L’approfondimento

L’approfondimento 2019-04-03T14:14:19+00:00

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Un brindisi nel segno di Leonardo

Caviro lancia una linea per i 500 anni di Da Vinci: «Anche lui amava il vino»

di CLAUDIO FERRI

LEONARDO da Vinci, icona della italica genialità, ha ispirato una linea innovativa di vini: si tratta del progetto ‘Leonardo Genio del Vino’, che porta il nome dell’artista e scienziato toscano, e che verrà presentato dal Gruppo Caviro alla prossima edizione di Vinitaly. L’obiettivo è valorizzare collezioni di vini che rappresenteranno le eccellenze della produzione italiana. A cinquecento anni dalla nascita dell’eclettico inventore, il Gruppo vitivinicolo, partecipe della società Leonardo Da Vinci Spa, promuove un progetto culturale che va incontro ai gusti dei consumatori più esigenti. «La scelta del marchio Leonardo non è casuale – spiega il presidente di Caviro, Carlo Dalmonte – perché l’icona della genialità nel mondo amava il vino e ne conosceva i segreti, ma anche perché in Toscana è attiva una nostra cantina che prende il nome dall’autore della Gioconda: nell’anno in cui ricorre il cinquecentesimo anno della sua nascita, daremo vita a numerose iniziative nella città di Vinci, tra le quali la ristrutturazione di un museo dedicato a Leonardo, luogo ideale cui è collegata una nuova iniziativa, ovvero il museo del Rinascimento del vino, che verrà aperto proprio all’interno della tenuta di Villa Da Vinci. Il progetto prevede il lancio di una vasta gamma di vini ospitati in bottiglie da formati innovativi come, ad esempio, i ‘leonardini’ che hanno una capacità inferiore alla bottiglia classica per rispondere ai nuovi stili di consumo».

LA COOPERATIVA, fondata nel 1966, dispone di oltre 35mila ettari di superficie vitata, associa 30 cantine (13 sono in Emilia Romagna) in 7 regioni per un totale di 12.500 viticoltori ed una produzione di 700.000 tonnellate di uva. In Italia detiene una quota di mercato a valore nella grande distribuzione del 7,6% mentre a volume si assesta sul 14,1% e nel 2017 ha commercializzato 190 milioni di litri di vino. «L’offerta che proponiamo con il nostro progetto, che coinvolge diversi vini delle nostre cantine – spiega Dalmonte – guarda oltre e aggiunge valore ai nostri prodotti in un mercato ormai globalizzato. Puntiamo inoltre, con questo nuovo corso di Caviro, a incrementare la coesione delle cantine nei diversi territori».

IL PRESIDENTE della cooperativa non dimentica di citare quello che è uno dei prodotti di punta, ovvero il Tavernello «il più venduto in assoluto in Italia– sottolinea – che è preferito da 5,5 milioni di famiglie consumatrici e che lo consumano da 35 anni: insomma, il nostro cavallo di battaglia che nel suo segmento ha, peraltro, il prezzo più alto». In attesa di ottenere la Doc ‘9 Bolle’, il vino frizzante romagnolo che intende valorizzare le uve di trebbiano e che ha coinvolto in questo progetto altre strutture vinicole, ricorda che «stiamo promuovendo questo prodotto per allargare il mercato perché le ‘bollicine’ non sono più una moda, ma un modo di bere consolidato, quindi abbiamo lasciato da parte le naturali rivalità tra produttori per arrivare ad una Doc che possa portare nel medio e nel lungo periodo ad un posizionamento qualificato del nostro trebbiano». Il Gruppo contestualmente ha avviato un processo che lo porterà alla certificazione della sostenibilità ambientale. «Il consumatore è sensibile a questo aspetto e vogliamo dimostrare concretamente che il nostro prodotto non consuma ambiente. L’iter per la certificazione è quasi ultimato ma – conclude Dalmonte – da anni produciamo biometano che in parte viene utilizzato in azienda, tant’è che siamo autosufficienti dal punto di vista energetico: siamo all’avanguardia nella economia circolare».


