Candiani indossa il bio-denim sostenibile
«Vogliamo un impatto positivo sull’ambiente»

Leader nei tessuti jeans, la casa lancia Coreva

Alberto Candiani, general manager: prodotto biodegradabile al 100%, fertilizzanti dagli scarti di lavorazione e più facilità nel riciclo dei capi

di Cristina Mariani
ROBECCHETTO CON INDUNO
(Milano)

Da semplice consumatore ad attore principale di un processo virtuoso che, secondo le intenzioni, dovrebbe contribuire ad arricchire l’ambiente. Un cambio totale di mentalità che sicuramente non è immediato nè semplice da operare, ma che se concretizzato potrebbe rappresentare una ricchezza dal valore inestimabile. In questo cambio di mentalità si inserisce Coreva, la nuova tecnologia brevettata da Candiani Denim per rendere il più naturale possibile quello che di fatto è tessuto più pregiato per realizzare i jeans ovvero il denim. Candiani è ormai da anni leader mondiale nella produzione di denim. L’azienda conta 570 dipendenti e ha un fatturato di circa 90 milioni di euro, anche se quest’anno viste le difficoltà dovute anche al periodo di emergenza sanitaria per il Covid-19 si dovrebbe chiudere con un fatturato minore. Gli investimenti nel settore Ricerca&Sviluppo si aggirano attorno al 2-3%, anche se possono variare a seconda dei progetti seguiti di volta in volta dall’azienda. Anche perché sin dalla propria nascita, Candiani Denim ha l’innovazione nel Dna. Un po’ costretta dalle stringenti regole imposte dal Parco del Ticino in cui si trova lo stabilimento, un po’ anche spinta dalla necessità di differenziarsi e di proporre novità a un mondo in continuo cambiamento: «Siamo ossessionati dall’innovazione. Il principio su cui si basa Coreva è quello di superare l’impatto zero, arrivando ad avere un impatto positivo sull’ambiente, a restituire qualcosa di costruttivo e concreto all’ambiente circostante» spiega Alberto Candiani (nella foto in alto), general manager dell’azienda di Robecchetto con Induno. A caratterizzare Coreva, ovvero una tipologia di tessuto denim che utilizza un elastomero di origine naturale che non inibisce la biodegradabilità del tessuto pur conferendogli l’elasticità tipica del tessuto Candiani. E utilizzato, oggi, anche da firme di fama mondiale come Stella Mc- Cartney che è stata fra le apripista nei test di Coreva. «Il lancio ufficiale del nostro nuovo tessuto avverrà a gennaio -–annuncia Alberto Candiani –. Attualmente produciamo 16 milioni di metri lineari di tessuto l’anno, nel 2021 solo un milione di questi sarà Coreva. Se il sistema funziona, entro cinque anni tutti i metri prodotti potranno essere del nuovo tipo di tessuto». I vantaggi di questo innovativo denim sono diversi. «Anzitutto il rispetto dell’ambiente, visto che Coreva è al 100% biodegradabile – racconta il manager dell’azienda –. Il prodotto che facciamo è potenzialmente rigenerativo: visto che stiamo puntando all’impatto positivo anche dal punto di vista dei processi, stiamo lavorando per fare in modo che anche gli scarti di lavorazione possano fornire un sottoprodotto che diventi fertilizzante. Coreva è più longevo e ha una resistenza maggiore del 20-25% rispetto al normale denim elasticizzato. A fine ciclo dell’articolo, con il nuovo elastomero il riciclo del tessuto è più facile». Un consumatore consapevole, quindi, potrebbe decidere di assumere un ruolo attivo rimandando, a fine ciclo, un paio di jeans al produttore e rendendo quei pantaloni utili per la nascita di nuovo cotone. E il prezzo? Non si può pensare di avere una nuova tecnologia al costo di ciò che già è prodotto su vastissima scala e ha esborsi di produzione più bassi. Un metro di tessuto Coreva costa circa il 30% in più rispetto al denim normale. Il valore aggiunto è dato tanto dalla qualità quanto dal ruolo che assume il consumatore stesso.


