Trafugamenti, restauri e pugnalate
è il mito dello ”Sposalizio” di Brera

Nei 500 anni dalla morte di Raffaello, la tavola razziata in Umbria e poi ricomprata dai Francesi diventa tappa obbligata del grande tour. E tornerà anche l’installazione datata 1976 di Bruno Munari

di Cosimo Firenzani
MILANO

Un viaggio alla scoperta di Raffaello nela ricorrenza dei 500 anni dalla morte, anche se rallentato dalla chiusura di mostre e musei per la pandemia da coronavirus, non può non passare dalla Pinacoteca di Brera di Milano. Qui, nella sala 24, viene conservato il dipinto a olio sulla tavola conosciuto nel mondo come «Lo sposalizio della Vergine ». L’opera chiude il periodo giovanile di Raffello e segna l’inizio della fase della maturità artistica. Datata 1504, viene commissionata dalla famiglia Albizzini per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco a Città di Castello, in Umbria. La scena è nota a tutti: lo sposalizio di Maria e Giuseppe avviene in primo piano, con al centro un sacerdote che, tenendo le mani di entrambi, officia la funzione. Ma è interessante ripercorrere anche la storia del dipinto. Nel 1798 il municipio di Città di Castello viene praticamente obbligato a donare l’opera al generale napoleonico Giuseppe Lechi, che tre anni dopo la vende per 50mila lire al mercante milanese conte Giacomo Sannazzari della Ripa. Quest’ultimo, però, – tradizione benefica di tanti ricchi meneghini nei secoli – la lascia poi in eredità all’Ospedale Maggiore di Milano nel 1804. Nel 1806 la tavola viene acquistata da Eugenio di Beauharnais, luogotenente di Napoleone, e destinata con decreto vicereale alla Pinacoteca di Brera, grazie anche all’interessamento di Giuseppe Bossi, allora segretario dell’Accademia di Belle Arti che la destina alla collezione inaugurata nel 1809 che costituisce il patrimonio e il modello di perfezione da offrire a una nuova generazione di artisti da formare nella città ormai parte dell’impero. Diversi sono stati i restauri a cui la pala viene sottoposta nel tempo: il primo, forse risalente al Settecento, è noto solo attraverso la descrizione che ne fa nel 1858 il pittore e restauratore Giuseppe Molteni, incaricato di eseguire in quello stesso anno un ormai indispensabile intervento sia sul supporto che sulla superficie pittorica, documentato da una dettagliatissima relazione. Lo Sposalizio della vergine viene restaurato anche negli anni Sessanta del secolo scorso. Nel giugno 1958, infatti, il pittore milanese Nunzio Guglielmi, in arte «Nunzio Van Guglielmi», infrange, con un punteruolo e un martello, il vetro che protegge il dipinto e incolla su di esso un volantino con la scritta: «Viva la rivoluzione italiana, via il governo clericale! ». Pugnala il quadro in due punti, sul gomito della Vergine e al centro della scalinata del tempio, danneggiando a fondo la tavola. Avrebbe certamente provocato danni maggiori se la superficie non fosse stata protetta dal vetro andato in frantumi. Van Guglielmi viene poi internato nel manicomio di Milano. L’opera, però, è stata anche al centro di un’installazione dell’artista e designer Bruno Munari, datata 1976. Installazione riscoperta recentemente in uno sgabuzzino della Pinacoteca di Brera, dove Munari nel 1977 crea il primo laboratorio per bambini in un museo. Di cosa si tratta? Per rendere visibile la struttura armonica del quadro, una composizione basata su un gioco prospettico perfetto, il designer ha messo quattro chiodi agli angoli dai quali far partire dei fili congiunti in un punto corrispondente allo sguardo dello spettatore. In questo modo si riconosce la struttura geometrica e la forma estetica che determinano l’opera d’arte. E l’installazione potrebbe essere riproposta proprio in occasione dei 500 anni dalla morte di Raffaello. Occasione unica.