FOCUS HA DEBUTTATO A VINITALY UN ANNO FA: JOINT VENTURE TRA CAVIRO E TERRE CEVICO

«Bolè conquisterà anche l’estero»

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I prossimi passi del primo Novebolle Romagna Doc Spumante

di LORENZO FRASSOLDATI

TORNA a Vinitaly a un anno dal debutto Bolé, il primo Novebolle Romagna Doc Spumante, base uve Trebbiano. Frutto di una joint venture tra i due giganti cooperativi Caviro e Terre Cevico, Bolé è la Romagna che mette al centro del suo racconto il territorio e il suo vitigno bianco storico rivisto in chiave contemporanea. Bolé ad oggi è distribuito nei migliori ristoranti romagnoli, dai locali stellati alle migliori osterie, in quei luoghi in cui il vino è parte di un racconto e di un’esperienza con il consumatore. «E’ un progetto unico nel suo genere perché sintetizza l’energia vitale, e allo stesso tempo antica, di terre e lavoro romagnoli, li fonde e li reinterpreta in una sintesi innovativa, leggera e spensierata come la voglia di sorridere e fare festa, ma anche di essere coraggiosi e tenaci, tipica dei romagnoli», spiega Ruenza Santandrea, presidente di Bolé.

A UN ANNO dal lancio, Bolé punta ad ampliare le zone di distribuzione e duplicare il venduto. «Tra gli obiettivi – continua Ruenza – c’è anche l’estero, portando così la novità più fresca e frizzante del panorama delle bollicine italiane davanti ai nuovi consumatori che cercano vini capaci di far vivere un’esperienza e condividere contenuti». Il progetto trae ispirazione dalla spumantizzazione romagnola di inizio ‘900, portando a nuova luce un prodotto di grande prestigio, facendone punto di partenza per una nuova storia collettiva. Una storia che è stata celebrata il 19 marzo scorso con un evento straordinario ‘Bolévolution’ dedicato al trade che ha fatto convivere dentro una serra i 150 migliori ristoranti del territorio, assieme a giornalisti e aziende, mettendoli in contatto e cercando di stimolare sinergie. In cucina per i fortunati ospiti c’erano tre chef d’eccezione: Aurora Mazzucchelli del Ristorante Marconi di Sasso Marconi, Marco Ambrosino di 28 posti di Milano e Mariano Guardianelli di Abocar Due Cucine, la nuova stella Michelin di Rimini.

AL VINITALY di quest’anno Bolé continuerà ad alimentare lo spirito dei curiosi, proponendo ai suoi ospiti un doppio momento di esperienza e coinvolgimento: arte e design con l’illustratore Giacomo Bagnara, l’Adriatico e la sua cucina con il ristorante stellato di Cesenatico La Buca. Il mare in un panino è infatti il concept ideato dal ristorante stellato di Cesenatico La Buca (Gruppo Bartolini) che trae origine dallo street food, e che prende ispirazione dall’Adriatico, dalle ricette che ne raccontano la sua identità e dai loro ingredienti più immediati, riconoscibili, ma anche raffinati e sorprendenti. Allo stand ci sarà anche un ospite speciale, Giacomo Bagnara, l’illustratore italiano del momento che collabora anche con il New York Times e che stamperà grafiche originali e create ad hoc per Bolé, per festeggiare il connubio tra bollicine e creatività. Bolé è un progetto in evoluzione: «Si implementano nuovi protocolli agronomici, si selezionano i soci più virtuosi, sperimentando dove può arrivare il Trebbiano Spumante. E’ nata così la vendemmia 2018 con uno charmat lungo dal perlage ancora più fine e persistente e da una acidità e profumo sorprendenti». La tradizione spumantistica romagnola rivive con Bolé, caricandosi di novità, freschezza, gioia e vitalità. «Il recupero di questa forte vocazione, culturale e territoriale, alla produzione di bollicine da uve trebbiano, unita all’evoluzione enologica che il settore ha conosciuto negli ultimi 50 anni, hanno rinnovato la consapevolezza dell’enorme potenzialità della Romagna quale zona d’elezione per la produzione di grandi spumanti».

BOLÉ riporta alla luce una radice comune, una storia in grado di ispirare e di favorire un orgoglioso senso di appartenenza e di condivisione di territorio per farlo finalmente emergere con il giusto valore. Ecco perché dal Vinitaly scorso, momento della sua presentazione e uscita sul mercato, Bolé si è fatto portavoce di valori quali coraggio, sinergia e voglia di esplorare il nuovo attraverso una fitta serie di oltre 100 eventi, da giugno a dicembre scorso, per tutti i consumatori, coinvolgendo i principali ambasciatori della cultura enogastronomica del territorio, artisti locali e internazionali che diventano esperienze collettive.


