L’approfondimento

L’approfondimento 2019-04-03T15:10:49+00:00

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FOCUS PASSERINA E PECORINO HANNO FATTO SEGNARE UN BOOM DI VENDITE NEL TRIENNIO 2014-2017

«I vitigni autoctoni sono la strada giusta»

Il Consorzio vini piceni al Vinitaly promuoverà il territorio: «Più forti delle mode»

di RICCARDO RIMONDI

SEMPRE più attenti ai vini autoctoni e al biologico, impegnati a far conoscere un territorio che forse, finora, è stato un po’ sottovalutato negli itinerari turistici. È questo lo spirito con cui i 48 soci del Consorzio vini piceni (tra cui tre cantine, per un totale di oltre 500 produttori) arrivano al Vinitaly 2019. Con l’impegno, che va avanti dalla fondazione nel 2002, di tutelare, valorizzare e promuovere le quattro denominazioni di origine: il Rosso Piceno Doc, il Falerio Doc, il Terre di Offida Doc e Offida Docg. Siamo nelle province di Ascoli Piceno e Fermo, fino al confine con l’Abruzzo e con sforamenti (per quanto riguarda il Rosso Piceno) nella provincia di Ancona. Qui c’è uno dei territori di vertice del vino italiano. E qui, nel 2018, gli imprenditori del Consorzio hanno confezionato nel 2018 circa 11 milioni di bottiglie: sei milioni di Rosso Piceno Doc, a cinquant’anni dal disciplinare festeggiati lo scorso anno, 2,1 milioni di Offida Docg, 2,7 milioni di Falerio e 29.500 della più piccola Terre di Offida. Complessivamente il Consorzio vale l’80% della produzione certificata e il 55% della produzione globale di vino regionale. I dati di mercato, in molti casi, parlano da soli: Passerina e Pecorino, due cavalli di battaglia dell’enologia picena, hanno aumentato tra il 2014 e il 2017 le vendite rispettivamente del 92% e del 55%. E il loro prezzo medio si attesta a 5,2 e 5,5 euro al litro, contro i tre euro di prezzo medio dei bianchi in vendita nella Gdo.

LE PERFORMANCE di vendita dei vini piceni derivano da un mercato diviso a metà tra Italia ed export: «Ci aiutano anche gli strumenti che ci fornisce la Regione, sia sul Psr per il mercato europeo, sia Ocm per i Paesi extra-Ue. Negli scorsi anni siamo arrivati a 1,7-1,8 milioni di euro di investimenti – spiega Armando Falcioni, direttore del Consorzio vini piceni –. Per quanto riguarda il Paesi fuori dai confini comunitari, abbiamo scelto di concentrarci su Usa, Canada e Cina. Ce lo chiedono i produttori, lì c’è maggior mercato».

AL VINITALY i vini piceni si presenteranno in forze: «Ci saranno 32 aziende, di cui 14 nello stand collettivo della Regione Marche e 18 fuori, ma abbastanza raggruppati, per dare un senso di comunità e di forza», calcola Falcioni. E non mancheranno le iniziative: «Ne abbiamo una, insieme a Imt, con Nomisma, che misurerà come risponde il mercato alle nostre promozioni. Poi faremo una degustazione di Offida, Pecorino e Passerina Docg, che per il momento rappresentano i nostri punti di forza. E sottolineeremo i vantaggi che ha avuto la politica vitivinicola picena nel puntare sui vitigni autoctoni». Una scelta, quella di investire sulle peculiarità della regione, che per Falcioni è stata lungimirante, soprattutto nel lungo periodo: «Il nostro vino è noto per l’autoctonia. Non ci siamo fatti ammaliare dai vitigni internazionali e questo oggi sta pagando». Non è finita qui. Tra i tanti eventi in programma a Verona, c’è una grande attenzione a quelli ideati per spiegare l’unicità degli aromi e dei sapori che rendono uniche le vigne di questa parte d’Italia. «Presenteremo un’iniziativa molto particolare – racconta Falcioni – ad ogni vitigno autoctono presenteremo i sentori corrispondenti presenti in natura».

