni di gas serra, portare a compimento la transizione energetica. Le soluzioni, piccole e grandi, non mancano. L’economia circolare è una realtà. È il tempo che manca.
Ed è dal tempo, inteso come meteorologia, che vogliamo partire con Serena Giacomin – fisica, climatologa, meteorologa, volto tv, presidente dell’Italian Climate Network – per uscire dalle trappole dei luoghi comuni e dagli equivoci che, spesso, danno corpo alle pretese negazioniste. Per esempio, la differenza tra meteo e clima o tra allerta meteo e rischi. Fino ai falsi storici sugli elefanti di Annibale che attraversarono le Alpi o il mito della Groenlandia terra verde. Tutto per dire che «il clima è cambiato, gli effetti si vedono già». Ed è ora di crederci. In ballo c’è la sopravvivenza del pianeta. L’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti e la nomina, annunciata, di John Kerry, a inviato per l’emergenza climatica, può aprire a un cambio di passo e a un’accelerazione globale nel mettere in atto rimedi.
Il campo di gioco principale è la transizione energetica. Le nuove fonti di energia sono alla base della svolta necessaria per ridurre le emissioni nette delle attività umane. Il settore più difficile da riconvertire sarà quello dei trasporti, che è rimasto l’unico dove i consumi di fonti fossili crescono anziché calare ed è responsabile di un quinto delle emissioni globali di gas serra. La soluzione primaria sarà la transizione verso i veicoli elettrici, che stanno arrivando a maturità. Soluzioni, tutte, che nascono dall’innovazione oltre che da una nuova sensibilità, come dimostrano le storie di molte imprese. Ambiente e innovazione, d’altro canto, sono l’unico Dna possibile di un nuovo Rinascimento.


Pianeta Terra, che brutto tempo che fa
«Il cambio del clima? Gli effetti sono già qui»

Serena Giacomin, presidente dell’Italian Climate Network

«Le previsioni meteo ci dicono cosa accade a breve, e non devono farci distrarre dai problemi legati all’emissione di gas serra e al surriscaldamento»

MILANO

È uno dei volti del tempo in tv, ma è prima di tutto una scienziata, climatologa, meteorologa, divulgatrice scientifica, presidente dell’Italian Climate network.
Che tempo fa sul pianeta Terra?
«Oggi piove – risponde con una certa dose di ironia Serena Giacomin –. Ma, vede, le rispondo così perché meteo e clima sono due cose diverse. Si fa confusione e i negazionisti dell’emergenza climatica ne approfittano».
Con ordine, prima le differenze tra meteo e clima?
«La meteorologia è quella materia che si basa sulla fisica dell’atmosfera e, sulla base di modelli matematici, analizza la situazione e calcola come potrebbe evolversi la situazione».
Le previsioni del tempo.
«Le previsioni del tempo, esatto. La climatologia, invece, si basa sempre sulla fisica dell’atmosfera, ma molto di più sulla statistica, tanto che, per poter parlare, di variabili del clima occorre avere alle spalle almento una trentina di anni di dati».
Tradotto: se oggi piove e fa freddo non vuole dire che non ci sia il riscaldamento globale. È corretto?
«È corretto, ma questa purtroppo è la trappola in cui si cade troppo facilmente. Non c’è una correlazione così diretta tra un singolo evento meteo e la tendenza climatica, anche se abbiamo già una buona base di dati alle spalle per poter sostenere che un’estremizzazione del clima sia già in atto». Penso, per esempio, alla frequenza delle ondate di caldo o alle forti precipitazioni. Se cadono in 24 ore 500 millimetri di pioggia, in un determinato territorio siamo di fronte a un evento che dieci anni fa si verificava raramente».
Quelle che chiamiamo bombe d’acqua facendo infuriare gli scienziati?
«É sbagliato, ma, soprattutto, la parola bomba fa pensare a qualcosa dalla quale non possiamo difenderci e invece, in questo caso o nel caso di eventi meteo estremi, non è così. Piogge che hanno un potenziale alluvionale sono certamente difficili da gestire, ma i problemi li conosciamo e anche le solzioni, ma spesso alle parole non seguono i fatti: se piove tanto in un territorio cementificato oltre misura, i danni non sono colpa della pioggia. Se i torrenti non sono puliti o sono interrati, non è colpa solo della pioggia se esondano».
Che i fenomeni climatici si siano estremizzati, però, è un fatto.
«Senza dubbio, ma non facciamoli diventare un alibi: come gestiamo un territorio è responsabilità nostra. Vede, non c’è solo differenza tra meteo e clima, ma anche tra pericolosità e rischio».
Spieghi…
«A fronte, per esempio, di una perturbazione intensa caratterizzata da una determinata pericolosità, è possibile sia emesso un’allerta meteo per avvisare del suo arrivo. Il rischio, invece, non è legato solo alle caratteristiche della perturbazione, ma a quelle del territorio che ne subirà l’impatto, con possibili danni o vittime. Di calcolare questo impatto si occupa la Protezione Civile emettendo l’allerta idrogeologica. Ecco perché, a volte, uno senta di un’allarme, guardi fuori dalla finestra, veda il sole, con le abbondanti piogge già passate. Il punto è che sono due avvisi diversi con significati diversi, a volte in momenti diversi»
Perché non riusciamo a prendere sul serio gli allarmi sul cambiamento climatico?
«Perché lo percepiamo come qualcosa che avverrà nel futuro, ma non capiamo che i suoi effetti sono già presenti. Ci sono zone dove gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti e dannosi: il nostro Mediterraneo, per esempio. E l’Artico».
Beh, lei ha scritto ‘Pinguini all’equatore’ per spiegare che non tutto quello che si sente sul clima è vero.
«I dati ci dicono che siamo vicinissimi a un punto di non ritorno. Perdere l’Artico vuol dire perdere uno dei freezer del pianeta, perché è una delle superfici bianche più estese con il potere fondamentale di riflettere la gran parte dell’energia del sole».
Come se ne esce?
«Con l’educazione, per esempio. Faccio molta attività con le scuole ed è con i bambini che impari a rispondere alle domande più difficili. Con loro, però, è più facile rompere abitudini sbagliate. Mio figlio ha tre anni, per esempio, e fa la raccolta differenziata, sa perché? Perché non ne conosce altre ».
Cosa pensa di Greta?
«Ha svolto un ruolo importante e la ammiro, ma la polarizzazione non va mai bene: un personaggio così attira molte persone, ma altrettante ne respinge come se il problema fosse trovarla o non trovarla simpatica e non come lottare contro il cambiamento climatico. Purtroppo questo è un problema che non riusciamo a inserire nella lista delle nostre emergenze quotidiane».
Come il Covid-19. C’è chi ipotizza un collegamento tra clima e pandemie. Cosa ne pensa?
«Non possiamo dire che ci sia un legame diretto, ma che i danni all’ambiente, la frammentazione degli habitat o lo sfruttamento eccessivo delle risorse possa provocare un aumento delle infezioni, era già stato detto da anni dalla comunità scientifica».
Facciamo i negazionisti. Groenlandia vuol dire terra verde, quindi non è vero che è sempre stata coperta di ghiaccio. Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole.
«Sono due argomenti classici di chi nega l’emergenza climatica. Che Groenlandia derivi da terra-verde fu solo un abile operazione di marketing che Erik il Rosso, il vichingo, mise in atto per convincere la gente d’Islanda a emigrare. Durarono poco. Quanto ad Annibale, gli elefanti erano solo 37, morirono di freddo tutti tranne uno, quello del condottiero che, però, mancò poco dopo. Il cambiamento climatico c’è, eccome».
Paolo Giacomin