«Boom in Asia, Australia ed Europa»

Gruppo Cantine Riunite e Civ, il presidente Casoli: «Sale l’utile netto»

di CLAUDIO FERRI

«ABBIAMO registrato buone performance, in termini di penetrazione dei mercati, in Asia ed in Australia, ma la crescita del nostro Gruppo è soddisfacente anche in Europa. Nel 2018, inoltre, la progettualità di Cantine Riunite e Civ si è focalizzata sullo sviluppo di nuovi prodotti, con l’obiettivo di attrarre nuovi consumatori, sull’onda l’andamento positivo per i vini frizzanti e spumanti. Abbiamo così dato vita ad una nuova linea di Reggiano Lambrusco Doc ‘Riunite 1950’ il cui lancio è stato supportato dalla campagna di comunicazione che vede al centro il vero spirito della cantina e il senso della ‘emilianità’, con il claim ‘Riunite, il lambrusco ci unisce’». Corrado Casoli, presidente del Gruppo Cantine Riunite, ha tracciato un quadro positivo della cooperativa vitivinicola nel corso della annuale assemblea di bilancio dell’esercizio 2018.

«È VERO che il riparto medio delle uve è buono – ha sottolineato Casoli – ma l’annata 2017 ha registrato una forte contrazione produttiva e il prezzo non compensa la perdita di prodotto. Il bilancio conferma la solidità della nostra cooperativa, il cui capitale è suddiviso tra circa 1.700 soci produttori di uve per un totale di 4.150 ettari di vigneto e 24 cantine associate in Emilia Romagna, Veneto e in altre regioni d’Italia».

L’ESERCIZIO dell’annata trascorsa evidenzia ricavi in crescita, pari a 260 milioni di euro (sono stati 237 milioni nell’esercizio precedente): «Abbiamo così rafforzato la nostra leadership nei vini frizzanti emiliani, ovvero il lambrusco, il pignoletto ed anche il prosecco, grazie al contributo di Cantine Maschio».

LA COOPERATIVA ha un patrimonio netto di oltre 166 milioni di euro (161 milioni l’anno precedente), pari a circa il 45% delle proprie fonti. «L’esercizio si chiude con un utile netto pari a 4,95 milioni di euro, rispetto ai 4,7 milioni registrati nell’anno precedente – ha proseguito il presidente di Riunite Civ – garantendo ai soci, che nella vendemmia 2017 hanno conferito alla cooperativa oltre 660 mila quintali di uve, un prezzo medio di riparto di 62,50 euro al quintale».

LO SVILUPPO dei nuovi mercati ha fatto segnare un andamento positivo e l’incremento del fatturato dei vini confezionati che è stato del 9%, con vendite all’estero in aumento dell’11%. «La migliore performance è stata conseguita in Asia e in Australia con un +57% e in Europa (+23%) – ha osservato Casoli – siamo anche soddisfatti del consolidamento del mercato nazionale dove i ricavi sono aumentati del 7%, trainati dai risultati ampiamente positivi degli spumanti, sia prosecco che pignoletto».

A LIVELLO internazionale l’azienda ha creato una linea chiamata Riunite Butterfly, caratterizzata da un packaging innovativo e pensato per i mercati asiatici dove il marchio è già conosciuto dal consumatore. Questi vini saranno accompagnati nel corso del 2019 da una campagna di comunicazione destinata al consumatore cinese.

«IL GRUPPO ha chiuso il 2018 con un fatturato consolidato superiore ai 600 milioni di euro di ricavi, ivi compresi il fatturato di Gruppo Italiano Vini – ha concluso Casoli – che si conferma azienda leader nella produzione di vini italiani di qualità e collocandola tra le più importanti aziende vitivinicole del mondo».


EMILIA ROMAGNA «BENE EXPORT E PRODUZIONE». LE INIZIATIVE PER VALORIZZARE I PRODOTTI

«Il vino può dare una spinta al turismo»

L’assessore regionale Caselli: «Percorsi per portare visitatori nelle aziende»

di LORENZO FRASSOLDATI

EMILIA Romagna enoica verso il Vinitaly. Ma come vanno i vini dell’Emilia-Romagna sui mercati esteri?