INSOMMA, dopo un 2018 di ripresa produttiva, la sfida resta quella di sempre: promuovere il vino, puntando sulla stretta correlazione tra origine del vitigno e del territorio. «Un Offida Pecorino prodotto nella provincia di Ascoli Piceno non è lo stesso prodotto in Veneto – è l’esempio di Falcioni –. Dobbiamo far conoscere il nostro territorio, che forse è ancora poco scoperto, non sufficientemente apprezzato. Attraverso i vini, cerchiamo di esaltare le bellezze delle nostre colline e la vicinanza tra mare e montagna, che è una prerogativa del Piceno».


ASSOCIAZIONE PRODUTTORI VERDICCHIO DI MATELICA

«Piccoli, ma unici e con una storia
con il turismo valorizziamo il territorio»

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«LA DOC Matelica nasce il 21 luglio 1967, prima Doc bianca delle Marche e quattordicesima in Italia». Basta questo piccolo cenno biografico a Umberto Gagliardi, titolare dell’omonima azienda, per sottolineare l’orgoglio dei 12 componenti dell’Associazione produttori Verdicchio di Matelica di cui è presidente. «Matelica – racconta Gagliardi – è un territorio piccolo, nell’Alta Valle dell’Esino, l’unica nelle Marche che va da nord a sud. Un territorio vocato alla viticoltura, dove l’uva bianca la fa da padrone ». Una posizione che rende unico il vino prodotto in questo lembo di terra da 350 ettari coltivati e un milione e mezzo di bottiglie: «Ci sono forti escursioni termiche, durante la maturazione dell’uva, tra il giorno e la notte. Queste ci danno determinate caratteristiche di zucchero, acidità e mineralità ». Dopo un 2018 più che soddisfacente, la Doc Matelica punta a fare del 2019 l’anno della crescita: «Vogliamo che il consumatore diventi sempre più attento alla qualità, che cresca la sua consapevolezza su cosa sta bevendo. Ma serve la collaborazione di tutti: produttori, distributori, ristoratori, l’intera filiera». L’associazione sarà presente al Vinitaly nello stand della Regione Marche, nel Padiglione 7 (aree C6, C7 e C8): l’obiettivo è avvicinarsi sempre più agli appassionati, nazionali (che valgono il 60/70% delle vendite) e internazionali (con l’export che incide tra il 30 e il 40%). Fuori dai confini, il Verdicchio di Matelica viaggia verso il Nord Europa, l’America del Nord e il Giappone, dove arriva circa metà delle 12 aziende. Per fare di questa nicchia un marchio sempre più apprezzato, i produttori di Matelica credono molto nell’enoturismo: «Deve diventare un punto cardine per i territori e l’italia – riflette Gagliardi –. Io invito spesso gli importatori a Matelica, vogliamo far capire perché questo territorio è diverso e unico, perché certi vini si possono fare solo qui».

Riccardo Rimondi


CANTINE FONTEZOPPA

«Produzioni di biologiche e di nicchia
apprezzate in Italia e anche all’estero»

DAGLI appartamenti papali del ‘700 alle tavole degli intenditori di oggi, con la conservazione del passato che diventa la chiave per stuzzicare le papille del XXI secolo. Parla di recupero di antichi profumi e di tecniche produttive di assoluta avanguardia la storia delle Cantine Fontezoppa, lo scrigno immerso nel verde dei rilievi civitanovesi che custodisce e tramanda, dal 1999, vitigni autoctoni che avrebbero altrimenti rischiato l’estinzione. Lo spunto imprenditoriale, alla vigila del nuovo millennio, fu dell’attuale proprietario, Piero Luzi, ma a gestire in prima persona i filari di Serrapetrona e Civitanova Alta è l’amministratore Mosè Ambrosi, responsabile, spiega, di «produzioni biologiche di nicchia, che privilegiano la qualità rispetto ai grandi volumi». Fontezoppa commercializza ogni anno 350mila bottiglie, curate da 12 operai «rigorosamente marchigiani, con esperienza spesso pluridecennale», e divise fra un ventaglio di piccole grandi eccellenze «apprezzate in tutta Italia ma anche in Cina, Germania e Stati Uniti». Su tutte la Vernaccia Nera, che dalle uve a bacca rossa dei filari di Serrapetrona si traduce in sette diverse versioni. «Parliamo di un vino con un nobile retaggio – spiega Ambrosi – nato da uve coltivate su 50 ettari nel mondo e un tempo appannaggio, a partire dal 1712, di una Curia pontificia che ne assorbiva quasi l’intera produzione». Fontezoppa si dedica anche, nei terreni più vicini al mare di Civitanova Alta, ai frutti dei grappoli a bacca bianca, «dalla Passerina e dal Pecorino fino a un vero orgoglio come la nostra Ribona». Si tratta «di un bianco longevo, che dà il meglio di sé anche dopo anni dall’imbottigliamento, ricco di sentori di zolfo e idrocarburi e ottimo tanto con il pesce quanto con la carne, oltre che con i formaggi stagionati ». Due perle che certamente troveranno al Vinitaly 2019 una più che degna vetrina.

