Speciale Vinitaly

Istituto Marchigiano Tutela Vini

L’INTERVISTA – Alberto Mazzoni è il direttore dell’Istituto Marchigiano Tutela Vini

«La nostra ricetta? Investimenti e promozione»

«Al Vinitaly festeggeremo i 50 anni di Rosso Conero e Verdicchio di Matelica»

«ARRIVARE insieme dove non è possibile farlo da soli». Per il direttore dell’Istituto marchigiano della tutela dei vini, Alberto Mazzoni, questo è il concetto chiave per ‘fare sistema’. Soltanto così possono crescere le 470 aziende associate. Mazzoni è direttore dal 1999, ma la sua vita non è scandita dagli anni che trascorrono. «Dico sempre che sono alla guida dell’istituto da quaranta vendemmie. E in tutto questo tempo, ho imparato una lezione: è inutile fare promozione se prima non vengono rinnovati i vigneti e, dal punto di vista tecnologico, le cantine».

È la strada intrapresa dalle aziende associate? «Sì, l’anno scorso sono stati investiti 9 milioni di euro nel rinnovamento di vigneti e cantine, e nella promozione. Non ci si può presentare all’estero senza essere all’altezza e senza differenziarci da produzioni che non puntano sulla qualità. Altri due milioni verranno investiti nel 2017 per promuovere i nostri vini in Europa. Stessa cifra verrà impiegata per farci conoscere negli Stati Uniti, Canada Giappone, Russia, Norvegia e India. Il 2017, del resto, per noi sarà un anno speciale».

Si spieghi… «Festeggeremo nel corso di Vinitaly i 50 anni di Rosso Conero e Verdicchio di Matelica. Non solo, presenteremo uno studio sul ruolo del Verdicchio nei vigneti autoctoni a bacca bianca, e sul posizionamento di questo vino nella grande distribuzione».

Quali sono i vostri vini di punta? «Primi fra tutti Rosso Conero e Verdicchio. Seguono Pecorino, Sangiovese,Montepulcano, Maceratino, Bianchello del Metauro e Lacrima. Con questi vini, conosciuti nel mondo, dobbiamo mantenere la posizione acquista nel mercato globale, cercando di fidelizzare sempre più il consumatore. Non possiamo vincere il ‘campionato’ perché la Juventus dei vini resta il prosecco, ma possiamo difendere il nostro buon piazzamento e magari arrivare in zona champion».

VIGNETI E CANTINE
«Sono tanti i milioni che abbiamo destinato al rinnovamento tecnologico»

ALL’ESTERO
«Puntiamo su Stati Uniti, Canada, Giappone, Russia, Norvegia e India»

Così vi manca per poter ‘battere’ il prosecco? «Non possiamo confrontarci sulle grandi produzioni. Il mercato poi dà indicazioni sempre nuove. Basti pensare che il quarto Paese al mondo per produzione di vino è la Cina. Quindi, noi non dobbiamo fare la nostra gara guardando a questi colossi, ma preservando i nostri vigneti autoctoni».

Come si preserva la produzione? «Attraverso il rinnovamento che ci permette di distinguerci per specificità e unicità. Il consumatore deve avere la consapevolezza di acquistare qualcosa di inimitabile».

E il consumatore giovane come si conquista? «C’è un ritorno da parte delle nuove generazioni alla conoscenza. Vogliono sapere la provenienza dei vini e interfacciarsi con le aziende. I giovani oggi sono molto attenti ai cambiamenti alimentari. Attraverso di loro vogliamo recuperare un mercato interno che ha sofferto la crisi e di conseguenza una diminuzione dei consumi. Attualmente l’italiano medio sta sotto i 40 litri procapite all’anno. Per promuovere i nostri vini stiamo puntando su una forte comunicazione sui social e sui web proprio per intercettare il pubblico giovane che ricerca sempre di più la stagionalità dei prodotti e vuole conoscerne la storia».


Sono 470 le aziende associate «Siamo un esempio in Italia»

MAZZONI, qual è il compito del vostro istituto? «Occuparsi delle 470 aziende associate che esprimono 16 denominazioni di origine. Il nostro ente – risponde – è un esempio di aggregazione unica in Italia nel suo genere, che oggi esprime l’82% dell’export delle Marche (dati Nomisma) e il 45% della superficie coltivata a vigneti della regione. Nato nel 1999 dalla volontà di 19 soci lungimiranti con 7 denominazioni tutelate, oggi l’istituto rappresenta l’80% delle denominazioni marchigiane, contribuendo alla valorizzazione delle Marche del vino in Italia e all’estero».


«Dobbiamo fare un salto di qualità consolidando la nostra immagine»

I progetti di Antonio Centocanti, presidente dell’Imt

QUANDO si dice Verdicchio il pensiero corre immediatamente alle colline di Jesi e Matelica. Nessuno nel mondo mette in discussione questo binomio tra vigneti e terra d’origine. Un legame che da sempre viene salvaguardato dall’IstitutoMarchigiano di Tutela Vini (Imt) di cui Antonio Centocanti è il presidente. Nato a Cerreto d’Esi 61 anni fa, Centocanti, guida una realtà che conta circa 700 soci e 16 denominazioni tutelate. «Le Marche del vino – spiega Centocanti – hanno raggiunto un buon livello sul fronte della notorietà e della qualità dei prodotti ormai apprezzati a livello internazionale. Ora occorre fare un salto di qualità. Il nostro obiettivo sarà perciò consolidare l’immagine e le posizioni conquistate dai vini marchigiani sul mercato interno ma soprattutto rafforzare la nostra presenza sui mercati esteri»’.

