Le analisi

Le analisi 2018-04-16T14:21:17+00:00

«Crescita inarrestabile dell’export italiano
Ma non sfondiamo nei mercati del futuro»

Rapporto Nomisma Wine Monitor: «Peso marginale nel sud del mondo e in Cina»

LO STUDIO
Nel tondo, Denis Pantini, responsabile Nomisma Wine Monitor. In occasione della presentazione di Vinitaly 2018 è stato presentato il rapporto “Il futuro dei mercati, i mercati del futuro”.

A CHI faremo bere il nostro vino nei prossimi cinque anni? Nell’ordine a Cina (+38,5%), Russia (+27,5%), Usa (+22,5%) e Giappone (+10%), mentre saranno stagnanti i mercati inglese e tedesco. E’ la previsione che Nomisma Wine Monitor ha elaborato in occasione di Vinitaly 2018. Ma chi sarà a dare le carte tra i grandi Paesi produttori in un mercato monstre, sempre più globale, che per le sole cantine di tutto il mondo vale circa 31 miliardi di euro l’anno di vendite sui mercati non domestici? Reduce dall’ennesimo record dell’export nel 2017 (circa 6 miliardi), come esce l’Italia del vino da questo scenario? «Il quadro che ne è emerso è in parte confortante e allo stesso tempo allarmante per il nostro Paese», commenta Denis Pantini, responsabile Wine Monitor. «Da un lato infatti c’è la locomotiva-vino del Belpaese che si è fatta sempre più strada negli ultimi 10 anni, con una crescita tendenziale in valore (+69%) doppia rispetto a quella francese e con 16 Paesi dove il tricolore è market leader (ma la Francia ne ha 29); dall’altra invece c’è una lontananza siderale dai mercati del futuro, quel Sud del mondo (più la Cina) in cui il nostro share di vendite non raggiunge mai – o quasi – la doppia cifra». Quindi? «Motivi strutturali, geopolitici,
ma anche di marketing e commerciali – spiega il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese –, siamo ancora troppo poco organizzati e decisivi nel posizionamento di un prodotto il cui vero discriminante sarà sempre più
quello del prezzo e non del volume, che non è certo illimitato. Oggi per sopperire al nanismo delle nostre imprese e per penetrare nei mercati più lontani da noi, serve un brand ombrello e una struttura qualificata in grado di accompagnare nel mondo non le singole aziende ma tutto il made in Italy enologico».
AGGIUNGE il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani: «Dobbiamo essere in grado di cavalcare alcune tendenze che ci favoriscono, come quella sparkling dei consumi mondiali, che è stata l’arma vincente degli
ultimi anni, con una crescita nel decennio del 240% a fronte di una media mondiale sul segmento ferma a +50%. Con Vinitaly lavoreremo sempre di più fuori dai confini nazionali, anche in stretta collaborazione con ICE-Agenzia,
perché siamo e restiamo convinti che solo attraverso un progetto di promozione di sistema oggi sia possibile per il vino italiano crescere in valore».
In dieci anni l’Italia del vino, cioè un sistema dove accanto ai privati sono cresciute moltissimo le cantine cooperative, è stata in grado di far crescere il proprio export del 74%, generando autentici boom di mercato (con il prosecco a +421% solamente negli ultimi 6 anni), e trainando la crescita turistica in aree rurali come Montalcino
(+125%), Barolo (+64%) e Valpolicella (+54%). E di raddoppiare in 5 anni (+96%) la superficie biologica del vigneto Italia.
MA il boom ha due facce. Sull’altro lato della medaglia montano alcune criticità, come la recente perdita, a favore della Francia, del primato in valore nel primo mercato import al mondo, gli Stati Uniti, o la debolezza del Belpaese
in Cina (5,6% la quota di mercato nel 2016, contro il 42,3% della Francia) e in quasi tutti i mercati emergenti; oppure il nanismo del tessuto imprenditoriale e la ‘crisi di crescita’ dei vini rossi fermi e soprattutto la questione del prezzo medio, la metà rispetto a quello del competitor leader, la Francia. Si tratta di ripensare la promozione,
frammentata tra Stato e Regioni, e spesso resa inefficace da troppe iniziative sparse e non coordinate. Tra gli addetti ai lavori si parla con favore della creazione di una azienda unica partecipata da pubblico e privato che si occupi
di promozione del vino italiano nel mondo, sul modello francese. O di un brand ombrello in grado di vendere il sistema Paese.
Tutto passa attraverso l’iniziativa di un Ministero in grado di fare sintesi con autorevolezza. E di un ministro che non sembri capitato lì per caso.