Lorenzo Pedrini


Sifa, le scatole che ospitano il vino

«Produciamo i cartoni per alcune delle più importanti cantine italiane»

di LORENZO PEDRINI

QUANDO si parla di vino, a venire in mente è subito la bottiglia, a meno che il nostro lavoro, da più di mezzo secolo, non sia legato ai cartoni nei quali quelle bottiglie si adagiano. È questo il caso della famiglia Trasarti, una di quelle dinastie industriali che reggono da decenni le sorti economiche del Paese e che, generazione dopo generazione, ha fatto di Sifa Spa un gioiello del packaging italiano. All’edizione 2019 di Vinitaly, così, converrà dare uno sguardo anche al contenitore oltre che al contenuto, per dare valore alla professionalità di chi, nelle parole dell’amministratore Luigi Trasarti, «è partito da zero venendo dalla campagna e ora, 51 anni dopo, fattura oltre 45 milioni di euro all’anno».

QUESTA storia di sudore e costanza, infatti, inizia nel lontano 1968, quando i fratelli Giuliano, Vittorio e Luigi fondarono nel Fermano, a Francavilla d’Ete, lo Scatolificio Sifa, divenuto ora un’eccellenza produttiva di respiro nazionale distribuita fra il primo storico stabilimento e quello sorto in seguito a Mogliano, in provincia di Macerata. A questi si aggiunge quello di Montecarlo in provincia di Lucca. «Tengo a dire, tenendo presente che il vino rappresenta un settore fondamentale del nostro business, che fra i 100 milioni di metri quadrati di scatole che escono ogni giorno dai nostri macchinari c’è un’ampia varietà di prodotti – puntualizza ancora Luigi Trasarti, il più giovane dei fondatori – visto che la nostra forza sta nello spaziare sull’intero comparto agroalimentare, dai cartoni per la pizza ai pacchi di pasta e agli espositori per negozi e supermercati».

ALLA grande fiera veronese, però, i riflettori saranno puntati sul nettare estratto dall’uva, «per valorizzare il quale i nostri 150 operai producono cartoni acquistati da alcune delle più importanti cantine italiane, con tanto di particolari stampe in alta definizione e a sei colori». Per realizzarli, la chiave è restare al passo con l’evoluzione tecnologica, attraverso «un costante sforzo di innovazione che tiene insieme l’efficienza degli impianti, la competitività del prezzo finale e la continuità della produzione ».

SE ALLE spalle di Sifa c’è un glorioso passato, poi, il futuro non sembra da meno, grazie a un’unità familiare che resta, per Trasarti, «il pilastro sul quale si regge il nostro successo» e che, negli ultimi anni, ha visto l’ingresso in società dei figli dei tre soci originari, «un’affiatata brigata di cugini che incarna lo spirito genuino dal quale siamo partiti e che vogliamo assolutamente mantenere». Una genuinità, sia ben chiaro, che nulla toglie a un approccio «meticoloso, organizzato e sistematico, che ha saputo e sa coniugare qualità e convenienza, come richiesto da un mercato che si fa sempre più competitivo».