«I nostri vini – risponde Simona Caselli, assessore all’Agricoltura della Regione Emilia Romagna – sono sempre più apprezzati grazie a produzioni di grande qualità che premiano le aziende della regione e ci rendono protagonisti sui mercati esteri. Una conferma che arriva anche dagli ultimi dati dell’export che nel 2018 ha registrato un fatturato di oltre 322 milioni di euro a conferma del trend di crescita degli ultimi anni (oltre il 10,7%), e dagli ottimi risultati della vendemmia 2018 con una produzione in crescita del 28%. Una capacità di fare impresa che fa ben sperare sulla possibilità di battere la concorrenza e conquistare i mercati emergenti del sud est asiatico, in testa Cina e Giappone, senza dimenticare Russia, Canada e Stati Uniti che restano il principale mercato di sbocco per le etichette emiliano-romagnole».

Internazionalizzare costa… cosa fa la Regione?

«Rendere più competitive le nostre produzioni è un obiettivo prioritario che ci vede in prima linea: per sostenere e accelerare questo processo di qualificazione e internazionalizzazione e restare al passo con i produttori degli altri paesi, solo per la campagna viticola 2018/2019 abbiamo impegnato circa 6,5 milioni di euro per iniziative di promozione dei vini Doc, Docg e Igt e da agricoltura biologica».

E a sostegno delle cantine che vogliono rinnovarsi?

«Si tratta di un processo di crescita e di cambiamento che riguarda tutto il settore e ha bisogno di essere accompagnato da finanziamenti mirati alle cantine del territorio per facilitare l’ampliamento, l’automazione o l’apertura di piattaforme internet per la vendita online e diventare così più forti sul mercato. Nel 2019 per queste iniziative sono previsti contributi per 69 aziende, pari a circa 9, 5 milioni di euro in grado di innescare quasi 26 milioni di investimenti. Complessivamente poi, quest’anno, sono disponibili per le aziende 27,5 milioni di euro, già totalmente impegnati provenienti dall’Ocm vino, circa due milioni in più rispetto allo scorso anno, sotto forma di contributi alle imprese per investimenti, azioni promozionali all’estero, riconversione e ristrutturazione dei vigneti».

I vini della regione hanno qualità ma poca immagine… Cosa si può fare?

«Lambrusco, Sangiovese, Pignoletto, solo per citarne qualcuno, meritano un riconoscimento ancora più ampio da parte dei consumatori, perché sono vini di qualità che non hanno niente da invidiare ad altre produzioni. Per accrescere la visibilità delle nostre etichette e per farle conoscere al grande pubblico siamo presenti ogni anno in numerosi eventi e manifestazioni. È un impegno che sta dando i suoi frutti e che realizziamo in stretta collaborazione con gli stessi imprenditori, l’Enoteca regionale, che da oltre 25 anni cura le nostre attività promozionali, Unioncamere Emilia- Romagna, Apt Servizi e i Consorzi di tutela dei vini e dei prodotti tipici».

Altrove si punta sul turismo per promuovere i vini…

«Il potenziamento dell’enoturismo fa parte anche dei nostri obiettivi e non potrebbe essere diversamente in una regione che è diventata una meta sempre più apprezzata dai turisti di tutto il mondo. Questo è un territorio capace di coniugare le proprie particolari vocazioni turistiche con cibi e vini di eccellenza, da Piacenza a Rimini: ed è proprio il binomio turismo- vino il tema centrale proposto da Enoteca regionale in questa edizione di Vinitaly. A Verona saranno presentate novità e iniziative pensate per sviluppare una cultura dei vini legata al territorio da promuovere con percorsi a tema per portare turisti e visitatori direttamente nelle aziende».

Innovazione, biodiversità, sostenibilità. Quali progetti in campo?

«L’innovazione e la ricerca sono le chiavi di volta per chi, come noi, mette lo sviluppo al centro di fenomeni globali come la lotta al cambiamento del clima o il risparmio delle risorse e dell’energia. Il nostro obiettivo è un’agricoltura che sia una risorsa per l’economia ma anche per il pianeta: per questo, ad esempio, abbiamo investito 2,6 milioni di euro del Psr 2014-2020 per i Goi, partnership tra aziende agricole e enti di ricerca, del settore vitivinicolo per realizzare progetti all’avanguardia che collocano l’Emilia-Romagna ai vertici europei. Le iniziative spaziano dal risparmio di acqua a quello del suolo, fino alla valorizzazione dei sottoprodotti della filiera per produrre energia».