Il mercato globale può essere un freno? «Certo, se lo si affronta puntando sulla quantità e sulle grandi produzioni. Noi non ci dobbiamo neanche pensare: la nostra forza è far capire la qualità dei nostri vini attraverso le degustazioni, i tour nelle aziende e la promozione costante. Non abbiamo alternative: questa è la nostra dimensione».

E’ la vostra sfida per il futuro? «Sì, farci conoscere sempre più. C’è chi vuole imitarci, ma noi dobbiamo fare capire che il clima, l’escursione termica, il sapore di una terra e la tradizione passata di generazione in generazione, non possono essere replicate».

Vinitaly vi aiuta? «Permette alle Marche di farsi conoscere in tutto il mondo. Per noi è un’opportunità per essere protagonisti in Italia e oltre i confini del nostro Paese. Gli importatori e distributori si avvicinano a noi e ci apprezzano. Ma anche qui bisogna fare delle distinzioni».

In che senso? «C’è il distributore che valuta soltanto l’etichetta per avere una gamma più ampia di prodotti, ma anche quello che vuole qualcosa di più. Non ci accontenta della bottiglia ben presentata».

Si pieghi. «Mi riferisco all’importatore che vuole conoscere la storia, la tradizione, visitare le nostre aziende».

E’ l’interlocutore che preferite? «Approfondire la conoscenza dei nostri vini per noi crea quel legame indissolubile. Da qui nascono i sodalizi. Il futuro è nostro solo se si creano certi presupposti».

E i giovani fanno parte di questo progetto? «Certo, siamo vicini a loro nel prepararli e nell’aiutarli attraverso la promozione delle loro aziende. La crisi dell’industria ha avvicinato i giovani all’agricoltura. Il ritorno alla terra deve essere governato e il nostro Istituto ha il dovere di essere protagonista in questa fase. Vorrei, poi, sottolineare cosa rappresenta il nostro consorzio».

Prego. «E’ il punto di partenZa di una strategia di promozione comune delle eccellenze marchigiane basata sulla tracciabilità e certificazione del prodotto. Un percorso difficile ma lungimirante, che intende conservare l’identità di ciascun territorio, integrandolo in un’offerta complessiva di qualità».


I Vini Piceni puntano sui giovani
Li aiuteremo a creare delle cantine»

I progetti di Giorgio Savini, presidente del Consorzio

NON SONO solo la brillantezza dei suoi caldi e delicati riflessi attraverso i calici, e il profumo dal richiamo fruttato o la morbidezza al palato. A rendere un vino inconfondibile c’è anche dell’altro. Qualcosa che non si vede, si percepisce. Come la cura che ogni viticoltore infonde nelle sue creazioni. «Tre o quattro anni per avere il primo raccolto e poi una lunga gestazione – sottolinea il presidente del Consorzio dei Vini Piceni Giorgio Savini, della cantina Vini Santa Liberata di Fermo –. A volte si impiegano anche otto anni prima di arrivare a un vino. Ci vuole pazienza e passione. Questo però non è soltanto un mestiere per ‘vecchi’ come qualcuno vorrebbe far credere, anzi è il contrario».

Cosa intende? «Noi vogliamo puntare sui giovani e allargare la nostra base che ora comprende 45 aziende. Quando nel dicembre scorso sono stato nominato presidente dal consiglio di amministrazione, mi sono proposto di far crescere il Consorzio inserendo nuovi viticoltori».

E come si fa? «Noi metteremo al servizio dei giovani promozione e assistenza. Questo significa offrire le opportunità per creare una propria azienda».

Un progetto ambizioso… «Fin da piccolo sono stato abituato che senza sacrifici non si ottengono risultati. E’ dal 1934 che esiste la nostra azienda di famiglia. Sono nato fra i tralci e i profumi delle botti. Questo voglio tramandare ai giovani. Con la caratterizzazione del prodotto si vince sulla globalizzazione».

In che modo vi differenziate? «Grazie ai nostri vini Docg (denominazione di origine controllata e garantita). Mi riferisco, ad esempio, all’Offida Rosso, all’Offida Passerina e all’Offida Pecorino. A questi si aggiungono il Doc Falerio dei Colli Ascolani e il Rosso Piceno e Rosso Piceno Superiore Doc».

Perché sono così speciali? «Per differenziarci dagli altri vini abbiamo ridotto di gran lunga la resa e ristretto la zona mantenendo soltanto le aree maggiormente predisposte alla viticoltura».

Cosa significa per voi Vinitaly? «Vuol dire incontrare il mondo a Verona. Non siamo noi che dobbiamo spostarci per intercettare le tendenze del mercato globale, ma grazie a Vinitaly le ultime novità vengono concentrate in un grande evento. Qui possiamo confrontarci e fare crescere tutte le nostre aziende aderenti al consorzio».

Quando si crea un vino qual è l’aspetto più importante? «Innanzitutto, credere in se stessi e non affidarsi troppo al gusto dei consumatori. La creazione di un vino spesso prevede anni di preparazione; mentre i consumatori rappresentano un’entità sempre in grande evoluzione. Basarsi troppo sui loro gusti fa perdere orientamento e l’obiettivo principale».

Quale sarebbe? «Fidarsi del proprio istinto e credere in quello che si fa. La rapidità del mercato e l’avvicendarsi dei player rendono molto difficili le previsioni così a lungo termine, e quindi bisogna sapere dove si vuole arrivare».

Cosa fa il vostro Consorzio per tutelare i vini italiani all’estero? «Il mondo del vino si sta evolvendo senza sosta. Mentre un tempo si cercava un vino internazionale, oggi che il mercato è davvero globale i vitigni tipici sono diventati l’unica lingua conosciuta per emergere e per raccontare la storia di un territorio. In questo cambiamento di mercato il Consorzio ha dovuto capire come raccontate la propria identità: il Piceno». Matteo Radogna

2017-04-11T11:40:48+00:00