Velenosi: «Il sogno di due ventenni è realtà»

La fondatrice: «Il nostro punto di forza sono i profumi e i sapori unici»

di LORENZO PEDRINI

COM’È possibile dare vita a un progetto di successo, in un settore sfidante, iniziando il proprio viaggio in giovane età, senza alcuna esperienza specifica e con risorse limitate? Nel caso di Angela Velenosi, direttrice vendite e fondatrice, assieme al marito Ercole, della Cantina Velenosi di Ascoli Piceno, a fare la differenza sono stati «un fuoco interiore che arde senza mai estinguersi» e «un amore sconfinato» per la propria professione e per le colline marchigiane. Il vino del resto, stando al motto dell’azienda, «è un’arte capace di far sognare» ed è proprio dal «sogno di due giovani poco più che ventenni, incoscienti e spavaldi come solo a quell’età si può essere » che, 36 anni fa, è nato un gruppo diventato il secondo produttore vinicolo privato delle Marche per volumi e il primo per riconoscimenti ottenuti.

PER OTTENERE tali risultati, però, «abbiamo dovuto imparare tutto da zero, dalla coltivazione della vite ai segreti della vinificazione e dai meccanismi commerciali alle sfide amministrative – spiega l’imprenditrice –, quando invece avremmo potuto inserirci senza sforzo nelle attività ben avviate delle nostre rispettive famiglie ». Invece, una scelta di cuore più che di pancia ha portato la coppia ad affittare nove ettari di terreno e un casolare da ristrutturare, «non perché nutrissimo chissà quale ambizione, ma solo per inseguire l’intima gratificazione che, ad ogni vendemmia, troviamo negli occhi di chi assaggia il frutto del nostro lavoro».

DAI TEMPI in cui la signora Velenosi promuoveva la propria attività «senza sapere quasi nulla» di ciò che faceva, oggi la creatura di famiglia ne ha fatta di strada, raggiungendo con le sue bottiglie 55 Paesi esteri, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda fino agli Stati Uniti, passando per gli Stati Uniti e la Russia, e sviluppando fuori dai patri confini i due terzi del proprio fatturato.

NONOSTANTE la vocazione per l’export, in Italia restano comunque i filari e la terra che li sostenta, con i migliori vitigni autoctoni e internazionali che, piantati fra l’Adriatico e i colli del Piceno, «si arricchiscono – nel racconto di Velenosi – di profumi e sapori più unici che rari, vero punto di forza di ogni nostra creazione ». Un riuscito connubio, questo, fra antiche lavorazioni artigianali, raffinati sviluppi tecnologici e l’attenzione quotidiana di professionisti specializzati, ripetutamente premiata, negli ultimi due decenni, dalle guide nazionali e internazionali di settore e dalle giurie tecniche dei concorsi che si tengono, stagione dopo stagione, in tutto il mondo.

FRA I TANTI nettari che hanno dato lustro alla cantina, però, il protagonista assoluto a Vinitaly 2019 sarà uno degli ultimi arrivati, di nome ‘Verso Sera’, un Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg del 2017. «Si tratta di una bottiglia di lusso, nata e cresciuta dopo la recente acquisizione di un’azienda agricola abruzzese di 16 ettari posta sui rilievi che circondano Teramo, la mia città natale – ha spiegato Velenosi – e dentro di essa ci sono tutto l’affetto per un luogo speciale e tutta la maturità acquisita nel nostro lungo percorso professionale, iniziato in modo atipico e approdato alle vette di qualità che gli addetti ai lavori ci riconoscono».

IL PASSATO sta tutto in un bicchiere, dunque, mentre il futuro dell’azienda sarà, nelle speranze di Angela Velenosi, nelle mani dei suoi due figli, Matteo e Marianna, che «attraverso studi specifici, specializzazioni post-laurea e numerose esperienze sul campo all’estero presso produttori di alto livello, sapranno certamente raccogliere il nostro testimone nel miglior modo possibile».


Colli Ripani, i primi 50 anni

La storica cooperativa festeggia il traguardo e guarda al futuro

di LORENZO PEDRINI

«C’È UNA TERRA e c’è un vino ». È sufficiente una sola frase, vergata con la forza della tradizione, per sintetizzare il mondo di acini succosi e filari verdeggianti creato dalla Cantina dei Colli Ripani, una di quelle cooperative di successo che hanno contribuito più e meglio di altre a fare della viticoltura marchigiana un biglietto da visita che ormai ha raggiunto la notorietà internazionale.