Il biologico nel bicchiere: sta crescendo?

«Sulle nostre tavole sono in aumento anche i vini biologici che vengono coltivati sempre più spesso. A seguito del bando nazionale per l’assegnazione gratuita di appezzamenti aggiuntivi, lo scorso anno l’Emilia-Romagna ha ottenuto 513 ettari: di questi 77 sono andati a vantaggio di 35 viticoltori biologici, sulla base di un criterio di priorità. Oggi le superfici viticole a biologico sono a quota 4652 ettari, in aumento rispetto ai 3520 (+ 32%) del 2017. Questi si aggiungono ai circa 8800 ettari coltivati a produzione integrata, sui circa 51 mila complessivi. Infine sono più di 300 le cantine bio dell’Emilia-Romagna».


Pelliconi, la realtà che stappa il successo

L’impresa bolognese produce tappi da 29 millimetri per spumanti e champagne

di MARCO PRINCIPINI

HA APPENA compiuto ottant’anni, la Pelliconi. Nata a Ozzano, nel Bolognese, leader internazionale nel settore delle chiusure in metallo e plastica, l’azienda guidata dall’amministratore delegato Marco Checchi è il primo produttore mondiale di tappi a corona. Una realtà globale che però non ha mai perso il legame con il proprio territorio, l’Emilia. Così come è stretto il rapporto con il mondo del vino, di spumanti e champagne in particolare. «I tappi a corona da 29 millimetri monouso, in acciaio e alluminio per bottiglie di vetro – spiega l’azienda – garantiscono la massima tenuta di pressione e migliore ermeticità per una vasta gamma di bevande, sia frizzanti sia naturali. Sono disponibili con una gamma di guarnizioni speciali per il processo di vinificazione e fermentazione dello champagne. Queste chiusure sono organoletticamente neutre». Nel dettaglio, Pelliconi ha una gamma di tappi che soddisfa le diverse necessità dei vini spumanti di tutte le regioni vinicole; con guarnizione in plastica integrata in conchiglie di alluminio (Inoxal) o ferro stagnato (Feryl) o in acciaio inossidabile (Inox). La versione Inoxal è principalmente proposta per lo stoccaggio in cantine umide e per vini invecchiati, Millesimati o Grande Cuvée. Le altre versioni in ferro stagnato Feryl sono adatte a una conservazione senza umidità e in generale per i tempi di conservazione standard. L’intera gamma è disponibile anche in acciaio Inox. «Gli ottant’anni? Andremo sempre avanti con impegno e tenacia, come fatto finora» l’istantanea di Checchi. È una storia lunga, quella della Pelliconi: nel 1939 Angelo Pelliconi, un piccolo produttore di minuteria metallica che un giorno vide un tappo a corona su una bottiglia americana e volle replicarlo, dando vita a Bologna alla Ditta Angelo Pelliconi: Dap, quella stessa sigla che ancora oggi è possibile notare sui tappi – l’azienda ne produce quasi 31 miliardi all’anno – che ‘coprono’ le bottiglie in tutto il mondo.

LA PELLICONI fattura oltre 150 milioni di euro, la maggior parte del business è rivolto all’estero: Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Australia, Portogallo e Africa sono mercati importanti. Oltre 600 i dipendenti. Cinque gli stabilimenti produttivi in quattro continenti: due in Italia, a Ozzano e ad Atessa, in provincia di Chieti, uno a Il Cairo, in Egitto, uno negli Stati Uniti, a Orlando (Florida), uno in Cina, a Suzhou, nel distretto di Jiangsu, inaugurato nel 2016. A queste sedi produttive si aggiungono cinque filiali commerciali estere. La storia della multinazionale bolognese, da sempre fortemente orientata all’innovazione, è costellata di continui investimenti e progetti all’avanguardia come la realtà aumentata.