’BOLLICINE’ AL TOP In 10 anni +240% di vendite nel settore sparkling.
«Tendenza da cavalcare»


I NUMERI

Nel 2023

Le previsioni di vendite per il vino italiano saranno in Cina (+38,5%), Russia (+27,5%), Usa (+22,5%) e Giappone (+10%).

In vetta

Attualmente l’Italia è leader in 16 Paesi contro i 29 della Francia. In futuro Uk e Germania saranno due mercati stagnanti per noi.

All’estero

In dieci anni l’Italia ha incrementato il proprio export del 74%. Solo il prosecco, in sei anni, ha registrato un + 421%.

Turismo

Negli ultimi anni si è registrata una crescita turistica in aree rurali come Montalcino (+125%), Barolo (+64%) e Valpolicella (+54%).


I DATI PER IL TERZO ANNO È IN TESTA CON 40 MILIONI DI ETTOLITRI

Belpaese primo produttore in assoluto

IN ITALIA, la struttura del comparto vinicolo nel 2016 contava 310.428 aziende agricole, per una superficie di 645.800 ettari complessivi e una media per azienda di circa 2 ettari. Ben 47.400 le aziende vinificatrici e la produzione stimata pari a 40 milioni di ettolitri, mentre il fatturato 2016 franco cantina delle attività afferenti al settore (vino, mosti ecc.) pari a 12,8 miliardi di euro.
NEL MONDO, invece, la produzione complessiva di vino (stima 2017) è di 247 milioni di ettolitri, in calo rispetto al 2016 (-8%) a causa dei drammatici crolli dovuti alle eccezionali e negative condizioni climatiche che hanno colpito i Paesi produttori europei. L’Italia, con circa 40 milioni di ettolitri di vino (-21% rispetto al 2016) si conferma per il terzo anno consecutivo il primo produttore mondiale, seguita dalla Francia (37,2 milioni di ettolitri; -18%) e dalla
Spagna (36,8 milioni di ettolitri; -15%). Produzione Stati Uniti 2017: 23,3 milioni di ettolitri (-1%). In America del Sud la produzione cresce in Argentina (11,8 milioni di hl, +34%) mentre cala in Cile (9,5 milioni di ettolitri, -5%). Cresce in Australia (13,9 milioni di hl, +6%) mentre cala in Nuova Zelanda (2,9 milioni di ettolitri, -6,5%). In lieve aumento il Sudafrica a 10,8 milioni di ettolitri (+2,9%).


«Nel 2017 rossi di grande eleganza
Le scelte hanno fatto la differenza»

L’enologa Barbara Tamburini: «Boom di Puglia, Campania e Sicilia»

CHI È
Barbara Tamburini, toscana, è enologa e collabora con numerose aziende Recentemente è apparsa in tv come giudice del reality ‘War of Wineries’, in cui si sfidano alcune cantine.

