Speciale Vinitaly

Cesari

«Rispetto per il territorio, passione per la qualità»

Umberto Cesari racconta il suo vino: tutto nasce dalla cura del vigneto

CI SONO storie che sono lì da sempre, nascoste nella memoria. Come quella del vino rosso, pieno e sincero, forte e coraggioso, che ogni giorno viene prodotto nell’azienda Bolognese di Umberto Cesari. Dalle vigne dei sei poderi raccolti in 170 ettari, le bottiglie, conservate in 18mila metri quadrati di cantina, arrivano nel mondo attraverso i container refrigerati delle navi. Anche in Nepal c’è un distributore del Sangiovese e altri vini nobili prodotti da Umberto Cesari. Un ‘nettare’ prezioso anche per il carico di ricordi e di tradizione che si porta dietro. L’intera famiglia è da sempre impegnata nel far crescere il prodotto. Umberto Cesari oggi è considerato il re dei vini romagnoli e può contare su una produzione di qualità di 4 milioni di bottiglie all’anno. Senza contare la nuova sede inaugurata 2 anni fa, le 25 etichette fra le quali il Liano è il più venduto (composto da un 70 per cento di Sangiovese Grosso e un 30 di Cabernet Sauvignon) e poi Tauleto (90 per cento Sangiovese Grosso e 10 con l’uva ‘bursona longanesi’) e, infine, l’emergente Yemula,l’alter ego del Liano composto da Sangiovese Grosso eMerlot.

PUNTO DI FORZA
«Il segreto? Il controllo della filiera e vigneti nostri»

Qual è l’ultimo nato? «Il Resultum, un Sangiovese in purezza, è una delle ultime novità che abbiamo presentato alla grande manifestazione ProWein di Dusseldorf».

Per ottenere un grande vino cosa serve? «Occorre innanzitutto crederci. Sangiovese, Trebbiano e Albana, che si producevano nelle nostre zone, erano considerati poco e si vendevano in bottiglioni col tappo corona. Noi abbiamo cercato di puntare tutto sulla qualità».

In che senso? «Cura della vendemmia, selezione delle uve, affinamento in botte di proprietà, tappi di sughero. Soprattutto quello che ci fa emergere è il controllo della filiera e avere vigneti nostri (170 in proprietà e 180 in affitto). Già nei primi anni Settanta creammo il Liano, il nostro vino di punta, che prende il nome dalla collina più importante di Castel San Pietro, e sviluppammo il Sangiovese Riserva».

Lei ha capito subito le potenzialità del mercato globale? «Sì. Ma non c’è stato niente di facile o di scontato. Per conquistare il mercato ce n’è voluto. La svolta è arrivata quando ho cominciato a girare i ristoranti di Manhattan con i rappresentanti del distributore. Avevo la sportina termica in spalla con dentro i miei vini, era la fine degli anni ’60».

Adesso il mondo è casa sua… «Esportiamo in più di sessanta Paesi e siamo forti in Europa e nel Nord America. Oggi la continuità in azienda è garantita dai miei figli che mi affiancano con entusiasmo».

Il Vinitaly vi aspetta a braccia aperte? «Purtroppo lo dico con un po’ di rammarico Vinitaly è sempre più una manifestazione per le pubbliche relazioni. Non per fare bilanci o per incontrare i buyers del mondo. Questi sono soprattutto presenti alla fiera ProWein di Dusseldorf. Il pubblico di Vinitaly è molto eterogeneo; mentre penso che un’azienda come la nostra debba lanciare dei messaggi specifici. La formula di certe manifestazioni non ti permette di farlo. ProWein ci consente di fare un bilancio dei primi mesi di attività. E poi c’è un’altra tendenza del mercato».

Quale? «Gli affari ormai si fanno negli uffici dei buyers. La fiera serve per creare un contatto, ma poi tutto viene stabilito nelle sedi dei compratori».

Cosa vi contraddistingue? «Cerchiamo di produrre vini che esaltino la territorialità e si sposino bene con il cibo. Questa è la nostra filosofia: controllare la produzione e far invecchiare il vino. Attraverso degustazioni, presentazioni in collaborazione con grandi chef e tour nella nostra impresa, cerchiamo di lanciare questo messaggio. Il potenziale di crescita per il vino italiano oggi non ha limiti, c’è richiesta, infatti, in tutti e 5 i continenti».


Valorizzazione vitigni tipici

Dal Sangiovese al Pignoletto

OGNI ettaro viene coltivato come se fosse l’unico. I terreni collinari al confine tra l’Emilia e la Romagna dell’azienda di Umberto Cesari sono la culla ideale per la coltivazione di vitigni autoctoni, quali Sangiovese, Albana, Pignoletto e Trebbiano, e di alcune varietà internazionali come Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Merlot. Ognuno dei sei poderi – Ca’ Grande, Liano, Laurento, Tauleto, Casetta e Parolino – ha caratteristiche diverse e ognuno viene coltivato col vitigno più adatto e curato in modo da produrre le uve migliori. L’attenzione alle vigne è massima, alla loro cura si dedicano esperti agronomi: questa è la grande ricchezza dell’azienda.


L’AZIENDA

Quelle radici a Castel San Pietro

UMBERTO Cesari esporta in 60 Paesi il 90% delle bottiglie. La globalizzazione però non ha snaturato le radici locali e la maestria nel produrre i propri vini. L’azienda è nata sulle colline di Castel San Pietro ed è qui che ancora oggi, dopo oltre 50 anni di attività, si svolge tutto il ciclo produttivo: dalla vinificazione all’imbottigliamento. Questo permette ad Umberto Cesari di avere il completo controllo di ogni singola fase e di garantire al consumatore la qualità dei propri vini. Tra questi spicca il portabandiera Tauleto, vino corposo ed elegante, con una tenuta nel tempo notevolissima. A questo si uniscono Sangiovese Riserva, Liano, Laurento, Yemula, Ca’ Grande, e i più giovaniMoma e iove. I grandi vini rossi vengono invecchiati in botti di legno nuove. A quest’ultima fase, l’affinamento, Umberto Cesari ha voluto dedicare uno spazio tutto nuovo dotato delle più moderne tecnologie: una bottaia di circa 2000mq in cui sono accolte oltre 600 tra botti, Tonneaux e Barriques. La nuova sede aziendale inaugurata nel 2014 si trova nel cuore dei vigneti, oltre alla bottaia ospita anche un wine shop e una tasting room dove vengono organizzati mensilmente eventi in collaborazione con le principali aziende del territorio con l’obiettivo di far conoscere le tante eccellenze gastronomiche del nostro Paese.

2017-04-10T17:22:39+00:00