LA CRESCITA di Pelliconi è costruita anche sulla base di precisi valori quali umanità e sostenibilità. L’azienda devolve ogni anno parte dei propri guadagni a favore della ricerca scientifica e per il sostegno di attività sociali, artistiche e culturali, in un’ottica di ridistribuzione della ricchezza e di reciprocità nei confronti dell’intera collettività. «Siamo convinti che il nostro approccio alla sostenibilità del business sia stata una scelta etica importantissima per arrivare ad essere l’azienda che siamo oggi, nel totale rispetto dell’uomo e dell’ambiente», conclude l’amministratore delegato di Pelliconi. Che ha sempre ribadito l’importanza del prodotto realizzato dall’azienda. «Un tappo non è più una semplice chiusura, ma l’oggetto distintivo di un marchio da personalizzare, dalla forma al colore ». Vale anche per lo spumante e per lo champagne.


RICERCA E SVILUPPO DALLA ‘FLOWER CAP’ ALLO STRAPPO, LE NOVITÀ

Una storia vissuta sempre nel solco dell’innovazione

NEL SOLCO dell’innovazione. I tappi per le bottiglie di champagne (foto a sinistra), ma non solo. Perché l’innovazione è il tratto distintivo della Pelliconi. ‘Flower cap’, chiusura per bottiglie da 26 millimetri, è solo l’ultimo esempio di come l’azienda bolognese si muova nel campo della ricerca e sviluppo. Dopo più di cento anni di monopolio indiscusso del tappo a corona sulle bottiglie di tutto il mondo, l’azienda bolognese ha presentato questa alternativa caratterizzata da un design innovativo e dalle linee morbide «che conferisce una piacevole sensazione al tatto».

LE CAPSULE Maxi P-26 e Maxismart con l’apertura a strappo rappresentano «sempre una comodissima soluzione che non richiede l’apribottiglie », i tappi ‘Smart Crown’ dallo spessore fortemente ridotto, le esclusive tecnologie ‘Physical Barrier’ e ‘Oxygen Scavenger’, ma soprattutto la capacità di produrre chiusure prive di Pvc e Bpa-Ni (Bisphenol A Non-Intent) come la nuova Sopure (PT51) dedicata agli alimenti per l’infanzia sono esempi concreti dell’impegno di Pelliconi nel garantire ai clienti e ai consumatori finali un prodotto sicuro, funzionale e al tempo stesso accattivante.

E SI INSERISCE nello stesso solco la recente fondazione, a Ozzano, di un dipartimento interamente dedicato alla ricerca e all’innovazione, capace di individuare continue ispirazioni che si traducono in soluzioni innovative. Tra queste la piattaforma digitale ‘Dapp’, in grado di trasformare il tappo in una sorta di ‘portale digitale’ attraverso il quale è possibile attivare numerosi servizi con un alto livello di personalizzazione e di tecnologia come la realtà aumentata.


«Guardiamo verso Cina e India»

Il direttore del Consorzio: vogliamo tutelare la filiera e un salto di qualità

di RICCARDO RIMONDI

DUE ANNI decisivi per fare il salto di qualità. E la sfida di riuscire a trovare una strada per innovare, persino in un contesto – quello dei prodotti a denominazione – che in teoria lo impedirebbe. Il Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena Igp non sarà a Vinitaly con spazi propri, ma non mancherà: «Ci saremo come visitatori perché è un momento importante, anche se non abbiamo iniziative», spiega il direttore Federico Desimoni.

Direttore, che anno è stato il 2018 per voi?

«Se la vendemmia 2017 è stata molto difficile il 2018 è stato un anno positivo. C’è molta più serenità, c’è equilibrio sul mercato e questo è importante. Come Consorzio abbiamo portato avanti alcuni progetti di comunicazione, soprattutto negli Usa, che stanno portando i loro frutti. E porta frutti la tutela della denominazione: abbiamo avuto due sentenze importanti dal Tribunale di Bologna che confermano una tutela estesa per la denominazione. Inoltre stiamo cercando di migliorare il nostro disciplinare e il nostro piano di controlli per controllare meglio la nostra filiera ».

Cosa vi aspettate dal 2019?

«Ci aspettiamo una ripresa dopo il calo dei volumi delle vendite, che è stato del 6-7% (mentre il fatturato è cresciuto). Vogliamo portare avanti i nostri progetti sul disciplinare, sull’implementazione del piano di controllo, i progetti con le Università di Modena e Parma per migliorare il controllo della materia prima. Abbiamo poi una causa in Corte di giustizia europea, per un contenzioso avviato alcuni anni fa in Germania, per la tutela in Europa della denominazione ‘Aceto balsamico di Modena’. Nel 2019 ci sarà l’udienza, in cui ci si gioca un po’ tutto: questa sentenza assumerà valore in tutta Europa. Il 2019 e il 2020 sono anni decisivi per fare un salto di qualità sui vari livelli. In generale abbiamo la pretesa di controllare sempre meglio la filiera».