CI SONO voluti cinquant’anni di impegno e fatica, ma oggi la società picena, fondata nel 1969 e ora guidata dal presidente Giovanni Traini, ha saputo ampliare il proprio sguardo ben oltre il Colle San Nicolò e la natia Ripatransone, dove ancora conserva la sede ma da dove esporta anche nel mondo quasi un terzo delle proprie produzioni. La coltivazione dei 650 ettari di terreno dove maturano i grappoli dei 330 soci produttori, infatti, dalla prima vinificazione avvenuta nel 1977, vale ogni anno circa mezzo milione di bottiglie apprezzate tanto dentro quanto fuori i confini del Belpaese.

A PROVARLO sono numerose evidenze, dall’apertura nelle Marche di una selva di punti vendita sparsi, tra le altre località, fra Senigallia, Pesaro, San Benedetto del Tronto, Civitanova, Porto Recanati e Macerata e frequentati assiduamente dai fiumi di turisti che gironzolano fra i borghi dell’interno e la costa, all’allestimento di una vetrina on line degna dei leader di settore. Stretto quanto il legame di Colli Ripani con le colline che si innalzano a pochi chilometri dal mare è quello, di altra natura, con la massima fiera vinicola del Paese, se è vero che, come conferma Traini, «essere al Vinitaly, per noi, è quasi come essere a casa nostra».

PROPRIO dall’evento dei padiglioni veronesi, del resto, lo scorso anno è stata presentata la speciale serie di sei bottiglie premium ‘Linea 508’, che negli ultimi 365 giorni è valsa 45mila bottiglie vendute tra Italia, Belgio, Danimarca, Stati Uniti, Polonia e Germania e che ha messo la propria impronta su un fatturato 2018 cresciuto in doppia cifra. Al 53esimo appuntamento all’ombra dell’Arena, invece, la Cantina Colli Ripani si presenterà con due importanti novità, una delle quali, con i nuovi formati magnum da 1,5 litri e 3 litri dei tre rossi e tre bianchi che compongono la ‘Linea 508’, prosegue nel solco del recupero e della promozione di vitigni autoctoni e di pregio. Questa linea è dedicata al consumo di alta fascia.

LA SECONDA linea, al contrario, pertiene a quanto pensato specificamente per il mondo dell’Ho.re.ca., con la famosa ‘Linea settantase77e’ che si arricchisce di un nuovo arrivato, un interessante Montepulciano d’Abruzzo. Tra le altre iniziative di rilievo di una cooperativa che è sempre meglio posizionata sul mercato per volumi prodotti e qualità dei risultati, poi, spiccano anche progetti di rilievo sociale come la fondazione del team ciclistico su strada e off-road ‘Avis Bikers dei Colli Ripani’, legato a doppio filo all’associazione dei donatori di sangue.

VINITALY, infine, servirà soprattutto, nelle parole del presidente Traini, «a festeggiare i primi cinquant’anni di vita della cooperativa in ricordo di chi ci ha sempre creduto e, così facendo, ha consolidato un’azienda che oggi più che mai è proiettata al futuro».


Un secolo e mezzo di passione

La Garofoli è alla quinta generazione, ma al passo coi tempi

di LORENZO PEDRINI

NON SONO poche, nel Belpaese, le cantine che fanno della continuità familiare il proprio cavallo di battaglia, ma nella Casa Vinicola Garofoli di Castelfidardo le generazioni coinvolte sono addirittura cinque, per 148 anni di storia, fatto che profuma di record. Così tra gli epigoni dello storico fondatore, quell’Antonio Garofoli che nel lontano 1871 piantò i primi semi, e di suo figlio Gioacchino, che registrò ufficialmente il marchio nel 1901, ci sono oggi gli attuali titolari, i fratelli Carlo e Gianfranco, padri l’uno di Beatrice e l’altro di Caterina e Gianluca.