«Ridiamo vita all’economia dei nostri boschi»

Intervista a Diego Florian (Forest stewardship Italia)

«Vale molto di più del legno in sé: si pensi al dissesto idrogeologico e ai cambiamenti climatici. Una regia unica tra Stato e Regioni»

di Daniele Monaco
PADOVA

«L’economia del bosco vale molto più del legno in sé: si pensi ai cambiamenti climatici e ai danni del dissesto idrogeologico. Serve una regia unica fra Stato e Regioni per supportarla, accelerando la transizione verde e il Green Deal europeo ». È l’appello di Diego Florian (nella foto), direttore di Forest stewardship council Italia, Ong che promuove l’adozione di standard volontari di buona gestione forestale, per gestori di boschi e operatori delle filiere: «Sono 70mila gli ettari certificati Fsc, una nicchia su 10 milioni in Italia – spiega –. Tuttavia, siamo il secondo Paese al mondo per certificati nella trasformazione legno e carta, 2.774 che riguardano 3.480 aziende». Un dato: la produzione della sola silvicoltura nel 2019 è stata di 2,3 miliardi sui 61,5 di tutto il comparto primario (Istat).
Gestione, clima, certificati: come si tiene tutto?
«Gli alberi ricoprono quasi il 40% della superficie nazionale e sono uno degli strumenti più efficaci per combattere la crisi climatica, sta a noi impiegarli in strategie adattive e risultati quantificabili».
Per qualcuno il 40% sarà una cifra considerarta molto rilevante. È così?
«È il paradosso d’Italia: sempre più boschi in aree non accessibili perché non utili economicamente. Nemmeno per la carbofissazione, le foreste più vetuste hanno un bilancio in pari».
Cosa fare?
«Il patrimonio boschivo torni a essere un asset economico, riattivando filiere virtuose con le segherie di prossimità. Nessun trasformatore pagherebbe 60-80 euro a metro cubo per legname italiano invece di 40-50 euro per quello importato. Se non si attivano logiche economiche, anche il sindaco più virtuoso fatica a mantenere la gestione dei boschi».
E le amministrazioni?
«Le Regioni sostengano l’impegno della neonata direzione foreste del Mipaaf, con una regia comune evitando venti declinazioni diverse. Il testo unico forestale va nella giusta direzione. I Comuni dovrebbero considerare la gestione boschiva non solo come onere per evitare incendi o intralci alla viabilità ».
La silvicoltura è ripartita già in aprile, in pieno lockdown, e non mancarono le ironie…
«Era necessario per salvare il legname già tagliato dal risveglio dei parassiti che poi avrebbero attaccato le piante vive, indebolite dai cambiamenti climatici. La tempesta Vaia ha dimostrato quanto sia urgente la corretta manutenzione del bosco, un ecosistema vivo».
Quindi… via libera ai tagli?
«Sfoltimenti: nei paesi europei con un’economia forestale avanzata si preleva fino al 70% della massa legnosa cresciuta in un anno, da noi il 20%. Serve per favorire la crescita di essenze di qualità migliore e più appetibili all’industria del legno ».
Che ruolo hanno i boschi periurbani?
«Mitigano il microclima delle città, rendendole più vivibili. Registriamo un crescente interesse delle corporation in ottica Csr. Il sistema delle compensazioni CO2 ha dimostrato spesso dei limiti e ‘l’albero’ piantato nelle foreste tropicali è stato spesso considerato solo in modo opportunistico…».


Cinque proposte per le nostre foreste

Come costruire un green deal italiano

PADOVA

Una rivoluzione verde che parta dai boschi e dalle economie collegate, guidata con maggiore impegno da Stato e Regioni: Fsc Italia lancia cinque idee per un «green deal» italiano. A partire da una considerazione: «La pandemia globale è stato uno scossone al rapporto squilibrato fra uomo e ambiente, che va ripensato con direttive come il Green Deal europeo. La priorità è «includere gli alberi e i boschi in una strategia climatica nazionale», in cui le politiche di gestione siano implementate dalle Regioni in una logica unitaria, anche per non disperdere l’impegno di enti, cooperative e imprese sociali. Secondo, «valorizzare i servizi offerti dai boschi»: biodiversità, tenuta idrogeologica, carbofissazione, turismo slow. «Ciò permette di sviluppare la capacità di resilienza dei territorio. L’Italia è stato il primo Paese, due anni fa, a certificare l’impatto della gestione forestale responsabile su questi fattori». Terzo, «maggiore supporto all’economia del bosco» per favorire il lavoro nel settore che impiega 100mila persone. L’Italia compra ancora segati di conifera dall’Austria per 2,4 milioni di metri cubi all’anno (dati Fao). Quarto, «boschi urbani e periurbani come parte delle strategie di resilienza del territorio e delle comunità», infrastrutture verdi da pianificare: «Tagliare oggi un albero in città significa aver piantato 20 o 30 anni prima il suo sostituto ». Infine: «Ricorso a solidi standard volontari in tema di gestione forestale responsabile, sempre più richiesti da piccole e grandi aziende».

da. mon.