ALL’UNIVERSO del vino si è avvicinata per «non rinunciare agli spazi aperti e ai rapporti umani». E in un mondo spesso maschile, è diventata enologo (ha scelto lei di non declinare il termine al femminile) di fama nazionale e non
solo. Dopo i tanti riconoscimenti – fra i quali la Targa d’argento del Senato della Repubblica italiana –, oggi Barbara Tamburini è consulente in oltre 15 aziende vitivinicole: la maggior parte si trova in Toscana, dove affondano le sue radici, anche se le collaborazioni la portano anche in altre regioni, dall’Umbria alla Liguria, fino alla Valtellina. L’ultima avventura è stata televisiva, quella nei panni di uno dei tre giudici nel reality War of Wineries. Una «bellissima esperienza», vissuta col «desiderio di dare un contributo nella divulgazione della conoscenza di un settore che riveste ormai una enorme importanza dal punto di vista socio-economico nel panorama dell’agroalimentare italiano».

Tamburini, il Vinitaly è alle porte: come sta il vino italiano alla vigilia di questa manifestazione?
«Il Vinitaly è un momento sempre molto importante per il mondo del vino, è l’opportunità di ri-trovare persone che non si incontrano durante tutto l’anno. E’ l’occasione di scambiarci personalmente nuovi dettagli e informazioni, e soprattutto per degustare nuove etichette e nuove annate. Il vino italiano è ancora una volta protagonista e pronto per incontrare il suo pubblico».

Quali tendenze troveremo dopo un anno climaticamente difficile?
«La vendemmia 2017 è stata più impegnativa del solito, un po’ per la precocità con cui si sono dovute effettuare alcune vendemmie, un po’ per le quantità drasticamente ridotte. Parliamo mediamente del 30% di uva in meno fino ad arrivare in alcuni casi anche al 50%. Qualitativamente invece, almeno per le realtà con cui lavoro, sono rimasta comunque molto soddisfatta, si sono ottenuti vini bianchi profumati e rossi di grande concentrazione ed eleganza. Un’annata in cui le scelte enologiche mirate hanno veramente fatto la differenza».

Quali regioni sono secondo lei al centro di una particolare crescita?
«Vedo la conferma ai vertici di Toscana, Piemonte e Veneto e la rapida crescita di regioni del Sud come Sicilia, Campania e Puglia».

Perché si è avvicinata al mondo del vino e, in particolare, al mestiere dell’enologo?
«La decisione di diventare enologo è nata ai tempi dell’adolescenza in relazione al mio desiderio di svolgere un’attività professionale che non mi costringesse a rinunciare all’aria aperta, ai grandi spazi e ai contatti umani. Al momento di decidere quale corso di laura intraprendere, individuai nella professione dell’enologo l’ambito in cui realizzare queste mie aspirazioni».

Dopo anni sul campo e i tanti riconoscimenti, come definirebbe la sua ‘filosofia’? E’ cambiata nel tempo?
«Sono sempre molto attenta ai risultati della ricerca sia in viticultura che in enologia e pronta a mettere in atto le innovazioni che ne scaturiscono. Cerco di mantenere fermo il proposito di far esprimere ai vini gli elementi di riconoscibilità innanzitutto aziendale e poi territoriale; sono sempre alla ricerca delle massime espressioni qualitative, cercando di percepire ogni segnale proveniente dal mercato e in particolare dal consumatore. Riassunto in tre sostantivi: eleganza, struttura e ‘bevibilità’ ad ogni livello».

C’è un vitigno che ama particolarmente?
«Molti sono stati i vitigni che mi hanno dato e mi stanno dando grandi soddisfazioni senza distinzione. Un vitigno in particolare non c’è, in quanto sarebbe come per una madre preferire uno dei propri figli. Il terroir fa da differenza conferendo a ciascun vitigno un carattere peculiare. Voglio però ricordare il ‘Premio Protagonisti Eccellenti’ del mondo del vino con ‘l’incoronazione di Regina del Merlot’ arrivato nel 2015 nel concorso MondoMerlot, in cui in cinque anni consecutivi, sette dei Merlot da me curati sono saliti sul podio».

Esiste il rischio di creare un vino in base alle tendenze del momento, seguendo però meno le caratteristiche di una zona o una tipologia di uva?
«Ritengo fondamentale l’identità varietale, aziendale e territoriale, ma non senza tenere presente il gusto del consumatore».