ED È proprio Caterina Garofoli, «sul campo con la testa bassa e le maniche rimboccate ormai da 15 anni», a raccontare «un’epopea che inizia dalla terra e finisce col vino», autoctono come il Verdicchio, il Rosso Conero e il Rosso Piceno «che produciamo sempre nella stessa zona, dove le brezze adriatiche incontrano i minerali delle zolle marchigiane». Tutti vini di casa, insomma. E allo stesso modo sono di casa le maestranze che li coccolano, «22 persone in totale, famiglia Garofoli compresa, che in più di un caso trasmettono la professione ai propri figli, come hanno fatto i miei avi per quasi un secolo e mezzo».

AL TERMINE di ogni annata, così, l’azienda mette sul mercato qualcosa come 1,5 milioni di bottiglie. Di queste la maggior parte, il 60%, prende la via dell’export e finisce nei bicchieri degli appassionati di 55 Paesi in tutto il mondo. Il resto della produzione, invece, rimane in Italia. In particolare, all’appuntamento con Vinitaly, saranno molte le creazioni firmate Garofoli che faranno sfoggio di sé nella città di Romeo e Giulietta, «in occasione di una manifestazione alla quale – rivendica ancora Caterina – prendiamo parte da sempre, non solo per tessere contatti con operatori di settore e partner industriali ma anche, e forse soprattutto, per ascoltare i clienti e tastare con mano i loro gusti e le loro abitudini».

SE LA CULTURA del fare riveste da sempre, nelle operose Marche, un ruolo centrale, è infatti «almeno altrettanto importante sapere ascoltare chi si fida di noi, come accade con gli ospiti delle nostre iniziative di enoturismo, che intendono la cantina come un luogo di incontro prima che come un’area commerciale». In questo filone di apertura al pubblico e di integrazione del core business vinicolo, poi, si inserisce anche il desiderio di curare quelle che Caterina Garofoli definisce «forme di comunicazione al passo coi tempi, come il progetto ‘Garofoli in arte’, che ogni due mesi accoglie nei nostri spazi una rassegna artistica diversa ».

INOLTRE, non manca certo nemmeno la volontà di percorrere le vie dell’innovazione, se è vero che «siamo stati i terzi in Italia ad avere una linea di imbottigliamento e i primi ad avere l’idea di spumantizzare il Verdicchio con metodo classico». Infine, mentre per ogni nuova stagione «ci premuriamo di avere in serbo qualche chicca mai vista prima», un ulteriore punto d’onore è incarnato dalla ricca «vintage collection, dove trovare quelle bottiglie che abbiamo saputo tenere da parte, per stupire e per stupirci».


Moncaro, una storia verde

La cantina tra riconversione al biologico ed energie rinnovabili

di MARCO PRINCIPINI

È NATO per dimostrare la massima espressione del Verdicchio. E, negli anni, ha collezionato tutti i più prestigiosi riconoscimenti internazionali. È il Verde Ca’ Ruptae ‘Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore’, prodotto di punta di Moncaro. Frutto di antichi cloni tramandati dai contadini locali, nasce da tre vigneti selezionati, che da tre anni sono a conduzione biologica: contrada San Martino (Serra de’ Conti), San Lorenzo (Montecarotto) e Piagge (Castelplanio).

COLOR GIALLO paglierino, brillante, sfumato di verde e oro nei riflessi profuma di pomacee, erbe aromatiche, lieviti, fiori di rovo, acacia e ginestra. Intenso, lungo e complesso al gusto, è secco e di giusta morbidezza. Conta su un valido sostegno alcolico (13,5 gradi alcolici) ed è ottimo per le grigliate di mare, come pure per le carni bianche di cortile. Il consiglio: vale la pena, per ogni annata, tenerne una bottiglia in cantina e lasciarla invecchiare.

QUANDO la cantina venne fondata a Montecarotto in provincia di Ancona, era il 1964. All’epoca i soci compensarono la costruzione dello stabilimento piantando un bosco. La stessa selva che, oggi, avvolge il centro degustazione ‘Le Busche’ e l’imponente cantina di affinamento sulle colline della Vallesina. La cantina è la più grande in tutte le Marche: oggi produce undici milioni di bottiglie, che esporta in tutto il mondo.