Esportate oltre il 90% del vostro prodotto. Ci sono margini di miglioramento?

«Negli Usa abbiamo numeri importanti, ma una vasta parte che non è coperta. I mercati dell’Est sono quasi tutti vergini, anche Cina e India. Qui è ancora tutto da fare e il gusto agrodolce potrebbe incontrare quello locale, ancora più che sui mercati occidentali. Poi bisogna rivitalizzare il mercato europeo. E inoltre lavoriamo su altri tipi di utilizzo per arricchire le modalità di utilizzo del prodotto: oggi l’aceto balsamico è vissuto soprattutto come condimento, mentre l’abbinamento in cucina ha una potenzialità senza limiti. Per questo lavoriamo su diversi segmenti, dai ristoranti alle pizzerie ai social».

Quanto contano per voi gli accordi internazionali?

«Non è sempre facile avere un riconoscimento e avere una protezione della denominazione è importante. Certo, come in tutte le negoziazioni hanno dei limiti. Ma l’alternativa è la tutela zero».

Quanto vi preoccupano le attuali tensioni commerciali?

«Noi fino ad oggi non siamo stati toccati dalle misure adottate. Ma quando ci sono queste contestazioni significa che si contestano i principi generali comuni. E contestare quelle norme è grave, può diventare un problema per tutti. Speriamo che siano scaramucce e non la contestazione di un sistema con tanti difetti ma che almeno dà regole ».

Quali sono gli elementi di innovazione?

«Una via è l’utilizzo diverso rispetto a quello tradizionale. Inoltre credo che prodotti di questo genere dovrebbero diventare maggiormente testimoni di un territorio: non solo della qualità organolettica, ma anche di tutto il sistema di valori dietro a quell’idea. Si tratta di un orizzonte culturale. Insomma, il futuro è fatto di valori tangibili e intangibili».


FOCUS VERSATILE E APPREZZATO DA CHEF E APPASSIONATI: UNA STRADA INIZIATA AI TEMPI DEI ROMANI

Storia millenaria, fatturato miliardario, prodotto per tutti

LA STORIA dell’aceto balsamico parte da lontano: le prime origini sono in epoca romana. Nel 1046 il monaco Donizone ne parla come di aceto «particolarissimo e perfettissimo», identificando la tradizione di produzione in un’area circoscritta come quella modenese e la limitrofa reggiana. La prima vera culla produttiva dell’aceto balsamico sono le acetaie della corte Estense a Modena attive fin dal 1289. L’aggettivo ‘balsamico’ accanto alla parola aceto appare per la prima volta nel 1747, nel Registro delle vendemmie e vendite dei vini per conto delle cantine Segrete Ducali. Nel 1800 prendono campo le dinastie dei produttori.

IL CONSORZIO tutela aceto balsamico di Modena è nato nel 1993 per iniziativa dei produttori e ha ottenuto la Igp europea nel 2009. Dal 2014 è stato riconosciuto dal ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali come consorzio di tutela dell’Igp deputato allo svolgimento delle funzioni pubbliche di promozione, difesa e tutela del territorio. Il consorzio rappresenta circa l’80% della produzione certificata. Tra gli associati sono tuttora presenti i marchi storici del settore, che hanno contribuito ad affermare fin dai primi del ’900 il nome del prodotto sui mercati nazionali e internazionali.

OGGI l’Aceto balsamico di Modena Igp è commercializzato in 120 Paesi del mondo. Conta su una produzione di oltre 90 milioni di litri l’anno, esportata per oltre il 92%, ed è uno dei principali prodotti agroalimentari nel mondo. Il fatturato alla produzione supera i 370 milioni di euro e quello al consumo sfiora il miliardo. Cifre, queste, che collocano l’Aceto balsamico di Modena Igp nella top ten del paniere delle specialità alimentari Dop e Igp italiane. Un successo dovuto anche alla sua versatilità, visto che questo prodotto rappresenta un condimento pregiato sia per gli chef sia per i semplici appassionati.


