Speciale Vinitaly

Il personaggio

Nel vino c’è il fascino della sfida
Così rivivono antichi vitigni pugliesi

L’AZIENDA DI BRUNO VESPA
Il giornalista gestisce con i figli una masseria in puglia. Produce bianchi, rosati e rossi

La passione e l’investimento in una masseria. Enologia italiana al top

di BRUNO VESPA


CI SONO cascato e sono felice di averlo fatto. Pazzo incosciente. Quante volte mi hanno chiesto di fare politica? Ho sempre resistito senza un briciolo di pentimento. Ma il vino… Il vino è un’altra cosa. Me ne occupo da sempre come appassionato e anche come giornalista. Tengo da decenni una rubrica enologica su ‘Panorama’, non da esperto, ma raccontando storie ed esprimendo il parere di un semplice consumatore. Ha imparato un po’ di mestiere dall’indimenticabile Luigi Veronelli, maestro di tutti noi wine lovers di una certa generazione. Ho conosciuto e ammirato i più grandi vignaioli italiani, bevo circa 200 vini diversi ogni anno. Uno per volta e sempre durante i pasti. Raramente più di un bicchiere. Ma se nel menu di una cena sono previsti quattro vini,potete star sicuri che non ne salto uno. Due dita, magari, ma ciascuno ha la sua storia e vedere se è riuscito lo sposalizio con un piatto è intrigante. Se eccezionalmente, in memorabili serate, i vini sono 24 (confronto italo-franco-spagnolo) vado fino in fondo (un dito ciascuno, ovviamente). Con grandi sorprese. I nostri grandissimi spumanti di annate prestigiose se la battono spesso gagliardamente con grandi champagne francesi. Poi un giorno a me aquilano trapiantato a Roma viene il ghiribizzo di saltare il fosso e diventare produttore in Puglia. In Puglia ?!. Sì, in Puglia, a Manduria, capitale del Primitivo (ma ce n’è dell’ ottimo anche a Gioia del Colle). Lo stesso vitigno che gli americani, ignari, chiamano Zinfandel, importato da noi. Perché la Puglia? Perché ha un’autostrada davanti. Nel 1986 e nel 1987 Vittorio Vallarino Gancia e Gianni Goria, ministro dell’Agricoltura, mi invitarono a coordinare ad Asti un dibattito su come il vino italiano potesse sopravvivere allo scandalo del metanolo. 23 persone morte per aver bevuto vino prodotto in provincia di Cuneo con una dose pazzesca di metanolo aggiunta per alzare la gradazione. Sembrava che il vino italiano fosse morto con loro , anche per le speculazioni internazionali ai nostri danni. Da quella tragedia nacque invece l’enologia italiana moderna, che aveva avuto negli anni precedenti solo due magnifiche sorprese in Toscana: Tignanello e Sassicaia. Si rafforzò la tradizione piemontese e toscana, ma in quasi tutte le regioni d’Italia nacquero capolavori. Esplosero Abruzzo e Sicilia, migliorò la Campania. Restò ferma solo la Puglia, vittima di un’antica maledizione. Come le balie robuste allattavano i figli di nobildonne macilente, così dalla fine dell’800 i vini rossi pugliesi – il Primitivo, innanzitutto – sono serviti a rinforzare i grandi francesi e molti dei grandi italiani. La mia cantina sarà la prima a Manduria a nascere dentro una vigna: la cosa più naturale, si direbbe.

EVOLUZIONE
In Puglia da tempo molti imprenditori hanno scelto di puntare sulla qualità

E invece le vecchie cantine sono tutte vicine alla stazione ferroviaria: non si esportavano bottiglie, ma cisterne di vino sfuso. Il fenomeno si è ridimensionato, ma non è scomparso, mentre nell’ultimo decennio alcuni coraggiosi produttori hanno rinunciato al reddito sicuro della quantità per avventurarsi in quello incerto ma prestigioso della qualità. E’ la strada che ho deciso di percorrere insieme con i miei figli Federico e Alessandro (www.vespavignaioli). Insieme con il mio amico Riccardo Cotarella, grandissimo enologo, abbiamo deciso di produrre soltanto da vitigni autoctoni, cioè tipicamente pugliesi. Bianchi, rosati e soprattutto rossi, che Cotarella ha reso particolarmente bevibili. Abbiamo comperato venti ettari vitati e abbiamo appena impiantato nuove viti in altri dieci ettari che circondano la nostra Masseria Li Reni, fondata nella seconda metà del ‘500: dalla prossima estate avrà quattro suite molto curate, un grande giardino, una piscina circondata da ulivi, grandi spazi per degustazioni e ricevimenti. E’ un’avventura molto impegnativa. Non a caso si dice che chi ha avuto fortuna in altri mestieri è destinato a rovinarsi investendo nel vino. Produciamo per ora 150mila bottiglie e ne esportiamo quasi la metà in quindici paesi. Piccole quantità, naturalmente: entro tre anni sapremo se i nostri semi daranno un buon raccolto o amare delusioni. Resta per ora il fascino della sfida. Da appassionato di musica, ho sempre invidiato i grandi direttori che col solo gesto della mano riescono a suggerire la stessa emozione a popoli diversissimi tra loro. Bene, l’idea che una sera una bottiglia del nostro vino venga stappata a New York e a Tokyo, a Londra e a Milano, a Toronto, Pechino e Bangkok mi procura un orgoglio (italiano) profondissimo.

2017-04-10T10:42:02+00:00