OGGI la produzione di Moncaro comprende tutte le Doc marchigiane e continua a tenere fede alla filosofia della coltivazione sostenibile. Basti ricordare che, già prima della normativa sul biologico avvenuta nei primi anni ‘80, i vigneti venivano coltivati con tecniche di basso impatto ambientale. Oggi Moncaro ha tre cantine, la sede di Montecarotto (in provincia di Ancona), quella di Camerano, sul Conero, e quella di Acquaviva Picena (in provincia di Ascoli Piceno): i tre merli presenti nel marchio.

NEGLI ULTIMI anni Moncaro ha puntato tutto sulla sostenibilità: riconversione importante di vigneti al bio (linea Geos), utilizzo di energie rinnovabili e tecnologie di produzione ‘senza solfiti aggiunti’ (la linea Atavico). Tra le curiosità, è da segnalare che Moncaro è uno dei brand italiani più celebri in Cina, dove esistono ben tredici negozi che vendono esclusivamente i vini prodotti dalla cantina. La cucina di mare con vista sui vigneti è uno dei must: il ristorante di proprietà, Erard. Ora, Moncaro si prepara a sbarcare al Vinitaly con i suoi prodotti: l’appuntamento è al Padiglione 7, Stand E10.


Ciù Ciù, il bio nel dna
«Ora anche in montagna»

Nuovi orizzonti per la cantina marchigiana

di MARCO PRINCIPINI

UNA STORIA lunga ormai quasi cinquant’anni, di cui gli ultimi 23 trascorsi all’insegna del bio. Ciù Ciù, sulle colline di Offida, ormai è un punto fermo del panorama vitivinicolo marchigiano. L’azienda è nata nel 1970: «Furono mio padre e mia madre a fondarla – racconta Walter Bartolomei, che insieme al fratello Massimiliano gestisce questa realtà da 180 ettari di vigneto, con una produzione da 1,5 milioni di bottiglie all’anno vendute soprattutto attraverso il canale Horeca –. Organizzarono una struttura produttiva in un’azienda che fino a qualche anno prima era stata mezzadrile». Una grande svolta, poi, arrivò nel 1996, con la certificazione bio: «Fu il risultato di una coltivazione innovativa per l’epoca».

MA NONOSTANTE possa dire di aver precorso i tempi nell’intuire l’importanza della rivoluzione ‘green’, questa realtà non rinuncia a guardare avanti e a muoversi sui sentieri dell’innovazione. A partire dalla ricerca dei nuovi mercati: l’Italia rappresenta ancora una fetta importante della commercializzazione, circa il 60%, mentre il resto delle vendite arriva dall’estero. «Esportiamo in Nord Europa, Usa, Canada, Giappone. Negli ultimi anni abbiamo fatto progetti di espansione legati ai nuovi mercati, come Cina e Sud-est asiatico». Chi si muove qui, sottolinea Bartolomei, deve muoversi tenendo conto di trovarsi in un contesto con le sue peculiarità: «Chiaramente anche lì è molto importante la qualità del vino, ma lo sono anche il packaging e la capacità di centrare i gusti in materia, fino alle etichette ». E POI ci sono le novità produttive. Perché se Ciù Ciù si è fatta un nome producendo i vini autoctoni del suo territorio, ora è iniziato un allargamento che guarda decisamente verso le aree montuose. «Negli ultimi anni abbiamo avviato un processo produttivo legato a zone un po’ diverse dalle colline di Offida e zone limtrofe – spiega Bartolomei – abbiamo fatto impianti di vigneti e inizieremo a breve a commercializzarea i vini di montagna ». Le prime conseguenze di questa nuova strada portano a un Rosato Igp Lazio, prodotto a Rocca Sinibalda. Altri prodotti, in futuro, arriveranno dalla zona di Acquasanta. Il vino in uscita quest’anno non è ancora biologico, ma anche lì l’azienda è già in conversione. E intanto si prepara all’expò di Verona, dove sarà presente al Padiglione 7, stand C10: «È la nostra novità al Vinitaly, perché si fa in un’area montuosa e diversa dal Piceno – riconosce Bartolomei –. Negli ultimi anni inoltre abbiamo investito molto nell’attività di spumantizzazione e produciamo tre tipi di spumante: uno di Sangiovese, uno di Pecorino e uno di Passerina ».

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