«A Fico abbiamo mille cantine in una»

L’ad Primori: «Affrontiamo la filiera del vino in modo completo»

di RICCARDO RIMONDI

DALL’UVA, che cresce nei 60 vitigni presenti nella vigna che occupa buona parte dello spazio esterno di Fico, fino al calice. Nella Fabbrica italiana contadina, il parco tematico dedicato all’eccellenza enogastronomica italiana inaugurato a Bologna a novembre 2017, c’è spazio anche per la filiera del vino. E tra degustazioni, corsi e lezioni si percorre tutto lo Stivale attraverso i suoi vitigni principali: «È come avere mille cantine in una», assicura l’ad di Fico Eataly World Tiziana Primori.

Come viene trattato il tema del vino all’interno della parco?

«Affrontiamo la tematica vino in modo completo. All’interno della nostra vigna abbiamo i 60 vitigni italiani principali. Questo permette già di capire che cosa significa il mondo del vino e che varietà abbiamo. Come sempre è stato difficile scegliere, alla fine li abbiamo messi in ordine alfabetico. Poi abbiamo la rappresentazione di come si fa il vino, con tutti i tipi di botti e le caratteristiche della lavorazione del vino stesso. Quindi abbiamo una bottaia, in cui ogni settimana si apre una botte e la cantina viene a spiegare che cosa si apre e la storia di quel vino. Inoltre abbiamo la possibilità di degustare cento vini al bicchiere tutti i giorni, con la spiegazione delle caratteristiche di quel vino. Insomma, rendiamo protagonisti i vini e le cantine».

Che eventi organizzate?

«Tutti i giorni abbiamo corsi sul vino, sia di degustazione sia di spiegazione. Facciamo corsi di alto livello con l’Associazione italiana dei sommelier. D’altro canto facciamo anche corsi con le scuole, in cui spieghiamo che cos’è e da dove viene il vino. Un’altra cosa su cui ci impegnamo è cercare di rendere molto popolare la conoscenza del vino. Nella nostra arena, una o due volte al mese, cerchiamo di fare indovinare alle persone da dove viene un dato vino e che caratteristiche ha. A San Valentino, per esempio, avevamo 100 coppie che dovevano degustare un vino e identificarlo, partendo dalla provenienza e dal vitigno. Organizziamo anche delle degustazioni al buio. Tutti i giorni, dalle 16 alle 17, parliamo di come nascono i migliori vini del nostro Paese, facciamo scoprire i 60 vitigni, facciamo scoprire la cantina per vedere come avviene la vinificazione. È come avere mille cantine in una».

Per il futuro che piani avete in programma?

«Stiamo lavorando molto per fare diverse cose importanti. Stiamo lavorando per fare il cinema in vigna, organizzando più sere in estate una visione accompagnata da degustazioni. Approfittando della bella stagione, pensiamo di organizzare all’aperto sempre più degustazioni e assaggi dei nostri prodotti».

Come pensate di trattare il periodo della vendemmia?

«Ogni mese a Fico viene rappresentato un mestiere. A settembre, il mese dedicato al vino, abbiamo i vignaioli. Ci sarà anche il tema della pigiatura: i bambini e i ragazzi potranno pigiare l’uva. Un aspetto importante: abbiamo corsi in italiano e in inglese tutti i giorni, a richiesta in tutte le lingue, perché riteniamo importante la conoscenza per quanto riguarda il mondo degli stranieri. Considerando che nel primo anno su quasi tre milioni di visitatori il 20% erano stranieri, questo è molto rilevante. Dal 16 maggio avremo qui una delegazione di cinesi per dieci giorni, anche con loro faremo un approfondimento molto importante sulla conoscenza del vino».

Voi avete 45 luoghi di ristoro. Lì come vi regolate con il vino?

«Il vino è coerente con il ristorante, per oltre l’80% delle bottiglie. Comunque c’è un lavoro puntuale tra i ristoratori e la cantina per scegliere i vini e gli abbinamenti più adatti».

Per il resto, a quasi un anno e mezzo dall’inaugurazione, come sta andando Fico?

«Molto bene. Il 4 aprile festeggeremo 100.000 ragazzi delle scuole venuti da noi. Siamo nella fase importante di aumento degli arrivi: lavoriamo in rapporto molto stretto con l’estero».

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