È più difficile per una donna emergere come enologo? L’approccio femminile al vino è diverso?
«Ormai per una donna non vi sono più barriere psicologiche che impediscano o rallentino il suo inserimento in attività professionali che fino a tempo addietro erano esclusivo (o quasi) appannaggio degli uomini. Non siamo più negli anni ’70. Oggi la sola qualità che si richiede a una donna come a un uomo è la professionalità. A mio avviso, grazie alla sua forma mentis, alle sue tendenze naturali verso la conoscenza di ogni aspetto della natura e al suo innato rigore, una donna riesce a esprimere una sensibilità speciale, che le permette di esaltare al massimo le diverse peculiarità dei prodotti che ottiene, e – nel contempo – di trasfondere in essi una personalità inconfondibile, pur nel rispetto delle caratteristiche specifiche di ogni prodotto. Spesso, questo rigore e questa sensibilità sono le doti che determinano in un produttore la decisione di scegliere un enologo donna».

Si parla molto di produttori e sommelier, degli enologi un po’ meno. In che cosa il loro apporto in un’azienda è decisivo?
«L’enologo è una figura a 360°, è la persona che quando si pensa all’impianto di un nuovo vigneto deve avere chiaro il percorso fino ad arrivare alla bottiglia sullo scaffale. L’enologo disegna e cura la nascita del vino, dal momento in cui si raccolgono le uve, alle decisioni che riguardano l’affinamento, fino all’imbottigliamento. Infine, è spesso chiamato a comunicarlo. La qualità del vino deriva da un binomio indissolubile tra produttore ed enologo. Ritengo molto importante anche la figura del sommelier, che ho sempre visto come la persona preparata e capace di comunicare il vino».

IL MESTIERE
«È una figura a 360°, colui che quando si pensa a un nuovo vigneto vede il percorso fino allo scaffale»


GDO

Vino col marchio del supermercato: è il 14% delle vendite

Al Vinitaly il focus ‘Gdo buyers club’

NONOSTANTE un avvio moderato dei consumi nella grande distribuzione, il 2018 dovrebbe vedere un’ulteriore
crescita delle vendite di vino, specie nei settori dei vini a denominazione d’origine, delle bollicine e dei vini tipici delle regioni. Potranno, inoltre, verificarsi rialzi dei prezzi, a causa della cattiva vendemmia nel 2017. Buone le prospettive di crescita dei vini offerti col marchio delle insegne della grande distribuzione. Dovrebbero aumentare anche le vendite di vino biologico, ancora un settore di nicchia sugli scaffali dei supermercati. Questo il sentiment
diffuso tra i buyer vino della grande distribuzione che parteciperanno all’evento “Gdo Buyers’ Club” del Vinitaly. Da qualche anno le catene distributive stanno operando un recupero di valore dei vini venduti, con un prezzo medio
che aumenta anno dopo anno. La ricerca Iri per Vinitaly evidenzia che le bottiglie da 0,75 si sono vendute nel 2017 con un prezzo medio di 4,32 euro al litro (quindi vicino ai 5 euro nella bottiglia da 0,75cl) con un aumento del 2,3%
sull’anno precedente. Un processo di stabilizzazione del prezzo quasi fisiologico che però potrebbe essere disturbato
da aumenti di prezzo sensibili dovuti alla cattiva vendemmia del 2017.
LA QUESTIONE della definizione del prezzo più appropriato è semplificata nei vini offerti col marchio dell’insegna distributrice, un settore che nel 2017 ha pesato per il 13,7% sulle vendite del vino e del 6% sulle bottiglie da 0,75 cl (dati Iri, supermercati, iper, libero servizio piccolo) e sul quale diverse insegne puntano per il futuro. Nel 2018
potrebbero aumentare e anche le vendite di vino e spumante biologico nella grande distribuzione, oggi limitate a poco più di 4 milioni di litri per un valore di circa 24 milioni di euro.